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"Dio, il Signore è nostra luce" Sal. 118,27 |
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"Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti". (1 Cor 12,4-6).
PREMESSA: Nei brani che seguono il termine "energie o energia" è stato tradotto con atto, anche se probabilmente sarebbe più corretto usare il termine "operazione". A proposito del significato del termine atto, Palamas afferma, citando Giovanni Damasceno: "In Dio una cosa è l'agente ed un'altra l'atto; il primo, infatti, è la natura da cui proviene l'atto, mentre l'atto è il movimento essenziale della natura".
"E di fatti diciamo che il Figlio è dal Padre, in quanto è stato generato dall'essenza divina, vale a dire a partire dall'ipostasi paterna; infatti l'essenza dei tre è una: sicché il generare è attribuito all'ipostasi paterna e non è possibile che il Figlio sia dallo Spirito. Ed è così perché anche lo Spirito Santo è dal Padre ed anch'esso è dall'essenza divina a partire dall'ipostasi paterna: infatti l'essenza dei tre è in tutti i modi e del tutto una. Perciò il far procedere è attribuito all'ipostasi paterna e non è possibile che lo aspirito sia anche dal Figlio, dal momento che non è possibile che il Figlio abbia le proprietà dell'ipostasi paterna. Infatti secondo il santo Damasceno "riconosciamo la differenza delle ipostasi divine in tre sole proprietà: quella non causata e paterna, quella causata e filiale, e quella causata e procedente". Vedi che l'ipostasi del Figlio non è affatto anche causa, ma è solo causata? Infatti, dice, ha questa sola proprietà, come pure l'ipostasi dello Spirito. E vedi che quella paterna, in quanto proprietà paterna, include entrambe le cose, sia il generare sia il far procedere? Di conseguenza, se lo Spirito Santo procedesse anche dal Figlio, anche il Figlio sarebbe causa, e perciò, in quanto causa, sarebbe anche padre." (Dai "Discorsi dimostrativi")
"Infatti non è solo perché si dice che lo Spirito è dal Padre come la Parola di Dio è dal Padre da prima dei secoli che necessariamente s'intende che esso procede solo dal Padre, ma anche perché, secondo il sapiente testimone della verità Giustino, "come il Figlio è dal Padre, così anche lo Spirito Santo è dal Padre, eccetto che per la modalità d'esistenza; l'uno infatti risplendette dalla luce per generazione, mentre l'altro, anch'esso luce da luce, è provenuto non per generazione, ma per processione". Se il Figlio è immediatamente dal Padre, anche lo Spirito è immediatamente dal Padre; e se il Figlio non è anche dallo Spirito, neppure lo Spirito è anche dal Figlio; e se il Figlio è solo dal Padre, anche lo Spirito è solo dal Padre. Infatti lo Spirito Santo, poiché è proceduto dal Padre come il Figlio è generato dal Padre, e quindi è proceduto solo dal Padre, e perciò lo Spirito Santo è Dio che proviene per processione solo da Dio Padre." (Dai "Discorsi dimostrativi")
"Fratello, non senti che l'Apostolo dice che "i nostri corpi sono tempio dello Spirito Santo che è in noi", ed ancora che "noi siamo casa di Dio", come anche Dio dice: "abiterò in loro, ed andrò con loro, e sarò il loro Dio"? Di conseguenza ciò che per natura diviene abitazione di Dio da una persona dotata di intelletto come può non essere ritenuto degno di ospitare il suo stesso intelletto? Ed anche Dio come avrebbe potuto, in principio, far stare l'intelletto nel corpo? Fece male anche Lui? Tali discorsi, fratello, si confanno agli eretici, i quali dicono che il corpo è una cosa maligna, plasmata dal maligno. Invece noi pensiamo che un intelletto cattivo stia nei pensieri sul corpo, ma che nel corpo non vi sia niente di male, perché il corpo non è affatto malvagio. Perciò in David ciascuno di coloro che per tutta la vita si sono dedicati a Dio grida a Dio: "la mia anima ha sete di te ogni volta che la mia carne anela a te", "il mio cuore e la mia carne hanno goduto del Dio vivente"; e in Isaia: "il mio ventre risuonerà come una cetra e le mie viscere come mura di bronzo che tu hai rinnovato", e "per la paura di te, Signore, abbiamo preso nel ventre lo Spirito di te che dai salvezza", confidando nel quale non cadremo, mentre invece cadranno quelli che parlano dalla terra e che mentono dicendo che le parole e le vite sovracelesti sono come quelle terrene. Se infatti anche l'Apostolo dice che il corpo è morte- "chi mi libererà da questo corpo di morte?"-, lo fa solo in quanto il pensiero sulla materia e sul corpo è irrimediabilmente di specie corporea; perciò, paragonandolo al pensiero spirituale e divino, giustamente lo chiama "corpo", e non semplicemente "corpo", ma "morte del corpo", e questo poco dopo aver mostrato ancor più chiaramente che non accusava la carne, ma il desiderio peccaminoso sopravvenuto per la caduta; "sono venduto al peccato", dice; ma chi è venduto non è schiavo per natura. Ed ancora: "so che nulla di buono abita in me, cioè nella carne". Vedi che non parla della carne, ma del male che abita in essa, e quindi è male che nel corpo abiti non l'intelletto, ma la legge che è nelle nostre membra e che combatte contro la legge dell'intelletto stesso." (Dai "Discorsi in difesa dei santi esicasti")
"Per questo noi, schierandoci contro questa "legge del peccato", la scacciamo dalla casa del corpo e vi invitiamo la supervisione dell'intelletto, ed attraverso di essa imponiamo una legge a ciascuna potenza dell'anima ed una meta conveniente a ciascun membro del corpo; alle sensazioni imponiamo su quali oggetti e fino a che punto debbano dedicarsi, e quest'attuazione della legge è chiamata "temperanza"; alla parte dell'anima che subisce le passioni attribuiamo la posizione migliore, che si chiama "amore"; ma così miglioriamo anche la sua facoltà razionale, espellendo tutto ciò che s'oppone al sollevarsi dell'intendimento verso Dio, e chiamiamo questa parte della legge "sobrietà". Ma chi ha purificato il proprio corpo con la temperanza, dopo aver fatto del suo cuore e della sua brama, grazie all'amore divino, un'occasione di virtù, e che presenta a Dio un intelletto purificato con la preghiera, acquista e vede in se stesso la grazia promessa a quanti hanno purificato il proprio cuore. Ed allora, con Paolo, egli può dire anche questo: "è proprio Dio, che disse: "dalle tenebre splenda la luce", ad aver rifulso nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio nel volto di Gesù Cristo"; "tuttavia", dice, "abbiamo questo tesoro in vasi d'argilla". Noi quindi, dal momento che abbiamo, come in vasi d'argilla, vale a dire nei corpi, la luce paterna nel volto di Gesù Cristo, per conoscere la gloria dello Spirito Santo, ci comportiamo forse in modo indegno della grande natura dell'intelletto se manteniamo il nostro intelletto all'interno del corpo? E chi potrebbe dirlo, se è non dico spirituale, ma almeno uno che abbia un intelletto umano, per quanto spoglio di grazia divina?" (Dai "Discorsi in difesa dei santi esicasti")
"Dobbiamo quindi riprendere le antiche affermazioni teologiche di quel grande (Dionigi Areopagita), giudicare accuratamente, per quanto si possa, ciascuna di esse e prestar fede veramente alle conseguenze che da esse si manifestano. "In tutta la teologia l'indicibile s'intreccia con il dicibile e", per usare le sue parole, "ciò che in essa esiste in modo mistico ed iniziatico con le guide mistiche ininsegnabili determina e fonda in Dio, mentre ciò che è filosofico e dimostrativo persuade e fissa la verità delle affermazioni fatte", e questa verità noi dovremo manifestare adesso, per quanto potremo, per così dire traendola dai principi indimostrabili e di per sé affidabili delle parole di quel grande. Questi infatti è per noi su questi punti una guida mistica degna di considerazione più d'ogni altra; anche perché proprio imitando lui, che fu quasi il primo, ed il suo maestro Ieroteo, che con lui è sempre d'accordo, la Chiesa ha tratto, per così dire, gli stessi elementi della teologia, come del resto i loro scritti costituiscono le basi fondamentali della teologia stessa. "E' proprio esponendo e spiegando in ogni modo tutti gli aspetti della teologia unitaria e distinta", dice il grande Dionigi, "che noi cerchiamo anche di unire e di distinguere con il discorso le realtà divine", e non le realtà divine e le creature. Come, dunque? "nello stesso modo", dice, "in cui le realtà divine", e non le creature e Dio, "sono unitarie e distinte". Di conseguenza tutte le distinzioni sono reciprocamente corrispondenti alle unità di Dio, e perciò permangono increate, dal momento che increate sono le unità. E nessuno di coloro che pensano correttamente direbbe, fidandosi di Barlaam ed Acindino, che una qualunque di tali distinzioni è creata, per non abbassare a creatura anche l'unità corrispondente, ma soprattutto per non far apparire create, a causa di questa sola, anche le altre unità e distinzioni divine; in effetti esse sono tutte dello stesso ordine, e proprio per questo si dice, comprendendole tutte, che sono divine, in quanto fra l'una e l'altra di esse non c'è, per quanto riguarda il divino, nessuna differenza." (Da "Difesa da Barlaam ed Acindino")
"Infatti che cosa intendiamo dalle creature? Che Dio è il loro creatore. E che, se è il loro creatore, è anche buono, sapiente e potente; e così intendiamo Dio dalle sue creature, ma, come anche Paolo c'insegnò, non lo intendiamo affatto nella sua essenza, in quanto "le proprietà invisibili di Dio si vedono fin dalla creazione del mondo, rese intelligibili nelle sue fatture, e sono la sua eterna potenza e la sua divinità" (Rm 1,20). Forse che l'essenza di Dio si vede per il fatto d'essere intesa a partire dalle sue fatture? Certo che no; questo invece è il delirio di Barlaam ed Acindino, e prima di loro era la follia di Eunomio; infatti fu quest'ultimo, prima di loro e come loro, a scrivere che a partire dalle fatture non s'intende altro che l'essenza stessa di Dio. Ma bisogna che il divino Apostolo ci allontani totalmente da simili affermazioni. Infatti, dopo aver isegnato che "quanto in Dio è conoscibile è manifesto" (Rm 1,19) e mostrato che in Dio vi è anche qualcos'altro, oltre a questo qualcosa di conoscibile, come egli stesso chiarì a tutti coloro che hanno intelletto, aggiunse ancora: "le sue proprietà invisibili si vedono fin dalla creazione del mondo, perché intese nelle sue fatture". E così potrai imparare che cosa sia conoscibile in Dio. Spiegandolo, i padri portatori di Dio dicono: Dio è sia inconoscibile, nella sua essenza, sia conoscibile, in tutte le proprietà che sono attorno all'essenza (Riferimento a Basilio di Cesarea, Lettera 234 ad Anfilochio), cioè nella bontà, nella sapienza, nella potenza, nella divinità e nella maestà, proprietà che Paolo dice invisibili, ma intese a partire dalle fatture. Tuttavia queste proprietà, che vengono intese attorno all'essenza di Dio a partire dalle fatture come potrebbero essere di nuovo delle creature?" Così quindi in una sola deità increata vi è un solo Dio increato, in quanto esiste come increato non soltanto nell'essenza sotto ogni aspetto ed in ogni modo inintelligibile, ma anche nelle proprietà che circondano questa essenza, le quali, secondo il divino Paolo, sono inelligibili a partire dalle creature. (Da "Difesa da Barlaam ed Acindino")
"Quindi le progressioni, gli atti e le donazioni di Dio, le essentificazioni, le vivificazioni, le sapientificazioni e tutte le altre proprietà simili a queste, sono provvidenze e bontà increate di Dio, e Dio stesso è queste proprietà, anche se non per essenza; per quanto riguarda quest'ultima, infatti, Egli è indivisibile in parti ed impartecipabile, essendo perfettamente staccato da tutte le cose, cosicché nessuno di quanti cercano di conoscerlo con la cura imposta dalla pietà religiosa ha mai tentato d'intendere o d'esprimere Dio nell'essenza, mentre tutti gl'iniziatori dei sacri misteri hanno sempre tentato d'intenderlo e d'esprimerlo in relazione alla sua provvidenza e bontà, con la quale, atta com'è a produrre le cose esterne, Egli è causa di tutti gli enti: infatti fu proprio grazie al suo essere che ebbe principio la produzione e l'ipostasi di tutte le cose. Infatti la provvidenza divina non è nient'altro che il rivolgersi di Dio alle cose inferiori ed una buona volizione. E questa era prima di tutte le cose, come una sorta di comune previdenza di quelle che sarebbero state, da essa tutte provengono, a seconda dell'occasione, come da una volizione e da un atto creativi, ed in questa fu costituito tutto l'universo, come in una custodia che tenesse unite le cose ed in una dimora che abbracciasse tutto l'universo. In questi modi quindi opera la provvidenza e bontà una, attraverso la quale Dio si prende cura delle cose inferiori, e non è solo una, ma sono anche molte le provvidenze e le bontà che vengono così chiamate dai teologi." (Da "Difesa da Barlaam ed Acindino")
"Infatti Dio è non uno anche per trascendenza, in quanto è superiore all'uno ed anzi determina l'uno stesso. Ma è pure come distinto: di fatti il Dio uno si distingue in tre ipostasi perfette; in realtà il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono persone distinte della deità una, senza che fra di esse s'introduca nessuna contrapposizione o assolutamente nessuna comunanza. Inoltre è distinta anche l'esistenza perfetta, inalterabile ed a noi conforme di Gesù. In effetti il Dio uno, adorato in tre ipostasi ed in una sola essenza, si distingue senza parti e senza poter essere diviso in parti anche in differenti atti (il termine greco enérgheia viene tradotto con atto): infatti "si dice pure che Dio si moltiplica", secondo il divino Massimo, "in quanto si rende molteplice, con le progressioni provvidenziali, nella decisione di produrre ciascun ente". E, secondo l'Apostolo, "ad uno è data una parola di sapienza attraverso lo Spirito, ad un altro invece una parola di conoscenza, secondo lo stesso Spirito, ad un altro la fede e ad un altro ancora sono dati i carismi delle guarigioni, nello stesso Spirito" (1 Cor. 12, 8-9). E perciò, secondo il grande Dionigi, "distinzione divina è anche la progressione conveniente alla bontà, in quanto atto, poiché l'unità divina per bontà si moltiplica e si rende molteplice sovraunitariamente, e sono unitarie nella distinzione divina le donazioni irrelate, le vivificazioni e le sapientificazioni. Sono distinte poi, in questa progressione conveniente alla bontà, le modalità della teurgia umana di Gesù: infatti con queste il Padre e lo Spirito non ebbero in comune nulla in nessun modo, se non per consenso e filantropia; e tutte le cose che compì operando in quanto Dio." Se dunque "noi vogliamo assolutamente unire e distinguere con la parola le cose divine come le cose divine stesse sono unite e distinte" (Dionigi Areopagita), bisogna che ammettiamo confessionalmente pure che una cosa è l'essenza ed un'altra l'ipostasi in quanto persona in Dio, benché Dio sia uno, adorato in un'essenza e tre ipostasi. E che una cosa è l'essenza ed un'altra la progressione, in quanto atto o volontà in Dio, benché Dio sia uno, in quanto agente e dotato di volontà. Ma, come chi disse "dotato di volontà" mostrò che egli ha una volontà, così chi aggiunse "agente" rivelò anche che ha un atto. E se si dice che l'agente non partecipa d'un atto, è chiaro che si pensa che è non agente, ma gli si concede d'essere agente solo come nel vuoto suono del termine: "infatti non è possibile agire", dice, "senza un atto naturale, come non lo è nemmeno esistere a prescindere da un'essenza e da una natura" (Massimo il Confessore). (Da "Difesa da Barlaam ed Acindino")
"Quindi, come quando noi, sentendo il Figlio dire "io e il Padre siamo uno" (Gv. 10,30), non confondiamo le ipostasi, ma riconduciamo all'unità dell'essenza anche l'inseparabilità del Figlio da quelle viscere paterne - infatti sappiamo pure che una cosa sola sono l'essenza e la Triade presecolare, santa ed adorata per tutte le cose create, e che Dio per essenza è una monade indivisibile, mentre è una Triade per le ipostasi - , così pure, quando diciamo che una cosa sola sono l'essenza e l'atto di Dio, non eliminiamo la progressione divina, non misconosciamo all'atto la sua natura agente e non stacchiamo queste due cose una dall'altra. Infatti, anche se in una natura semplice ed incorporea l'essenza e l'atto ricevono la stessa definizione, tuttavia sia l'una sia l'altro hanno le loro immobili e rispettive proprietà, e l'una resta essenza e l'altro atto. Ed anche il Figlio riceve la stessa definizione del Padre, dal momento che ogni generazione fa compiere a chi è generato lo stesso di chi lo genera, e tuttavia il Figlio rimane Figlio, non trasformato in Padre dalla loro identità e dall'identica loro definizione secondo natura. E tuttavia chi pensa correttamente non per questo potrebbe intendere una definizione come il limite; ma soltanto i nomi: infatti il divino è per essenza illimitato. Ma poiché accade anche che l'essenza e l'atto differiscano a vicenda, neppure in questo caso ricevono la stessa definizione: "e non per questo la semplicità di Dio è danneggiata"(Basilio di Cesarea), come altrove scrive ancora lo stesso grande Basilio. Ed infatti anche Cirillo, sapiente sulle cose divine, dice che "il generare è proprio dell'essenza divina, mentre il fare lo è dell'atto, mentre la natura e l'atto non sono lo stesso". (Da "Difesa da Barlaam ed Acindino")
"E non intendiamo l'unità dell'essenza e dell'atto in quanto essi lo produrrebbero con la stessa significazione, ma a partire dalla loro inseparabilità, perché è proprio grazie a ciascun atto che Dio è conosciuto intero, solo e sempre senza parti; ed è appunto per questo che il divino non si manifesta come un composto, ma come semplice, stando a quanto dice il Damasceno, sapiente su questi problemi: "affinché il divino non sia un composto, cosa che sarebbe di un'estrema empietà, bisogna pensare che ciascuna delle affermazioni su Dio non significa che cosa egli è per essenza, ma mostra o che cosa non è, o una relazione, o qualcosa che consegue alla natura divina, o un atto." Infatti il nome di Dio è il nome d'un atto, "per il fatto che corre ed accompagna tutte le cose, o che le brucia, cioè le accende", oppure perché "tutte le vede": "infatti Dio, con la sua intellezione atemporale, vedeva tutte le cose anche prima che venissero ad essere; e vedeva ciascuna di esse nel suo intendimento dotato di volontà ed atemporale, il quale interviene, quand'è il momento predeterminare, come predeterminazione, immagine e modello". Quindi ciò che viene ad essere è creato, mentre la predeterminazione, la volontà divina, e la prescienza sono dall'eternità con l'essenza di Dio, sia senza principio, sia increti: e nessuna di queste cose è l'essenza di Dio, come s'è detto prima. Ed anzi c'è tanta distanza fra queste cose e l'essenza di Dio che anche Basilio il grande, nelle sue Confutazioni, dice che la prescienza di Dio attorno ad una certa cosa non ha principio, anche se ciò ch'è preconosciuto va incontro ad una fine. Ed è per questo che anche a quanti ci contraddicono sembra, anche se non ne sono sicuri, che l'atto increato di Dio sia la stessa cosa che l'essenza di Dio, mentre vietano del tutto d'affermare che non sono la stessa cosa. Perciò abbiamo dovuto dimostrare chiaramente anche che non sono la stessa cosa. Tuttavia sono increate e senza principio non solo la prescienza e la volizione, che sono atti naturali di Dio, e non essenze, ma anche tutte le proprietà che seguono la natura divina, le quali sono insieme ad essa e non sono nature, sono senza principio e non producono in essa nessuna composizione, come hai sentito prima. Inoltre, "l'essenza sovraessenziale di Dio è senza nome, perché è inesprimibile ed oltrepassa tutta la significazione prodotta con la voce, mentre vi è un nome per ciascun atto"(Gregorio di Nissa). Perciò anche quando non riusciamo a trovare un nome appropriato per questa sovraessenzialità, la nominiamo a partire dagli atti. Inoltre, non si potrebbe mai dire natura naturale o essenza essenziale; invece gli atti di Dio dai santi vengono chiamati naturali ed essenziali; infatti "tutte le proprietà che ha Dio", dice il divino Massimo, "le ha per natura e non sono acquisite". Ed ancora: "se si eliminano la volontà naturale e l'atto essenziale, non vi sarà più né Dio né uomo"; ed è sicuramente anche per questo che tentano di confutarci quanti ci accusano di diteismo, a causa della natura increata ed essenziale dell'atto divino, come se fossimo caduti in un terribile ateismo, mentre proprio loro sono colpevoli di questo." (Da "Difesa da Barlaam ed Acindino)
"Se infatti, nei santi, il dono deificante dello Spirito fosse creato, per di più come se si trattasse d'una qualche posizione o imitazione naturale, nel modo in cui chi ci assilla continua ad insegnare, i santi non sarebbero certo divinizzati al di sopra della natura, né sarebbero generati da Dio (Cfr. Gv.1,13), né sarebbero spirito, in quanto generati dallo Spirito (Cfr. Gv.3,6), né sarebbero uno spirito con il Signore, in quanto aderiscono a lui (Cfr. 1 Cor.6,17). E nemmeno Cristo, venendo ad abitare fra noi, avrebbe autorizzato solo i fedeli a divenire figli di Dio nel nome suo (Cfr. Gv.1,12); ed egli, prima ancora di venire ad abitare fra noi, sarebbe esistito fra tutti i pagani, se fosse in noi naturalmente, ed ora lo fosse anche in tutti coloro che sono empi o privi di rispetto per la religione. Ascolta il venerato Massimo, quando disputa con Pirro e dice: "dal cenno di Dio erano mossi anche Mosè, Davis e quanti hanno accolto in sé l'atto divino, grazie al rifiuto delle proprietà umane e carnali". Ed ancora, altrove: "quando l'immagine si volge verso l'archetipo ed è sollevata dall'atto divino, anzi è divenuta Dio con la divinizzazione, e soprattutto ha più piacere nello star fuori dalle determinazioni che naturalmente sono e sono intese su di essa, a causa della grazia dello Spirito che l'ha vinta." Quindi i divinizzati non vengono semplicemente migliorati nella natura, ma ricevono lo stesso atto divino, lo stesso Spirito Santo: infatti, secondo il grande Basilio, "quando intendiamo la dignità sua propria, lo contempliamo con il Padre e con il Figlio, mentre, quando ci riferiamo alla grazia attuata per coloro che ne partecipano, diciamo ch'è in noi"." (Da "Difesa da Barlaam ed Acindino")
"Ma vuoi che ti sia insegnato chiaramente anche come quanti sono ritenuti degni di divinizzarsi ricevano lo Spirito Santo stesso non in essenza, ma nello splendore e nella grazia increata? Ascolta chi dice: " scopo della gerarchia è l'assimilazione e l'unione, per quanto è possibile, con Dio, dal momento che essa rende i suoi seguaci immagini divine, specchi fedelissimi e senza macchia, che accolgono il raggio del principio della luce e del principio divino" (Dionigi Areopagita). E dal momento che ciò di cui tutti partecipano è uno, se non se ne partecipasse in più modi invece che in uno solo, che cosa impedirebbe ai santi ed a quanti non sono tali di partecipare di Dio, ed alla differenza di queste loro partecipazioni d'essere l'una increata e l'altra creata? Infatti, posto che Atanasio il grande ha detto che "il Dio uno è il Padre", il principio di tutte le cose, secondo l'Apostolo (Cfr. 1 Cor.8,16), "infatti anche la Parola è da lui per generazione e lo Spirito da Lui per processione", se qualcuno gli avesse chiesto: "come puoi dire che dal Padre di tutti gli enti solo il Figlio e lo Spirito sono Dio vero, e non distinto dal Padre?", avrebbe subito risposto che questo è possibile proprio grazie alla differenza dell'esistenza - infatti il Figlio e lo Spirito esistono dal Padre come uno splendore ed un raggio dalla luce (Cfr. Atanasio "Contra Arianos"), beninteso autipostaticamente, mentre tutte le altre cose esistono come creature del creatore -, così anche noi chiediamo come mai, visto che tutte le cose partecipano di Dio, ciò nonostante vediamo che molta e grandissima è la differenza della partecipazione dei santi. Infatti, dimmi, come mai la vita di nessuna realtà che partecipi di Dio vivendo in modo sensibile, razionale o intellettivo è ed è detta di specie divina o indiata, e neppure nessuna di queste realtà è ed è detta divina, o presa da Dio, o portatrice di Dio, o addirittura Dio, a meno che non si tratti d'uno dei divinizzati? Ma le cose che per loro natura vivono esclusivamente in modo sensibile, ed ancor più quelle che sono del tutto separate anche dalla sensazione, non saranno mai capaci di vivere indiatamente, benché anch'esse partecipino di Dio." (Da "Difesa da Barlaam ed Acindino")
"La natura intellettuale e razionale dell'anima che sola ha intelletto e ragione e spirito vivificante, sola, anche più degli angeli incorporei, è stata creata a immagine di Dio da Lui stesso. E questo è immutabile per lei, anche se non conosce la propria dignità e non pensa e vive in modo degno di Colui che l'ha creata a propria immagine. Perciò dunque neppure dopo la trasgressione dei progenitori nel Paradiso, per mezzo dell'albero - per cui sottostiamo, prima della morte del corpo, a quella dell'anima, che è la sua separazione da Dio - abbiamo perduto l' "ad immagine" pur avendo rigettato l'essere "a somiglianza" divina" (Da Filocalia Vol. 4 "Centocinquanta capitoli naturali, teologici, etici e pratici"). Inserito il 21 agosto 2006
“L’atto delle tre divine ipostasi non è uno in quanto simile, come presso di noi, ma uno davvero e nel numero: come quanti pensano al modo di Acindino non possono dire, poiché affermano che non vi è un atto increato comune dei tre, ma soatengono che le ipostasi sono una l’atto delle altre, sicché per loro non vi è un atto divino comune. Ed in questo modo non possono neppure parlare dell’atto uno dei tre, mentre invece, eliminando così l’uno con l’altro, anche in questo modo rendono il Dio trisipostatico anipostatico.” (Da Filocalia Vol. 4 "Centocinquanta capitoli naturali, teologici, etici e pratici"). Inserito il 21 agosto 2006 “Creature di Dio sono e sono dette da coloro che pensano rispettando la religione non l’atto di Dio, come nei deliri di Acindino – non sia mai quest’empietà – ma invece gli effetti compiuti dell’atto divino sono le creature. Se infatti le creature fossero atto, o esse sono increate – o follia! -, come se fossero prima d’essere create, oppure, prima delle creature – o empietà! -, Dio non avrebbe atto: mentre invece è agente ed onnipotente dall’eternità. Quindi non l’atto di Dio, ma le cose attuate ed effettivamente compiute, come che le si voglia chiamare, sono le creature. Ma secondo i teologi l’atto di Dio è increato e coeterno a Dio.” (Da Filocalia Vol. 4 "Centocinquanta capitoli naturali, teologici, etici e pratici"). Inserito il 24 settembre 2006 “I seguaci di Sergio e di Pirro tagliarono senza pietà la lingua e la mano di Massimo, sapiente nelle cose divine, ascrivendogli l’accusa di diteismo e di politeismo, poiché proclamava che, riguardo a Cristo, le volizioni e gli atti sono duplici, ovvero creati ed increati, in conformità alle nature, dato che, a suo parere, sono increati non solo la natura divina, ma anche la volizione divina e tutti gli atti naturali della natura divina, i quali non sono nature, ma movimenti confacenti a Dio, come egli dichiara in molti passi dei suoi scritti. Questo è il motivo per cui adesso anche noi siamo calunniati.” (Da “Terza lettera ad Acindino”). Inserito il 24 settembre 2006
“A volte accade quindi pure che la teologia indichi le tre ipostasi per riferirsi a Dio tutto intero; ed a volte pone anche l’intero su una sola di esse, grazie al fatto che la deità non si divide in parti al modo dei corpi, ma esiste tutta intera in ciascuna ipostasi. Lo stesso dunque puoi imparare, con una ricerca che si attenga alla verità, anche relativamente agli atti: esattamente come Dio s’inumanò tutto intero, anche se non s’inumanò ogni divina ipostasi, mentre invece una delle tre s’unì alla nostra massa corporea, tuttavia non nell’essenza, ma nell’ipostasi. Così Dio tutto intero divinizza coloro che ne sono degni, certo non unendosi loro nell’ipostasi, poiché questo accade solo per il solo Cristo, né nell’essenza, come anche il discorso è giunto a dimostrare, ma neppure in ogni grazia divina ed in ogni atto, ma in una piccola parte degli atti increati della deità increata, come anche questo è già stato dimostrato prima, essendo tutto intero presso ciascuno di loro ed essendo tutto intero in tutti, come dice il grande Basilio “dividendosi impassibilmente in parti ed interamente partecipato, a immagine del raggio solare”, nella cui piccola parte anche ciascun occhio vede l’intero sole.” (Da “Confutazioni di Acindino”) Inserito il 24 dicembre 2006
“Quando però si dice l’intero nella distinzione ipostatica, esso non include in se stesso anche le altre ipostasi, ma include, senza di esse, tutti gli atti divini con la natura divina. Così infatti si custodisce che il contenuto delle ipostasi sia privo di composizione, dal momento che Dio tutto intero s’è incarnato e così immutabilmente s’è unito tutto intero a me tutto intero, procurandomi la salvezza attraverso il patimento della carne, vale a dire la natura divina ed ogni potenza ed ogni atto in una sola delle divine ipostasi. Quando invece l’intero è detto da parte dei teologi nella distinzione degli atti in relazione ad uno solo di essi, esso non include in se stesso anche gli altri atti e, rispetto al contenuto di questi, si custodiscono di nuovo non composte, ma senza di questi, tutte le ipostasi. E così attraverso ciascuno di questi atti Dio tutto intero è partecipato ed attraverso ciascuno di essi è tutto intero nominato. Quale intero? Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, ma non ogni atto è nominato e partecipato attraverso un atto solo.” (Da “Confutazioni di Acindino”) Inserito il 24 dicembre 2006
“Bene, ora, esponiamo ciò che è riconosciuto chiaramente dalle due parti come possibile fonte di difficoltà. Infatti ci dicono: « Se voi dite increata la grazia che abita nei santi per nessun altro motivo, se non per il fatto che i santi partecipano, di Dio, c se d'altra parte, tutte 1e creature partecipano di Dio - infatti Dio le penetra tutte comunicando ad alcune la semplice esistenza e ad altre, oltre alla semplice esistenza, il vivere tramite i sensi, tramite la ragione, o infine tramite l'intelletto -, allora per tutte loro, il fatto di esistere per alcune, il fatto di vivere per altre e, per altre il fatto di riflettere e di pensare sarebbe increato. Ma noi, dal momento che siamo d'accordo e in sinfonia con tutti i santi, non abbiamo ritenuto conveniente dare loro una risposta: è la fede infatti che sta a fondamento della religione cristiana, non la dimostrazione. Tuttavia, a causa di quelli che si lasciano trascinare, dai loro discorsi speciosi, siamo obbligati a rispondere loro quanto segue: Carissimi, se voi dichiarate che la grazia divinizzante che agisce nei santi sia creata, perché tutte le creature hanno partecipazione a Dio, voi chiamerete tutto ciò che esiste, santo; quindi secondo voi, tutta la creazione sarà divinizzata.” (Da “L’uomo, mistero di luce increata” Pagine scelte, ed. Paoline) Inserito il 24 dicembre 2006
“In qualche modo l’essenza e l’atto sono la stessa cosa, riguardo a Dio, ma talvolta differiscono anche tra loro, come viene mostrato chiaramente nei discorsi dei padri. Dice infatti il divino Giovanni Damasceno, scrivendo attorno a Dio, che “una cosa è chi agisce, un’altra ciò che è attivo, ed un’altra l’atto; ed un’altra ancora l’effetto compiuto dell’atto”; ed il grande Gregorio, anche lui riguardo a Dio: “Altro è chi vuole ed altro la volizione, altro chi genera ed altro la generazione, altro chi parla ed altro al parola, se siamo sobri; i primi, infatti, sono come colui che si muove, le seconde come il movimento”. Ed a sua volta il grande Basilio: “Come può non essere ridicolo dire che la capacità creatrice è essenza, ed ancora essenza la provvidenza, lo stesso per la prescienza, e così semplicemente porre di nuovo come essenza ogni atto”? Vedi, o padre, come non sono sobri, come sono ridicoli e, come ho detto prima, dissennati quanti ritengono che, riguardo a Dio, l’essenza e l’atto non differiscano in niente? Del resto chi potrebbe citare tutti i detti dei padri con cui si dice e si mostra che, riguardo a Dio, l’atto è qualcosa d’altro dall’essenza? Come infatti le proprietà ipostatiche non sono ipostasi, ma contrassegni delle ipostasi, così anche le proprietà naturali non sono natura, ma contrassegni della natura; “chiamiamo naturali”, dice il santo Damasceno, “le volontà e gli atti, vale a dire la stessa potenza di volizione e d’attuazione, con la quale gli enti che vogliono ed agiscono vogliono ed agiscono”. (Da “Lettera al santissimo e sapiente nelle cose divine metropolita di Eno signore Daniele”). Inserito il 7 febbraio 2007
“Ma il Signore”, secondo il divino Cirillo, “manifesta ai santi anche se stesso, non con un riconoscimento inteso nel sapere, ma perché per loro il modo dell’illuminazione è eccezionale: infatti vedono con gli occhi dell’intendimento, grazie allo Spirito Santo, il Signore che dimora in loro”. E, secondo il divino Gregorio di Nissa, “la bellezza sovrastante a tutte le realtà sovramondane e celesti, che la Parola senza menzogna mostrò che i puri di cuore vedono nel cuore, è superiore ad ogni speranza e più alta al confronto per congetture”. Così grande è la beata contemplazione di coloro che hanno purificato il loro cuore; così grande è la visione e la partecipazione della luce del volto di Dio riservata ai cristiformi, secondo chi ha detto: “Manifesta a noi la luce del tuo volto, Signore”. Infatti, dice il teologo Crisostomo, “quando senti <volto di Dio>, non supporre niente di corporeo: in effetti qui si riferisce al suo atto e alla sua manifestazione”. Così, per il teologo di Damasco, “anche Mosè vide sul Tabor il volto di Dio”. In questo modo non “attraverso uno specchio”, né “a mo’ di enigma”, ma “faccia a faccia”, stando alla parola dell’apostolo, vedranno quanti purificano se stessi per una così grande speranza. Dice Gregorio, che ha preso il nome della teologia: “E pose l’oscurità come suo nascondimento, perché una natura oscura non vedesse facilmente la bellezza segreta e di cui pochi sono degni; ma la luce sarà presso la luce che attira sempre verso l’alto con la brama, in modo che un intelletto purificato s’avvicini a quella più pura, e una parte si mostri subito, un’altra alla fine, premio della gara della virtù e dell’inclinazione da qui mostrata verso di essa.” (Da “Confutazioni di Acindino”) Inserito il 27 maggio 2007
“Infatti, secondo Massimo, la natura increata è caratterizzata dall’atto increato; ma ciò che caratterizza è differente da ciò ch’è caratterizzato; se quindi la natura divina non ha un atto che da essa differisca, che sia anch’esso increato e conoscibile per noi a partire dalle attuazioni, mentre essa è fondata al di sopra d’ogni comprensione, in che modo qualcuno potrebbe mai sapere che c’è una natura increata, attorno alla quale di per sé non c’è nessuna intellezione, e tuttavia conoscibile dalle proprietà attorno ad essa, che sono, secondo il grande Atanasio, sia la sua potenza sia il suo atto? Tuttavia perché mi dilungo, dato che i santi c’insegnano alla lettera che la natura di Dio ed il suo atto non sono la stessa cosa? Della natura, infatti, è proprio il generare, dell’atto il fare; ed una cosa è l’essenza di Dio ed un’altra l’atto essenziale di Dio; ed una cosa è l’essenza di Dio ed un’altra la significazione dei nomi attorno ad essa.” (Da “Terza lettera ad Acindino”). Inserito il 17 giugno 2007
Ma per far vedere con una sola trattazione entrambe le cose, cioè che non ogni cosa attuata esiste come una creatura e che quest’atto è contemplato in Dio, ora bisogna menzionare il quinto santo concilio ecumenico. Scrivono infatti alla lettera i partecipanti a questo concilio: “Origene diceva che “Dio, passando dal non creare al creare, si mutò anche totalmente da una posizione ad un’altra”. Noi diciamo invece che non si mutò nella natura, ma nell’atto, anzi neppure in questo. Infatti da sempre aveva in sé la potenza di creare e di essere demiurgo, e questa potenza venne attuata quando Egli lo deliberò”. Ma allora Acindino non è chiaramente privo d’intendimento quando scrive “intendiamo l’attuante come creato”? Infatti la potenza eterna fu attuata ma non creata. “Ma questa potenza”, dice, “cessa”. Eppure anche il grande Basilio dice che “la prescienza di Dio attorno a qualcosa cessa quando ciò di cui aveva prescienza viene a compiersi”. E divinissima opera e cura del sesto concilio ecumenico fu di mostrare che il fatto che Cristo perdonava i peccati al paralitico e che vivificò la figlia del capo della sinagoga fu un atto increato divino, corrispettivo alla natura divina di Cristo, mentre toccare la figlia con una mano umana e parlarle con la lingua fu un atto totalmente creato, corrispettivo alla natura umana di Cristo. Ed osano contravvenire ed annullare un concilio così importante coloro che abbassano l’atto divino a creatura, solo perché si dice che viene attuato e che cessa. In effetti il vivificare incominciò e cessò allora, quando la figlia tornò a vivere, ma non per questo il vivificare è un atto creato di Dio. Ed anche il paralitico, dopo aver ricevuto il perdono dei peccati precedenti, su questo non ebbe più bisogno del perdono di colui che l’attuò. Infatti in questi casi avere principio e cessare è una proprietà della manifestazione, ma non dell’atto stesso, che è una potenza divina manifestatasi negli effetti compiuti, in quanto questi non contengono neppure la continuità, mentre quella è infaticabile. (Da “Confutazioni di Acindino”) Inserito il 2 settembre 2007
“Infatti vedere Dio è detto impossibile dai teologi, che lo reputano incomprensibile per ipostasi e per essenza. Infatti, secondo il divino Massimo, “la beata deità per essenza è sovraindicibile e sovrainconoscibile e non ha lasciato nemmeno un vestigio di comprensione, per quanto esiguo, alle cose che sono dopo di essa”. E, secondo le parole del profeta, “nessuno è nella sostanza del Signore”, e “nessuno vedrà il volto di Dio e vivrà”; secondo il teologo Gregorio, “nessuno vide o espresse la natura di Dio” e, secondo Giovanni Crisostomo, “pensare che l’essenza di Dio sia stata conosciuta non tiene conto di chi ha detto: <Porrò il mio trono al di sopra dei cieli>”. Quindi vedere Dio è detto impossibile dai teologi, che lo pongono come del tutto incomprensibile per essenza; tuttavia essi dissero che il Creatore si vede a partire dalle creature, non insegnando che a partire dalle creature si vede l’essenza divina - proprio questo in effetti dissero sicuramente impossibile -, ma dicendo che a partire dalle cose attuate s’intendono la potenza a l’atto divini.” (Da “Confutazioni di Acindino”) Inserito il 2 ottobre 2007
“In che modo, in effetti”, dice, “a partire dalle cose create, sarebbe possibile dedurre per analogia le essenze”? Ed ancora: “Dalle opere dell’artista non veniamo certo ad intendere nulla attorno all’essenza dell’artista, mentre invece riconosciamo da chi è generato la natura di chi lo ha generato”; ed ancora: “Le fatture mostrano in sé la sapienza, l’arte e la potenza, ma non l’essenza stessa, e neppure fanno vedere necessariamente tutta la potenza del creatore”. Invece Acindino, a quanti dicono appunto, in accordo confessionale con i Padri, che a partire dalle creature veniamo ad intendere qualcosa non attorno all’essenza divina, ma attorno alla divina potenza, contrappone i teologi che affermano che Dio si vede a partire dalle creature, come se la stessa essenza divina fosse vista e conosciuta a partire dalle creature. E di conseguenza non incita forse, per quanto è capace di farlo, i teologi contro se stessi?” (Da “Confutazioni di Acindino”) Inserito il 2 ottobre 2007
A questo punto cerca d’intendere, per favore, per quanto ne sei capace, prendendo dagli strumenti che usiamo gli aspetti utili alla soluzione del problema di cui ci stiamo occupando, che la vita naturale, l’esistenza, la conoscenza e tutte le altre cose simili a queste sono effetti compiuti degli atti divini, ma non sono propriamente degli atti. Invece la vita e la grazia indiata di coloro che esistono e vivono in modo divino e soprannaturale è un atto davvero divino e soprannaturale, con il quale si produce l’unione di Dio e di quanti sono degni di Dio. Quindi creature ed effetti compiuti degli atti divini, ma certo non anche atti, sono tutte le cose che vengono prodotte dai non enti per un ordine demiurgico. Invece quando il Signore, con il Padre, dimora, secondo la promessa, in quanti ne sono degni, gli effetti che si producono nei portatori di Dio non si compiono per un ordine demiurgico, ma perché Dio s’unisce e dimora divinamente in loro, concedendo con una potenza ed una grazia divinamente operanti a quanti gli sono legati le proprietà che naturalmente gl’ineriscono. Quindi i santi partecipano, ad imitazione degli angeli ed in modo conveniente agli angeli, non solo degli effetti compiuti, ma anche degli stessi atti di Dio: infatti il grande Basilio dice che gli angeli si differenziano dallo Spirito santo perché “la santità è di Esso per natura, mentre per loro la santificazione si produce per partecipazione”. (Da "Difesa da Barlaam ed Acindino") Inserito il 3 novembre 2007
Come puoi avere ancora timore di una composizione in Dio, dal momento che gli atti sono e sono detti increati? Invece dovresti temere molto di più di non essere tu a fare di Dio una creatura, dal momento che ritieni creati i suoi atti naturali, mentre il divino Damasceno, a proposito dei due atti in Cristo, dice che “quello creato mostrerà una natura creata, mentre quello increato caratterizzerà un’essenza increata: infatti bisogna che le proprietà naturali corrispondano rispettivamente alle nature”; e concordemente con lui il venerato Massimo: “se togliamo la volontà naturale e l’atto essenziale, e quindi l’essenza divina e quella umana, egli in che modo sarà Dio o sarà uomo?”. Come sarebbe? Le proprietà ipostatiche della somma Triade non sono forse molte ed increate? Ed allora come mai da esse non derivano molti dèi, o uno solo composto? Oppure dirai che anch’esse sono una sola sotto tutti gli aspetti e che sono lo stesso che l’essenza di Dio, senza nessuna differenza, così come lo dici dell’atto? Temo proprio che tu non ci presenti un Dio del tutto privo d’essenza e d’ipostasi: infatti tutte queste proprietà, di per sé, sono del tutto anipostatiche. Ma tu dici che esse sono sotto tutti gli aspetti identiche all’essenza di Dio e che Dio è in ogni modo uno ed indivisibile in parti, dal momento che non comprendi che si moltiplica rimanendo uno, che si divide in parti rimanendo indivisibile in parti e che viene partecipato in vari modi, pur essendo del tutto indivisibile e pur essendo inseparabilmente legato per potenza sovraessenziale alla sua stessa unità. (Da "Difesa da Barlaam ed Acindino") Inserito il 16 febbraio 2008
Quando allora ci senti dire che altro è l’essenza ed altro l’atto, intendi che noi diciamo che ciascuno di questi nomi ha il suo significato, diverso da quello dell’altro, come disse anche il grande Basilio. Ed ancora (Basilio): “se poi assumiamo l’ingenerato come parte dell’essenza, se ne può dedurre che ciò che risulta da cose differenti è composto; invece, se poniamo come essenza di Dio la luce, la vita o il bene, allora Egli risulta tutto intero come vita, tutto intero come luce e tutto intero come bene, e se la vita ha come conseguenza l’ingenerato, che per essenza è semplice come potrebbe non essere non composto?” Ed ancora, agli eretici che allora dicevano esattamente lo stesso di quanti ora ci contraddicono, cioè che Dio sarebbe semplice e che tutto ciò che tu potresti enumerare come conoscibile sarebbe parte dell’essenza, egli (Basilio) dice che “questo è un sofisma che produce mille assurdità; infatti, se vi fossero davvero questi nomi numerabili, essi come potrebbero essere attribuiti ad una sola essenza ed avere l’uno rispetto all’altro la stessa potenza”? Ed ancora (Basilio): “noi diciamo di conoscere la maestà di Dio, la sua potenza e la sua sapienza, ma non l’essenza stessa”. Perciò, quando ci senti dire che in Dio altro è l’essenza ed altro la potenza o l’atto, sappi che noi diciamo appunto che la potenza o l’atto di Dio sono in qualche modo conosciuti, mentre l’essenza non è conosciuta da nessuno. (Da "Difesa da Barlaam ed Acindino") Inserito il 20 marzo 2008
Barlaam ed Acindino riconoscano perciò anche a partire da questo che fanno apparire creata propriamente la stessa deità di Dio, quando scrivono follemente che “una, senza principio e senza fine è l’essenza di Dio, mentre tutte le cose fuori da essa esistono con una natura fatta essere”, ed ancora: “sola deità increata è la natura di Dio, mentre le proprietà attorno ad essa sono tutte create”. La deità è propriamente un nome dell’atto divino, che dal Padre avanza attraverso il Figlio nello Spirito Santo e che ci si svela attraverso gli effetti compiuti, ma non è certo propriamente un nome dell’essenza divina: infatti l’atto è movimento dell’essenza, ma non essenza. Tuttavia un movimento è l’atto di chi? Senza dubbio di Dio. Per questo esso è anche deità di Dio. Perciò parlano di due deità di Dio, una increata ed una creata, quella sovrastante increata e quella sottostante creata, coloro che chiamano deità increata solo la natura di Dio e deità creata il suo atto attorno ad essa; ma soprattutto dividono in due, senza intendimento, la deità una di Dio in una deità increata ed in una creata: infatti l’agire e l’atto sono lo stesso, come il muoversi ed il movimento. Chi quindi, se non delira completamente, dirà che, per il fatto d’agire e di muoversi, chi agisce e si muove ha molte proprietà in contraddizione reciproca, come l’increato ed il creato? Infatti sarebbe lo stesso che dire che chi sta è molti per il fatto di stare, anche se lo stare differisce da chi sta ed il movimento da chi si muove, e che per questa differenza ciascuna di queste cose sia qualcos’altro: se invece queste cose non differiscono una dall’altra in termini di contraddizione, nulla impedisce che tutte siano una. Così sarebbe dunque anche se l’atto divino differisse dall’essenza divina, mentre nell’essenza e nell’atto vi è una sola deità di Dio. E non solo una, ma anche semplice: infatti che composizione c’è fra chi si muove ed il movimento, che è come dire fra l’agente e l’atto? Infatti nemmeno chi sta è composto a causa del suo stare. Non è chiarissimo allora che quanti ci accusano di diteismo, con la scusa che rispettiemo la differenza dell’essenza divina dall’atto divino, formulano la loro accusa verso di noi in modo menzognero? (Da "Difesa da Barlaam ed Acindino") Inserito il 14 giugno 2008
Il divino Nilo dice che “la quiete dell’intelletto è un’altezza intellettuale paragonabile al colore celeste; con cui si manifesta, al momento della preghiera, anche la luce della Triade”. Ed ancora: “se si vuole vedere la quiete dell’intelletto, ci si privi di tutti i concetti, ed allora la si vedrà paragonabile allo zaffiro o al colore celeste”. Ma fare questo senza impassibilità e impossibile; infatti bisogna che Dio cooperi ed ispiri la luce a Lui connaturale. E san Diadoco dice: “due cose conferisce a noi la santa grazia attraverso il battesimo, una delle quali supera infinitamente l’altra: infatti ci rinnova nell’acqua e fa splendere l’”ad immagine”, cancellando da noi ogni ruga del peccato; invece l’altra aspetta di metterla in opera con noi. Quando dunque l’intelletto comincia a gustare con piena percezione la bontà dello Spirito santissimo, allora dobbiamo sapere che la grazia inizia come a disegnare sull’”ad immagine” l’”a somiglianza”; sicché la percezione stessa mostra che noi siamo conformi a somiglianza, ma conosceremo la perfezione della somiglianza solo a partire dall’illuminazione.” Ed ancora: “L’amore spirituale non si può acquisire, se non si è illuminati con ogni sicurezza dallo Spirito Santo. Se infatti l’intelletto non assume perfettamente l’”a somiglianza” attraverso la luce divina, può avere tutte le altre virtù, ma rimane ancora privo anche d’una parte di perfetto amore”. Allo stesso modo udiamo che anche sant’Isacco dice che, al momento della preghiera, l’intelletto che ha avuto il dono di grazia vede la propria purezza “simile al colore sovra celeste, che gli anziani di Israele chiamarono luogo di Dio, quando fu visto da loro sul monte”; ed ancora: “La preghiera è una purezza dell’intelletto la quale si stacca con stupore dalla luce della santa Triade”; ed ancora: “E’ purezza dell’intelletto quella su cui, nel momento della preghiera, splende la luce della santa Triade”. Ma l’intelletto ritenuto degno di quella luce trasmette anche al corpo ad esso collegato molti indizi della bellezza divina e, stando in mezzo fra grazia divina e spessore del corpo, pone anche in esso una potenza degl’impossibili. Di qui viene anche la posizione di specie divina per virtù e difficile da combattere, e la sua totale immobilità o difficoltà a smuoversi rispetto alla malvagità. Di qui la Parola che chiarisce le ragioni degli enti e che svela da se stessa, per la sua purezza, i misteri della natura: attraverso i quali, in termini d’analogia, da quanti ascoltano fedelmente ciò ch’è inteso viene tratto alla comprensione delle cose superiori alla natura: quella che lo stesso Padre della Parola racchiuse in contatti immateriali. Di qui anche le altre varie opere miracolose: la chiaroveggenza, la preveggenza, ed il ragionare d’eventi che accadono lontano come fossero sotto gli occhi. E la cosa più grande è che lo scopo di quei beati non verte su nulla di tutto ciò, ma è come se qualcuno guardasse un raggio di sole e percepisse le particelle nell’aria, anche se non era questo lo scopo che si prefiggeva, e così essi si familiarizzano puramente con i raggi divini, presso i quali è per natura la rivelazione di tutte le cose, non solo di quelle che sono o anche sono avvenute, ma pure di quelle che saranno poi, ed una meta secondaria della via viene ad essere nel modo più vero la conoscenza di queste cose, in analogia alla purezza; ed è utile loro il rivolgersi ed il convergere verso se stesso dell’intelletto, anzi il rivolgersi di tutte le potenze dell’anima, anche s’è mirabile a dirsi, verso l’intelletto e verso l’atto fedele ad esso e fedele a Dio, attraverso il quale, guardando al prototipo, si dispongono correttamente, in quanto la grazia fa riemergere quell’inesplicabile bellezza del principio. A tanta altezza la beata afflizione eleva gli umili di cuore ed i poveri in spirito. (Da "Difesa da Barlaam ed Acindino") Inserito il 20 gennaio 2010
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