"Dio, il Signore è nostra luce" Sal. 118,27

[Essenza e Energie divine] [La divinizzazione dell'uomo] [Il Filioque]
[Preghiere tratte dai Padri della Chiesa]  [Link]
[Ecumenismo e dialogo interreligioso]

 

Tomo aghioritico

La nozione biblica della luce 

 

La teologia dell'esicasmo

 

Gregorio il sinaita

 

Giovanni Climaco

 

Sull'esicasmo

 

La preghiera esicasta

           

Silvano del Monte Athos

 

 



"Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi" (Ef. 6,18).

 

Sulla preghiera e la purezza del cuore

Poiché la divinità è bontà in sé, e misericordia assoluta e abisso di benignità, o piuttosto è ciò che abbraccia tale abisso in quanto è al di sopra di ogni nome che viene nominato e di ogni cosa che viene pensata, si può ottenere misericordia solo con l'unione ad essa.

Ci si unisce poi ad essa, per la comunione - per quanto è possibile - con le virtù che le sono affini e per la comunione che si realizza mediante la supplica e l'unione nella preghiera a Dio.

Ma la comunione mediante le virtù, per affinità, rende l'uomo virtuoso idoneo all'accoglienza della divinità, non però anche all'unione. E' la potenza della preghiera, invece, che della stessa tensione dell'uomo verso Dio e dell'unione fa un sacrificio, una offerta sacrificale, essendo legame fra le creature razionali e il Creatore. Questo, però, qualora la preghiera trascenda le passioni e i loro pensieri, con una infiammata e ardente compunzione, poiché è impossibile che Dio si unisca ad un intelletto passionale.

Cosicché, l'intelletto che è ancora tale nella preghiera non ottiene neppure misericordia; ma quanto di pensieri è capace di rifiutare, tanto gli torna in afflizione spirituale e, in proporzione all'afflizione, ottiene anche la misericordia della consolazione. Se in questo poi sarà rimasto a lungo con umiltà, trasformerà anche tutta intera la parte passibile dell'anima.

Quando l'unità dell'intelletto diviene triplice rimanendo una, allora essa si congiunge alla divina Monade triadica, avendo chiuso ogni entrata all'errore ed essendosi posta al di sopra della carne, del mondo e del dominatore del mondo. Così, fuggendo in tutto le occasioni che essi offrono, è in se stessa e in Dio, godendo, finché resta tale, di quella esultanza spirituale che sgorga dall'intimo.

L'unità dell'intelletto diventa triplice rimanendo una quando si rivolge a se stessa e mediante se stessa si eleva a Dio. Il rivolgersi dell'intelletto a se stesso è sorveglianza di se stesso, e la sua elevazione a Dio si opera in principio attraverso la preghiera, ma una preghiera concentrata (talvolta anche attraverso una preghiera piuttosto discorsiva, ma allora tutto è anche più laborioso). Se uno persevera in questa concentrazione dell'intelletto e, nella tensione verso Dio, trattiene energicamente il vagare della propria mente, si avvicina con l'intelletto a Dio, raggiunge beni ineffabili, gusta il secolo futuro e conosce con la percezione spirituale che il Signore è buono, come dice anche il salmista: Gustate e vedete che il Signore è buono.

Forse non è troppo difficile, per uno che sorvegli l'intelletto e in questa sorveglianza si sorveglia e prega, scoprire che esso è triplice pur restando uno; ma perseverare per lungo tempo in questo stato che genera i beni ineffabili è di gran lunga la cosa più difficile di tutte, poiché ogni fatica di altra virtù paragonata a questa è piccola e sopportabilissima. Anche per questo, molti che sono venuti meno di fronte alla ristrettezza della virtù della preghiera non ottengono l'ampiezza dei carismi. Ma più grandi soccorsi divini accolgono coloro che pazientano e portandoli e sollevandoli li fanno progredire con piacere verso ciò che sta davanti: alleviano la loro difficoltà, introducendovi, per così dire, una qualità angelica, e rendono così la nostra natura capace di intrattenersi con ciò che la supera, secondo il detto del profeta: A coloro che pazientano spunteranno le ali e muterà la forza.

Si dice intelletto anche l'operazione dell'intelletto che consiste in pensieri e concetti. E' intelletto anche la potenza che opera queste cose, che è detta anche "cuore" dalla Scrittura. E' per questa, la principale delle nostre potenze, che l'anima che è in noi è razionale. L'operazione dell'intelletto, cioè i suoi pensieri, in coloro che sono tutti dediti alla preghiera, soprattutto a quella monologica, si attua e purifica facilmente; ma la potenza che genera quella operazione non può essere purificata se non lo sono anche tutte le altre potenze dell'anima, poiché l'anima è una realtà unica dotata di più potenze. Pertanto, se da una qualunque delle potenze che sono nell'anima si genera la malizia, essa ne è contaminata tutta intera e ne partecipano tutte le potenze dell'anima una, per via della sua unità.

Ma poiché ciascuna delle potenze presta un'operazione differente, è possibile che una sola qualunque operazione, per la cura che vi si pone, venga temporaneamente purificata; per questo però non sarà pura anche la sua potenza, poiché partecipando delle altre è più facile che sia impura che pura.

Perciò, se qualcuno, per aver purificato l'operazione dell'intelletto mediante la diligenza nella preghiera ed essere stato moderatamente illuminato, o da una luce di scienza o anche da una illuminazione intellettuale, si considera per questo purificato, si illude ingannando se stesso, e per la sua presunzione apre una grande porta contro di sé a colui che sempre mette mano ad ingannare. Se, invece, consapevole della propria impurità di cuore, non si esalta per quella modesta purificazione ma se ne usa come aiuto delle altre potenze dell'anima, vede con più chiarezza l'impurità e progredisce nell'umiltà, l'aggiunge all'afflizione spirituale e trova appropriate cure per ciascuna potenza dell'anima, purificando la sua potenza pratica con la prassi, la conoscitiva con la scienza, la contemplativa con la preghiera; attraverso queste perviene quindi alla purificazione perfetta, vera e saldissima del cuore e dell'intelletto che nessuno potrebbe raggiungere altrimenti che con la perfezione nella pratica, la contrizione perseverante, la contemplazione, e, nella contemplazione, la preghiera.

(Tratto da "LA FILOCALIA" Vol. 4 pag. 63-65)


[Altri scritti]