"Dio, il Signore è nostra luce" Sal. 118,27

[Essenza e Energie divine] [La divinizzazione dell'uomo] [Il Filioque]
[Preghiere tratte dai Padri della Chiesa]  [Link]
[Ecumenismo e dialogo interreligioso]

 

Tomo aghioritico

La nozione biblica della luce 

 

La teologia dell'esicasmo

 

Gregorio il sinaita

 

Giovanni Climaco

 

Sull'esicasmo

 

La preghiera esicasta

           

Silvano del Monte Athos

 

 



 

 

 

SULLA DIVINIZZAZIONE DELL’UOMO

Sulla divina partecipazione che divinizza o sulla divina e soprannaturale semplicità

 (San Gregorio Palamas)

 

 

Bene, ora, esponiamo ciò che è riconosciuto chiaramente dalle due parti come possibile fonte di difficoltà. Infatti ci dicono: “Se voi dite increata la grazia che abita nei santi per nessun altro motivo, se non per il fatto che i santi partecipano di Dio, e se d’altra parte, tutte le creature partecipano di Dio – infatti Dio le penetra tutte comunicando ad alcune la semplice esistenza e ad altre, oltre alla semplice esistenza, il vivere tramite i sensi, tramite la ragione, o infine tramite l’intelletto -, allora per tutte loro, il fatto di esistere per alcune, il fatto di vivere per altre e, per altre il fatto di riflettere e di pensare sarebbe increato”. Ma noi, dal momento che siamo d’accordo e in sinfonia con tutti i santi, non abbiamo ritenuto conveniente dare loro una risposta: è la fede infatti che sta a fondamento della religione cristiana, non la dimostrazione. Tuttavia, a causa di quelli che si lasciano trascinare dai loro discorsi speciosi, siamo obbligati a rispondere loro quanto segue: Carissimi, se voi dichiarate che la grazia divinizzante che agisce nei santi sia creata, perché tutte le creature hanno partecipazione a Dio, voi chiamerete tutto ciò che esiste, santo; quindi secondo voi, tutta la creazione sarà divinizzata. E non solo gli esseri dotati di ragione saranno santi, e, più precisamente, quelli di noi che hanno ricevuto il dono deificante dello Spirito, ma anche gli esseri privi di ragione e, al limite, anche gli esseri inanimati.

Quale sarà la conseguenza di questo, dal momento che ogni essere supera l’altro secondo il suo modo di esistenza e di vita che ha ricevuto? Allo stesso modo, per quanto riguarda la santità, vedrai forse una differenza fra di loro? Così, secondo te, l’ape sarà più santa della mosca, il giovane agnellino lo sarà più dell’ape, e altre specie dell’agnellino, e l’essere umano più di tutti questi, fosse anche Gesabel. E di nuovo: la formica sarà più santa dei moscerini, e l’ariete più della formica, e se vuoi, il toro, l’elefante o qualunque altra bestia sarà più santa dei moscerini, e a sua volta, l’uomo più santo, fosse anche Acab? Ecco che tipo di santo avrebbe in mente colui che segue queste dottrine ridicole, traendo voi in inganno e dimostrandosi, in questo modo, apertamente nemico del Vangelo di Cristo.

Infatti, se il dono dello Spirito che deifica i santi fosse creato, e questo in quanto “habitus” o come un’imitazione naturale, poiché così va predicando colui che cerca di turbarci, allora si dovrebbe affermare che i santi non ricevono la divinizzazione in modo sovrannaturale, che non sono generati da Dio, non saranno detti spiriti come nati dallo Spirito, né che sono spirito perché nati da spirito, né che sono un solo spirito con il Signore, in quanto indissolubilmente uniti a Lui.

Inoltre si dovrebbe affermare che Cristo, venendo ad abitare in mezzo a noi, non avrebbe dato il potere di diventare figli di Dio solo a quelli che credono nel suo nome; perché, prima ancora della sua incarnazione, sarebbe stato presente in tutti i pagani, se fosse vero che egli è presente in noi per natura, e così ancora ora, sarebbe presente in tutti, empi e fedeli. Ascolta il venerabile Massimo discutere con Pirro mentre gli dice: “Si muovevano al suo cenno [della volontà di Dio] Mosè e Davide e quanti sono divenuti capaci di accogliere la divina operazione mediante il rifiuto delle proprietà umane e materiali”. E altrove ancora: Quando “l’immagine risale verso l’archetipo e come un sigillo su di un’impronta […] si è impossessato della operazione di Dio, o piuttosto è diventato Dio grazie alla divinizzazione, e prova maggior piacere a separarsi dalle cose che sono e che pensiamo che siano in lui secondo natura. Questo avviene perché è sopraffatto dalla grazia dello Spirito e mostra di avere in sé l’unico che opera, Dio…”

 

Certo, coloro che sono stati divinizzati non sono semplicemente migliorati nella loro natura, ma ricevono inoltre questa stessa divina energia: lo Spirito Santo stesso. Secondo Basilio il Grande, “quando intendiamo la dignità sua propria, lo contempliamo col Padre e col Figlio, mentre quando ci riferiamo alla grazia attuata, per coloro che ne partecipano, diciamo che in noi”. Ma se è così per i santi come lo è per tutte le creature, ossia se Dio, secondo le vostre abili riflessioni, creasse la santità nei santi nello stesso modo con il quale crea negli altri esseri le qualità a loro convenienti, quale bisogno ci sarebbe allora di Cristo e della sua venuta sulla terra? Quale bisogno del battesimo secondo il suo ordine, e quale bisogno del potere e della capacità che ne risultano per noi? Quale bisogno, dello Spirito soffiato, mandato e stabilito in noi sua dimora già dal principio? Infatti, sarebbe stato presente in noi, come pure nell’universo e Dio sarebbe a causa di ciò nello stesso modo creatore e divinizzatore. Tuttavia il grande Basilio ha detto chiaramente: “Se Dio allo stesso modo crea e genera, allo stesso modo il Cristo è il nostro creatore e padre; essendo egli Dio, non c’è bisogno dell’adozione filiale per mezzo dello Spirito Santo”. Egli ci ha fatti rivivere con Cristo dice l’Apostolo, e ci ha fatto sedere insieme nei luoghi celesti, in Gesù Cristo. Perché per grazia infatti siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene.

Ora tu ci costruisci una divinizzazione come proveniente dai soli effetti dell’imitazione naturale, affermando che dono deificante e grazia divina non sono altro che l’imitazione che viene dalla natura? Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene e il suo Spirito abita in noi e: tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito, e: chi si unisce al Signore forma con lui un solo Spirito, e: Cristo abita nei cuori dei credenti per mezzo dello Spirito, e: dopo aver ascoltato la parola della verità, alla quale siamo stati fedeli, abbiamo ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, e: da questo si conosce che noi rimaniamo in lui e egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito, e infine, dice: non avete ricevuto uno spirito da schiavi, ma uno spirito da figli.

Ma tu non affermi forse che è a cose create che partecipano e che sono cose create che contemplano coloro che con chiarezza, a causa dell’estrema purezza del cuore, vedono e ricevono lo splendore di Dio, hanno accolto il Figlio venuto con il Padre per dimorare in loro e manifestarsi a loro, secondo la sua promessa? Che dici, uomo? Lo Spirito di Cristo, lo Spirito di Dio, lo Spirito Santo della promessa, la caparra dell’eredità dei santi, lo Spirito di adozione a figli, la promessa dello Spirito che il Figlio, dopo averla ricevuta dal Padre, donò per grazia a coloro che credono in lui, questo stesso Spirito che, secondo il profeta Gioele, si riversa sui servi e sulle serve di Dio a partire dal suo Spirito, questo Spirito, tu lo consideri come una creatura e un’imitazione naturale, e vai pure in giro ad accusare di empietà quanti non accettano di bestemmiare insieme a te. Non temi neanche le parole dell’Apostolo che dice che i nostri corpi sono il tempio dello Spirito Santo che abita in noi. E ancora: voi siete tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in voi. L’Apostolo avrebbe mai dato all’abitazione di uno schiavo l’onore di essere chiamato tempio? Ma se lo Spirito fosse in noi come in tutte le cose, sarebbero tempio di Dio anche gli animali privi di razionalità, le belve, i rettili, e, perché no?, anche i Greci che veneravano queste cose a altre come idoli. Invano, quindi, l’Apostolo avrebbe posto i fedeli, soprattutto i più stimabili, al di sopra di tutti questi esseri: non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?; e aggiunge: a meno che ne siate indegni.

 

La vostra obiezione è: “Voi frantumate lo Spirito divino, dicendolo a volte subordinato, a volte increato e trascendente, e misurate Dio, sostenendo che la grazia è presente in un santo di più e in un altro di meno. Parlando di grazia non parlate della somiglianza con Dio che ciascuno ha acquisito per imitazione, ma parlate di qualcosa d’altro da questa, che viene dall’alto, che è un dono ed è increato”. A chi ritieni di rivolgere queste parole, a noi o al Profeta? Anzi per dire il vero al Dio dei profeti, che per mezzo di uno di loro ha detto: effonderò il mio spirito sopra ogni uomo; ti rivolgi a Dio che per mezzo dell’Apostolo parla di doni dello Spirito Santo distribuiti secondo la sua volontà; pensi a Dionigi, il quale scrive chiaramente che “è una sola la cosa a cui tendono tutti gli esseri che si conformano a Dio, ma questi non partecipano in modo uniforme dello stesso unico essere; infatti, la bilancia divina dà a ciascuno la partecipazione secondo il suo merito”. Quindi lo Spirito non è né pesato né misurato, anzi è egli stesso misura degli esseri che partecipano di lui, dandosi a ciascuno a seconda del merito, con la giustizia salvifica propria dello Spirito. E perciò lo Spirito non viene diviso in parti, ma noi in quanto incapaci di ricevere il tutto: lo Spirito invece splende su di noi senza dividersi.

 

Proprio così ci viene raccontato che Paolo sperimentò, parzialmente attenuato, lo splendore della grande luce. E quelli che salirono insieme al Signore sul monte videro la gloria del Signore non interamente, affinché non perdessero, con la vista, anche la vita. Questa luce non solo è indivisibile in parti negli esseri separati che però partecipano di essa, ma anche unisce, come una potenza unificatrice, riporta all’unità coloro che ne partecipano per quanto possono, sollevandoli verso l’unità del Padre, che li raduna, e verso la semplicità deificante. In vista di unire gli esseri ai quali è rivolta la sua provvidenza, lo Spirito, pur riversandosi e moltiplicandosi, come conviene alla sua bontà, rimane pur sempre in se stesso secondo la sua potenza sovraessenziale. Tuttavia, se tale effusione, missione o processione è anche una manifestazione – come dice l’Apostolo, una manifestazione particolare dello Spirito [è data] per l’utilità comune – sarà forse misurabile quello Spirito che misura la propria epifania secondo le disposizioni interiori di quanti misticamente sono rivolti a lui? E, come se fosse inutile a tutti, per il fatto di non manifestarsi mai pienamente e di trascendere infinitamente ogni manifestazione e intellezione, si divide forse in parti o diviene un composto fra qualcosa di inferiore e qualcosa di superiore? Vi rendete almeno conto di questo, voi sapienti su tutto, che ciò che si manifesta di Dio, ciò che è pensato o partecipato di Lui, non è che una parte di Dio, e che non è come pensate voi che per questo fatto allora Dio subirebbe una divisione. Anzi, in realtà, è sempre interamente che egli si rivela e non si rivela, è pensato e non pensato, partecipato e impartecipabile.

 

Secondo il grande Dionigi, “la deificazione è assimilazione e unione con Dio”. Se è così, è impossibile ammettere che la divinizzazione sia un’imitazione naturale. Infatti abbiamo bisogno della somiglianza per entrare in modo armonioso in quell’unione grazie alla quale si compie pienamente la divinizzazione, ma la stessa somiglianza, senza l’unione, non basta a rendere conto della divinizzazione. E la somiglianza che affermo essere necessaria è quella che ci viene dal mettere in pratica e osservare i comandamenti divini: essa non procede semplicemente da un’imitazione naturale, ma dalla potenza dello Spirito, la quale, al momento della nostra santa rigenerazione, viene dall’alto e si posa ineffabilmente sui battezzati. Attraverso di essa quelli che non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati, come bambini appena nati, possano giungere allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. Infatti, dice, nessuno cui non sia stato concesso di esistere in modo divino può conoscere o mettere in atto i doni di Dio. Perciò, mio caro, impara dai primi elementi, come si dice, che cosa ci sia di straordinario nella divinizzazione: se la sua natura non produce da sé il principio, come potrebbe essere naturale e creato il compimento? E se, secondo il suo principio, essa è smisuratamente superiore all’imitazione naturale, come potrebbe essere un’imitazione naturale quando si compie? Anche Giovanni, figlio di Zaccaria, battezza, ma solo con l’acqua. Invece Gesù, il Figlio di Dio, quando battezza, lo fa con l’acqua e con lo Spirito. In che cosa consiste la differenza? Forse soltanto nel nome? No di certo. La differenza sta nella grazia che agisce e con potenza divinizza, la differenza sta nello stesso Spirito Santo non riversato per essenza sul battezzato, ma fortemente aderente al battezzato per la grazia della santificazione che è propria dello Spirito Santo. Se invece questa grazia fosse una creatura e noi che ne prendiamo parte partecipassimo di qualcosa di creato, come lo Spirito Santo potrà essere increato?

 

“Se dunque noi entriamo a far parte della natura divina mediante la partecipazione allo Spiriti Santo, è follia affermare che lo Spirito appartenga alla natura creata e non a quella di Dio” ( S. Atanasio). E anche Cristo, Figlio di Dio, come avrebbe potuto battezzare con una cosa creata, al modo di Giovanni, e far sorgere nei battezzati una forza e una grazia create, lui che, secondo Paolo, è stato costituito, vale a dire confermato, Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti?. Quindi, la potenza che si è manifestata e che ha rivelato che Gesù è Figlio di Dio era forse una creatura? E in che modo, essendo Dio, sarebbe stato manifestato grazie ad essa? E non pensare, ti prego, a quella potenza che ha purificato i lebbrosi, ridato al vista ai ciechi, raddrizzato gli storpi, guarito i paralitici – solo chi è miope come i farisei può guardare prima a questo tipo di potenza – invece tu, tieni conto, prima di tutto, di quello che ha invisibilmente sciolto i lacci dei peccati, che ha fatto posto allo Spirito di santità; tieni conto di quella potenza che raddrizza e illumina l’uomo interiore e che, grazie all’unione con Dio, fa risuscitare dai morti e consente all’anima di vivere in modo divino, dando ad essa la vita di Dio, vita divina e davvero eterna. Infatti la risurrezione del corpo segue realmente, come anche la morte, in principio, aveva seguito la morte dell’anima: la morte dell’anima è infatti questo: la separazione dalla sua vita in Dio.

Ed è solo questa la morte da temere: invece quella ad essa successiva, vale a dire la morte del corpo, è di per sé altamente auspicabile perché effetto dell’amore di Dio per gli uomini, amore che, ahimè, non avrà la folla degli ingiusti nel giudizio futuro. In realtà la risurrezione del corpo aspetta anche quanti non hanno usato bene del talento dato loro da Dio, cioè la grazia divina; la risurrezione, se resta continuamente unita a quella “seconda morte”, come Giovanni ci ha rivelato nell’Apocalisse, è peggiore anche della morte. Se in questo modo alcuni vivono in eterno pur essendo morti, se anche molti di quanti ora vivono quaggiù in realtà sono morti, come mostrò il Signore della vita e della morte, vi è quindi una morte dell’anima, benché quest’ultima, per sua natura, rimanga immortale. Come allora vivrà, se ha avuto una vita creata? Invece vediamo che è morta, pur essendo ancora viva. Se invece deve trovare una vita migliore, bisogna che abbia avuto parte alla vita increata, la stessa che non è separata dallo Spirito. Perciò dice Basilio che partecipò di tale vita e ne parlò per esperienza: “La vita che lo Spirito invia nell’ipostasi di un altro non se ne separa, in quanto esso ha la vita in se stesso, e quanti ne partecipano vivono in modo conveniente a Dio, perché hanno acquisito una vita divina e celeste”.

 

Ma vuoi che ti sia insegnato chiaramente come coloro che sono ritenuti degni di essere divinizzati ricevono lo Spirito Santo stesso, non secondo l’essenza, ma secondo l’illuminazione e la grazia increate? Ascolta colui che dice: “Il fine della gerarchia è l’assimilazione e l’unione a Dio, per quanto è possibile […], rende anche i propri seguaci immagini divine, e specchi chiarissimi e immacolati adatti a ricevere il raggio della prima luce e tearchico” (Dionigi Areopagita).

Ora, se è uno ciò a cui tutti partecipano in più modi invece che in uno solo, che cosa impedirà ai santi e ai non santi di partecipare di Dio, visto che la differenza di queste loro partecipazioni è di essere l’una increata e l’altra creata? Atanasio il grande ha infatti detto che “il Dio uno è il Padre, il principio di tutte le cose, secondo l’Apostolo, infatti anche la Parola è da lui per generazione e lo Spirito da lui per processione”; se qualcuno gli avesse chiesto: “Come può essere che tutte le cose vengono dal Padre, solo il Figlio e lo Spirito sono Dio vero, senza separazione dal Padre?”, Atanasio avrebbe risposto senza esitazione che questo è possibile proprio grazie alla differenza del modo dell’esistenza – infatti il Figlio e lo Spirito ricevono la loro esistenza dal Padre come un riflesso e un raggio ricevono la luce, beninteso che avviene per ognuno nella propria ipostasi, mentre tutti gli altri esseri ricevono la loro esistenza come creature del Creatore. Allo stesso modo potremmo dire che anche se tutte le cose partecipano di Dio, ciò nonostante molta e grandissima è la differenza della partecipazione che vivono i santi. Infatti, dimmi come mai fra tutti quelli che partecipano di Dio per il semplice fatto di vivere – che si tratti della vita sensibile, razionale o intellettiva – come mai, chiedo, non ve ne sia nessuno la cui vita sia deiforme o piena di Dio e sia detta tale, o ancora come mai nessuno di questi esseri sia “divino”, o “posseduto da Dio”, o “portatore di Dio”, o addirittura “Dio”, al di fuori di coloro che sono stati divinizzati?. Per quanto riguarda poi coloro che sono fatti per vivere in modo esclusivamente sensibile, come a maggior ragione per quanto riguarda coloro che sono del tutto privati di sensazione, a loro non sarà mai possibile vivere in Dio, benché anch’essi partecipino di Dio.

 

Vedi come, anche se il divino è presente in tutti e da tutti è partecipato, tuttavia è solo nei santi e solo da loro è partecipato nel senso proprio. E così è sicuramente vero che, come vi sono e sono detti molti dèi, ma per noi vi è un solo Dio vero, e come vi sono e sono detti molti figli di Dio, ma noi affermiamo che uno solo è veramente il Figlio di Dio, in quanto egli è l’Unigenito, così pure tanti esseri, anzi tutti gli esseri partecipano di Dio, eppure soltanto i santi sono detti partecipi di Dio e partecipi di Cristo. Infatti è impossibile, dice Paolo, che quelli che sono stati una volta illuminati, che hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo, siano esattamente come quando, prima, non ne avevano partecipato. E il Signore ha promesso che sarebbe venuto e che avrebbe dimorato presso coloro che lo amano e che sono amati da lui, affermando che non così è presente e dimora negli altri. E bisognava davvero che i divinizzati avessero una grande somiglianza con Dio e i figli di adozione una grande somiglianza con il Figlio secondo natura. Così, come Dio è il solo che è, il solo che vive, il solo santo, il solo buono, il solo che possiede l’immortalità, che abita una luce inaccessibile, sebbene molti siano gli esseri, molti i viventi, molti i santi, molti buoni e immortali, molti che abitano nella luce e nel luogo dei viventi, così pure solo i santi sono veramente partecipi di Dio, benché molti siano quelli che hanno parte di lui.

 

Ti sembra forse che una così grande differenza di partecipazione basterebbe a farci capire che la partecipazione di quanti vivono in Dio è increata, anche se Paolo non avesse detto: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me?. E se anche Massimo non dicesse, a proposito di se stesso e di quelli che sono come lui, che non portano “più entro di sé la vita che si muove, quella del tempo, la quale ha inizio e fine”, ma la vita divina della Parola, che abita in loro ed è eterna. E ancora: “La vita eterna e inintelligibile, anche se concede il godimento di se stessa a quanti ne partecipano per grazia, non concede però la comprensione: infatti rimane sempre incomprensibile, anche nella partecipazione di quanti ne godono, in quanto per sua natura, non essendo venuta a essere, ha l’infinità”. E ancora: “Dando in ricompensa la divinizzazione increata a quanti gli obbediscono”, chiamo divinizzazione increata “il dono della luce secondo un modo ipostatico, il quale non ha inizi, ma solo una manifestazione senza nessuna rappresentazione in quanti ne sono degni”.

 

Il grande Atanasio ha detto: “Il fatto che siamo detti partecipi di Cristo e partecipi di Dio indica che in noi l’unzione e il sigillo non hanno la natura delle cose fatte essere”. E ancora: “Questa è la benignità di Dio: di coloro dei quali egli è Creatore diviene anche, in seguito e per grazia, padre; lo diviene quando – come dice l’Apostolo – gli uomini che sono stati creati ricevono nel loro cuore lo Spirito di Dio che grida: Abbà, Padre!. Essendo per natura creature, non potrebbero infatti divenire figli, a meno di ricevere lo Spirito di colui che è realmente, per natura e veramente Figlio. Il Verbo si fece carne perché ciò avvenisse, per rendere capace l’uomo di accogliere la divinità”. E ancora: “Come agli apostoli, lo Spirito e la potenza dell’Altissimo sono promessi anche alla Vergine”. Ed il grande Basilio: “Per opera dello Spirito Santo si attua la nostra restituzione al paradiso, la salita al regno dei cieli, il ritorno all’adozione filiale, la libertà di chiamare Dio Padre nostro, l’essere in comunione con la grazia di Cristo, il chiamarsi figlio della luce, il partecipare alla gloria eterna”. E ancora: “Ciò ch’è mosso dallo Spirito Santo con un movimento eterno è divenuto un santo vivente. E l’uomo, quando lo Spirito venne ad abitare in lui, ebbe la dignità del profeta, dell’apostolo, dell’angelo e di Dio, anche se prima era terra e cenere”. E ancora: “Non è certo per essere nato schiavo che uno diviene, da schiavo, figlio, e non è certo per l’essenza che ha in comune con lo schiavo che uno può chiamare Dio apertamente Padre”. E ancora: “Le cose fatte a immagine partecipano del Creatore, ma solo in quanto sono venute a essere attraverso lo Spirito. Infatti tutte le cose fatte da Dio sono misere ed escluse, per la loro natura creata, dalla gloria del Creatore, a meno che non partecipino della deità. Ma sarebbe un discorso indegno dire che Dio permette che la creazione sia vuota e priva di lui. Invece né la creazione è così misera, né Dio è così impotente da non mandare, sulle cose che ha fatto, il suo santo dono”.

E ancora: “La creazione, quando ha ricevuto lo Spirito, restando priva del quale era invecchiata, viene a rinnovarsi”. “Bisogna infatti che il rinnovamento e il compimento concorrano con il rinnovarsi del principio. Quindi, insufflando, ha marchiato con il suo sigillo, perché non era un altro rispetto a colui che in principio aveva insufflato, ma era esattamente colui attraverso il quale Dio dette l’insufflazione, allora con l’anima, ora nell’anima”.

E il nostro padre Crisostomo, celebrando la grazia del divino battesimo, dice: “Allora fu creato anima vivente, ora viene rigenerato nello Spirito vivificante. Ma molto grande è la differenza che intercorre tra queste due cose. L’anima, infatti, non può dare la vita ad altri, mentre lo Spirito non solo vive per sé, ma può vivificare anche altri. Fu in questo modo che gli apostoli hanno potuto risuscitare anche dei morti”.

 

Il divino Cirillo, confutando quanti sostengono che il soffio divino è divenuto l’anima dell’uomo, lo spiega in modo più dettagliato, e alla fine del suo ragionamento afferma: “Tuttavia ciò ch’è stato soffiato da lui può essere inteso solo come qualcosa che è proprio a lui, anzi alla sua essenza. Ma allora lo Spirito che veniva da Dio, come potrebbe essersi trasformato, acquisendo la natura dell’anima? In effetti, quindi, l’essere vivente fu animato – dice – da una potenza indicibile di Dio e divenne, grazie alla somiglianza a lui, per natura buono, giusto e capace di ogni virtù. Ma fu santificato in quanto fu dimostrato partecipe dello Spirito di Dio: però poi perse questo a causa del peccato”.

Dove sono quelli che ritengono che il dono deificante dello Spirito è un’imitazione creata e naturale, e non l’energia divina ineffabile, in modo ineffabile comunicata? Per di più opponendosi apertamente alla parola di san Massimo: “In quanto la divinizzazione è al di sopra della natura, noi la subiamo, ma non la produciamo”. E ancora: “non c’è nulla che naturalmente sia in grado di produrre la divinizzazione”.

 

Ma, ritorniamo al punto da cui siamo partiti, e andiamo avanti nel discorso. Niente ci impedisce di dire che, come nessuno è buono, se non Dio solo, così nessuno è partecipe di Dio, tranne fra gli angeli coloro che da parte loro hanno accolto misticamente nell’anima il soffio divino, il quale in principio si allontanò da Adamo, perché questi aveva disobbedito al comando divino. Mi viene da chiedere a chi rifiuta tale opinione: non è forse assolutamente necessario che chi partecipa di qualcos’altro sia esistito già prima di questa partecipazione e che sia stato già prima qualcosa in se stesso? Dunque gli esseri viventi di una vita sensibile, razionale, intellettuale per la loro partecipazione di Dio, quale sensibilità, ragione o intelletto avrebbero ricevuto prima di partecipare di Dio? Si può dire che avevano solo l’essere, al quale si aggiunsero poi le altre capacità? Ma anche l’essere lo hanno per partecipazione di Dio. È chiaro quindi che essi non partecipano di Dio propriamente, ma che si dice che ne partecipano in quanto sono effetti della sua energia e della sua potenza creatrice, proprio come si potrebbe dire che tutte le cose fabbricate partecipano, al modo di un’eco indistinta, del pensiero dell’artigiano, essendo – le cose – del tutto prive di una intelligenza in atto.

 

In compenso i santi, possedendo già prima la natura delle creature, le aggiungono la divina e meravigliosa partecipazione, non come una sostanza ben preparata riceve l’azione dell’artigiano, ma secondo il modo con il quale quanti apprendono ricevono la scienza in loro stessi, scienza “che è sempre compresente, senza tuttavia che operi ininterrottamente”, secondo i differenti generi di carismi dello Spirito. Dice Basilio: “E come la parola nell’anima, che sia pensata nell’intimo del cuore, o proferita mediante la lingua, così è lo Spirito Santo: sia quando rende testimonianza al nostro spirito, quando grida nei nostri cuori: Abba, Padre, sia quando parla al nostro posto, come sta scritto: Non siete voi che parlate, ma lo Spirito del Padre è quegli che parla in voi. Lo Spirito inoltre si concepisce come un tutto nelle parti, in relazione alla distribuzione dei carismi. Tutti infatti siamo membra gli uni degli altri”.

Inoltre “e come nell’occhio sano si trova la capacità di vedere, così nell’anima purificata v’è la forza operante dello Spirito”. Perciò egli stesso chiama l’illuminazione da parte dello Spirito anche emanazione. Dice: “Come infatti, le cose che si trovano accanto a vividi colori, anch’essi si colorano del riverbero che ne promana, così colui che fissa i propri occhi limpidamente nello Spirito, è come trasformato dalla sua gloria in qualcosa di più radioso, essendo illuminato nel suo cuore come da una luce, dalla verità che promana dallo Spirito”.

E Gregorio, soprannominato il Teologo, elencando le cose che la sorella Gorgonia si doveva preparare a ricevere dopo la morte, le diceva: “La condizione in cui tu ti trovi ora è di gran lunga superiore e ha più valore di ciò che possiamo vedere, lo so bene: l’eco delle feste, i cori degli angeli, l’ordine celeste, la contemplazione della gloria, e soprattutto della gloria più elevata, l’illuminazione più pura e più perfetta della Trinità [che non si sottrae più allo Spirito che…] illumina le nostre anime della luce tutta intera della divinità”, quindi dopo aver detto questo, rivolgendosi a lei, riprende il proprio discorso e conclude dicendo: “Possa tu godere di tutto ciò di cui sulla terra, ricevevi il riflesso, per la sincerità con cui aspiravi a goderne!”. Tale è infatti la natura dell’emanazione: anche se data, rimane inseparabile da colui che la comunica, il quale non subisce nessuna diminuzione per il fatto di averla comunicata. Infatti la luce potrebbe forse subire qualche danno a causa del raggio, o quest’ultimo a causa dello splendore?

 

E adesso ti prego non mischiare nel discorso le emanazioni materiali. Anzi tieni lontano da questa parola ogni significazione fuorviante, considera come conviene rappresentare, secondo le tue capacità, il modo in cui lo Spirito si dona a quanti ne sono degni. Come splende ineffabilmente su di loro? “Come i dardi del sole”, dice Basilio, “quando illuminano una nube e la fanno risplendere, facendola sembrare dorata”. Intendi, per favore, che le nubi di cui parlo sono custodie della luce; avendo una specie di percezione divina della Luce in questione, diventando, l’una per l’altra, come degli occhi capaci di ricevere la Luce, producono a loro volta una luce simile, e godono di una luce in tutto simile a quella.

Allo stesso modo, solo i santi, divenuti nel vero senso della parola portatori di Dio e deiformi, solo i santi partecipano propriamente di Dio. E non solo ne partecipano, ma anche ne fanno partecipare gli altri. Essi non solo hanno la scienza del passato, ma succede che hanno anche la conoscenza di ciò che non è ancora uscito dal nulla. E non solo vivono, ma anche vivificano: capacità che supera ogni potenza creata. E dopo aver reso visibile la verità, bisogna ascoltare coloro che affermano la verità, che cioè solo i santi sono partecipi di Dio, poiché sono loro che proponiamo sempre come testimoni della verità.

 

Dice il grande Basilio: “Purificarsi dunque dalla bruttezza che si è impastata per il peccato, ritornare alla bellezza nativa e restituire per così dire all’immagine regale l’antica forma per la purità, questo è il solo modo di avvicinarsi al Paraclito”. E ancora: lo Spirito Santo, “per natura inaccessibile, si può comprendere per la sua bontà, ogni cosa riempie con la sua potenza, ma si comunica solo a chi è degno, non seguendo una sola misura, ma distribuendo la sua operazione in proporzione della fede”. E ancora: “quindi di esso, che non può essere accolto dal mondo, ma che può essere contemplato solo dai santi grazie alla purezza del cuore, che cosa bisogna ritenere, o quali onori commisurati gli dobbiamo rendere?”. E ancora dice che il Signore, dopo aver dato testimonianza di purezza di vita a partire dai suoi insegnamenti, concesse ai discepoli anche di essere fin d’ora testimoni oculari e contemplatori dello Spirito. E ancora: “Se qualcuno disprezzasse come insignificanti le prime lettere dell’alfabeto non potrebbe mai raggiungere la perfezione della sapienza”.

 

Ora vogliamo spiegarti con un esempio, tramite un’immagine, per quanto debole, la differenza che c’è fra questi due tipi di partecipazione. Partecipa certo del fuoco la coppa di terracotta, che conserva tracce del fuoco anche dopo essere stata tolta dalla fornace per essere usata; infatti il suo colore rossastro, la materia secca al punto giusto e resistente, tutto ovviamente è dovuto al fuoco: nel Fuoco infatti ha perso l'umidità; il fuoco l'ha annerita con il suo calore; è nel fuoco che il colore giallo dorato si è combinato con il colore bianco naturale dell'argilla,  e così dal giallo, dal bianco e dal nero, mescolati, è venuto a prodursi un colore unico che ricopre la pasta rovente; in questo modo la porosità dell'argilla si è ristretta, i suoi interstizi, per la forza del fuoco, si sono chiusi in profondità, tanto che la pasta non lascia più all'acqua, benché densa, nessuna possibilità di infiltrarsi. La terracotta, per questi motivi, anche se viene immersa nell'acqua, d'ora in poi non si dissolve, perché è divenuta impermeabile Eppure, rispetto alla pietra e alla polvere, che hanno la sua stessa densità, essa è molto più leggera e più calcia - qualità che ha assunto proprio dal fuoco.

Quindi la terracotta partecipa del fuoco già quando è pronta per essere usata Ma ne partecipa diversamente anche quando è posta nel forno acceso al massimo e diventa caldissima, a contatto con il fuoco. In questo momento non partecipa solo degli effetti compiuti dal fuoco, ma anche a tutte le sue energie, quasi, e non perde nulla del suo calore c della sua capacità di bruciare. V può far partecipare facilmente anche ogni cosa che sia vicina a questa stessa energia della quale essa partecipa, purché questa cosa sia disposta in tal modo da poter ricevere questa partecipazione anche se la natura della terracotta rimane immutata perché da questo punto di vista non è altro che terra. Invece quando, per usarla, la portiamo fuori dal forno, essa fa vedere gli effetti dell’energia del fuoco, ma di tali energie stesse non conserva più niente.

 

Cerca di riflettere ora, per quanto ti sia possibile, e considera in questi utensili che usiamo nella vita quotidiana quanto può aiutare a risolvere il problema di cui stiamo trattando. La vita naturale, l’esistenza e la conoscenza e tutte le altre cose simili a queste, sono effetti compiuti delle energie divine, ma non sono propriamente delle energie. Invece la vita in pienezza di Dio, la grazia di coloro che esistono e vivono in modo divino e straordinario è un’energia sicuramente divina e straordinaria, tramite la quale si produce l’unione di Dio e di quanti sono degni di Dio. Realtà create, quindi effetti di energie divine pur non essendo energie esse stesse, ecco come sono le cose crete dal nulla per volere del Creatore. Invece quando il Signore, con il Padre, dimora, secondo la promessa, in quanti ne sono degni, gli effetti che si producono negli esseri teofori non si compiono per un ordine del Creatore, ma in quanto Dio si unisce e viene ad abitare nella creatura, in quanto la sua potenza deificante e la sua grazia comunicano a coloro che gli sono legati, quelle proprietà che gli appartengono per natura. Quindi i santi partecipano, a imitazione degli angeli e in modo conveniente agli angeli, non solo degli effetti compiuti, ma anche delle stesse energie di Dio: il grande Basilio spiega bene che gli angeli si differenziano dallo Spirito Santo perché “la santità è di esso per natura, mentre per loro la santificazione si produce per partecipazione”.

 

I giusti risplenderanno come il Signore risplendette sul monte; e riceveranno in possesso un regno che non sarà creato, che non sarà diverso, ma proprio uguale al suo. Per questo in Paolo vive e parla Cristo, anche se è Paolo a vivere e a parlare. Così Pietro dà la morte e fa vivere, anche se solo Dio fa morire e fa vivere. Così, insieme a lui, Giacomo e Giovanni, sul monte, vedono anche con gli occhi del corpo la luce senza tramonto e che non ha fine, la stessa luce che poi rifulse intorno a Paolo e lo accecò oscurando il senso della vista, il quale non tollerava l’eccesso di un tale splendore: infatti per sua natura la carne non è in grado di sostenere la potenza di quella luce. Così Stefano, da terra, guardando verso il cielo, la vide anche con il corpo. Ed è proprio attraverso il contatto di mani corporee che viene elargito lo Spirito Santo, che comunica a chi si accosta con sincerità e nella verità, l’energia divina e la grazia; attraverso costui, lo Spirito poi si trasmette ad un altro e attraverso quest’ultimo a un altro ancora, e così si estende per trasmissione a tutte le epoche successive.

Chi potrà degnamente cantare, o Verbo e Figlio unigenito di Dio, la potenza della tua venuta sulla terra? Infatti sul tuo altare divino mai brucia un fuoco straniero e terrestre; straniero sì, ma in un altro modo, e celeste. Si tratta di quel fuoco inestinguibile che si conserva comunicandosi, fuoco che tu sei venuto a portare sulla terra, a causa dell’inimmaginabile mare del tuo amore per gli uomini. Di questo fuoco partecipano gli spiriti che ti servono, questo fuoco mette in fuga i demoni. Mosè lo vide nel roveto e per suo mezzo Elia salì nel turbine verso il cielo. Il coro dei tuoi apostoli lo vide effondersi del tuo corpo, lo stesso splendore avvolse Paolo che da persecutore fu trasformato in discepolo. Lo stesso fuoco è potenza di risurrezione ed energia di immortalità, illuminazione delle anime sante e legame tra tutte le potenze razionali.

 

Dimostrazione di quanto si è detto sono i chiari segni che in alcune occasioni furono colti con la percezione, e sono tali da essere in grado di persuadere quanti non si sono intestarditi sulle loro idee. Parteciparono della vita sia la figlia del capo della sinagoga sia il figlio della vedova, l’una grazie al contatto, l’altra grazie alla voce del Signore; ne parteciparono anche a Ioppe la Tabita e a Troade il giovane Eutico, questi per il contatto di Paolo, la prima per la voce di Pietro. E di quale vita parteciparono costoro? Non si tratta forse di quella vita che fa vivere, la vita che il Signore, lui, ebbe in pienezza e non per partecipazione?

E come mai allora qualcuno osa ancora dire che i santi non partecipano della vita divina, naturale e increata, loro che, nella debolezza della natura, sono riconosciuti santi solo per grazia in attesa che si manifesti in loro, per la potenza di questa stessa grazia, fino a che punto colui che è Dio per natura, incarnatosi, ha preso parte alla nostra debolezza umana, visto che, in un modo che solo lui conosce, la sua kenosi è misura della divinizzazione di coloro che sono salvati per grazia? E in che modo essi erediteranno il regno di Dio, che “è partecipazione per grazia ai beni per natura esistenti presso Dio” (S. Massimo il Confessore)?. Egli accoglie in se stesso tutti coloro che vanno a lui e li rende partecipi della propria gloria e della propria luce, tanto che non possono affatto essere riconosciuti da se stessi soltanto, ma sono come l’aria pura quando è completamente illuminata dalla luce, o meglio, come oro spirituale, autentico della parola, reso incandescente dal fuoco immateriale e divino. “Diventato Dio grazie alla divinizzazione […] è sopraffatto dalla grazia dello Spirito, mostra di avere in sé l’unico che opera, Dio, cosicché esiste ovunque un unico e solo operare, quello di Dio e di coloro che sono degni di Dio, o meglio, di Dio solamente”, il quale, secondo Massimo, che parla in modo divinamente ispirato, “totalmente pervade in modo conforme al bene di tutti quelli che ne sono degni”.

 

Infatti, va preso l’esempio delle impronte e del sigillo: tutte le impronte partecipano del sigillo, ma ciascuna di esse può essere spostata dovunque, in quanto ne è separata. Tuttavia, se si prende un’impronta e la si fa combaciare con il sigillo, essa non può più essere portata altrove, ma ha lo stesso movimento del modello, perché è divenuta una cosa sola con esso, eccetto che per la materia che di per sé è diversa. Allo stesso modo, quando l’immagine divina in noi risale al modello si realizzano per noi le parole di questa preghiera divina: concedi loro, dice, che tutti siano uno, come io, Padre, sono in te e tu in me, affinché anch’essi, in noi, siano uno nella verità. In questo modo chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. Così il mistero dell’unione dei corpi in una sola carne, è veramente grande, ma solo in riferimento a Cristo e alla Chiesa. Quindi il sigillo comunica tutto se stesso all’impronta, ma ognuno partecipa in proporzione e secondo le sue predisposizioni. Non mi riferisco solo ai caratteri del sigillo, ma anche all’unione con ciò che dà l’impronta.

 

Perché temi ancora una composizione in Dio, dal momento che le energie sono increate e sono dette tali? Dovresti temere molto di più di essere tu a fare di Dio una creatura, dal momento che ritieni create le energie naturali, mentre il divino Damasceno, a proposito delle due energie in Cristo, dice che “se essa è creata, allora essa indicherà soltanto una natura creata; se essa è increata, allora indicherà soltanto una sostanza increata. Infatti è necessario che le proprietà naturali siano del tutto corrispondenti alle loro nature”. Concordando con lui, il venerato Massimo dice: “se togliamo la volontà naturale e l’atto essenziale, e quindi l’essenza divina e quella umana, egli in che modo sarà Dio o sarà uomo?”. Come sarebbe? Non sono forse increate e molte, le proprietà ipostatiche della Santissima Trinità? Ed allora come mai da esse non derivano molti dèi, o uno solo ma composto? Oppure dirai che rispetto all’essenza divina, anche quelle proprietà sono una cosa sola e identica e indivisibile come lo affermi dell’energia? Temo proprio che tu non ci proponga un Dio del tutto privo di essenza e di ipostasi: infatti tutte queste proprietà, in se stesse, sono del tutto non ipostatiche. Tu invece sostieni che esse sono sotto tutti gli aspetti identiche all’essenza di Dio e che Dio è del tutto uno e indivisibile in parti, e non capisci che si moltiplica pur rimanendo uno, e si rende partecipe pur rimanendo indiviso in parti, e che in vari modi è partecipato, pur essendo del tutto indivisibile e pur conservando sempre la propria unità, secondo la sua potenza sovrasostanziale.

 

Dimmi ora: anche per una sola ipostasi, le proprietà ipostatiche non sono forse molte? Il Padre è insieme non causato, è Causa, Fonte dello Spirito e Padre del Figlio; e suppongo che il Padre ha tutte queste proprietà in modo increato. E pensi tu che le proprietà ipostatiche siano una cosa sola con l’ipostasi, come quaggiù le proprietà naturali non differiscono per nulla dalla natura e le proprietà essenziali dall’essenza? E di conseguenza chiamerai “ipostasi”  le proprietà ipostatiche, come chiami natura le proprietà naturali, per sinonimia e non per omonimia? Ma i Padri non dicono questo: infatti chiamano queste proprietà “enipostatiche”, e non “ipostasi”; chiamano le altre, per rigore di termine “inessenziate” e non “essenza”. Anche considerando ciascuna delle ipostasi, poiché le proprietà ipostatiche sono molte e diverse, come potranno essere la stessa cosa ipostasi e proprietà ipostatiche? Siccome quindi il tuo intelletto sottile, elevato e sicuro ha mostrato che molte e differenti sono le proprietà ipostatiche increate, o vi saranno molti dèi, o ciascuna delle ipostasi divine sarà composta. Così tu ci avrai dimostrato che Dio è composto di più elementi, proprio tu che ti sei fatto il campione insuperabile della semplicità superiore ad ogni intelletto.

 

Ma, mio caro, le composizioni degli esseri che sussistono nella loro propria ipostasi non appartengono alle proprietà considerate in un soggetto altro da sé – e questo è una convinzione comune alla sapienza profana e a quella dall’alto – e non si dirà mai che un ente è composto con una energia propria; infatti non è composta la potenza di bruciare che ha il fuoco, benché, oltre a bruciare, anche riscalda, né lo è il raggio a causa della luce. E invece proprio questo ti accadrà di affermare, a te che insisti nel sostenere la tua fantasia dell’increato, senza alcuna distinzione circa la triplicità delle ipostasi. Molte, infatti, sono le proprietà increate che confluiscono in una unica realtà, e ciascuna di queste è enipostatica in quanto sussiste per se stessa. Ora queste proprietà naturali e ipostatiche, pur essendo molte, confluiscono in una sola realtà, quando si tratta di Dio, e tuttavia nessuna di esse è in un ipostasi in quanto sussiste da sé, né lo era prima, né lo sarà poi, e nemmeno è possibile che una di queste proprietà naturali sussista in un’altra essenza, come ad essa connaturata.

Ma ogni essere è composto e lo può essere in vari modi: o è composto di diverse essenze (per mescolanza, per unità di essenze non confuse); in queste essenze si manifesta più di una proprietà ipostatica, ma per quanto riguarda le ipostasi perfette, una sola proprietà ipostatica per ogni composto, altrimenti questo composto non sarebbe né uno e neanche composto, ma sarebbe diviso secondo le ipostasi. Dicevo dunque che o è composto di essenze differenti, o è composto di una sola essenza e delle opposizioni e differenze essenziali che si manifestano in esse come in un soggetto. E certo non solo in questa essenza soltanto, ma anche in altre nature esistono delle proprietà connaturate, a partire dalle quali tutti gli esseri creati possono essere soggetti a mutamento per crescita o diminuzione, per aggiunta o sottrazione, sia quando agiscono sia quando subiscono, e così può succedere loro di perdere delle proprietà che prima si trovavano riunite. Da qui si dimostra che sono perfettamente divisibili: ma ciò che è divisibile è necessariamente composto.

 

Ora, per quanto riguarda Dio, che è di una sola essenza, è indivisibile in parti, non subisce né diminuzione né aumento, né aggiunta né sottrazione: quindi nemmeno la divisione, che potrebbe renderci manifesto il composto di prima. E “le diverse proprietà che ha Dio”, per usare le parole del grande Atanasio, “le ha per natura, e non sono acquisite”; e le ha solo in quanto con esse agisce, ma non le subisce. Proprio per questo Dio non accoglie affatto in sé la contrarietà che può apportare un cambiamento; egli è l’unico fra tutti gli esseri che non possiede differenze di essenza, ma possiede energie, come lo ha dimostrato il nostro trattato più sopra. Attraverso queste energie, tutti gli esseri, anche quelli dotati di intelletto, tutti sono sottoposti come materia a lui, che porta tutto e tutto trasforma tramite la sua parola, o meglio con la sua volontà, il che significa: grazie a un’energia atemporale, instancabile e impassibile. Ma tu non potresti mai trovare nessuna delle proprietà che gli sono proprie in qualunque altro ente fuorché in lui, come se qualcun altro potesse attuare secondo questa proprietà; infatti nessuno è buono, se non Dio solo, perché egli è il beato e unico sovrano, il re dei regnanti e signore dei signori, il solo che possiede l’immortalità che abita una luce inaccessibile. Allora su che cosa ti basi per supporre che nel divino ci sia una composizione a partire da proprietà molteplici, dal momento che esso si manifesta in tutti i modi come uno e unico? Ma ciascuna delle tre ipostasi è perfetta e distinta anche sotto l’aspetto della stessa unità ineffabile che sorpassa ogni intelligenza e ogni discorso. E non si potrà nemmeno supporre che una delle ipostasi sia stata, prima o poi, sola o separata dalle altre, perché da questo consegue una composizione. Non a caso qualcuno ha detto: “Non riesco a pensare all’Unità che subito vengo irradiato tutt’intorno dai Tre” (S. Gregorio di Nazianzo). Dunque il fatto che le Ipostasi siano contemporaneamente unite e perfette esclude anche così che siano un composto.

 

Considera dunque, ti prego, e custodisci la semplicità divina, ma senza respingere, come inesistenti, le sue processioni naturali; e non credere che la luce che non tramonta e non ha successione abbia avuto inizio; e non dire che esistono due divinità, due “tearchie”, due principi del bene, vale a dire uno creato e uno increato: infatti solo in questo modo sarebbero propriamente due. Se infatti esistono due realtà increate, l’essenza e l’energia, nulla impedirà che siano una cosa sola, come il raggio e il sole sono una sola luce. Non pensare nemmeno che siano create la divinità e la regalità di Dio mentre sono energie naturali di Dio. E non ridurre a rango di creatura la grazia deificante, per non indurre con essa anche colui che per natura ha e concede questa grazia. Non lasciare che il Figlio di Dio si sia fatto uno di noi invano: come si sarebbe degnato di divenire, per la nostra salvezza, uno simile a noi, se così facendo non ci avesse dato anche di partecipare dello Spirito Santo e non solo a una realtà creata? Sarebbe come dire che non ci ha dato lo spirito di adozione a figli, in cambio della carne che assunse da una vergine quando divenne figlio dell’uomo. Stai attento a non rendere i templi di Dio, cioè i santi, delle abitazioni di creature; non ridurti tale da negare la partecipazione divina e deificante, e quindi arrivare a perdere la speranza di tale partecipazione. Non supporre che Dio sia così impotente da non poter infondere la santa partecipazione nelle sue creature spirituali che sono state purificate. Ma soprattutto non fare di Dio un essere privo di essenza e di ipostasi, dicendo che Dio è in tutto identico alle sue energie, le quali prese in se stesse sono prive di essenza e di ipostasi, per il fatto stesso che non sono né essenza né ipostasi. E non rendere partecipata l’essenza di Dio dicendo essenza tutto ciò che in Dio è increato mentre in verità è oltre ogni sostanza e oltre ogni nome: in se stessa non può essere né partecipata né manifestata. Non mostrarti un secondo Eunomio, perché come lui chiami essenze tutte le proprietà ipostatiche in quanto sono increate, con la scusa della semplicità divina. Non diventare monotelita, supponendo che la divina natura di Cristo non possieda energia. E neppure, in un modo diverso, un altro Sabellio, ritenendo privi di referente i nomi di Dio, applicandoli tutti alla sola essenza come se si riferissero a un’unica realtà.

Ecco che cosa rischi dichiarando create le energie di Dio, con le vuote invenzioni di una semplicità che non esiste in alcun modo. Guardati, te ne prego, da questi errori e credi, insieme a me, che lo stesso Dio è divisibile e indivisibile, uno nella distinzione e distinto nell’unità, senza per questo staccarsi da se stesso nelle sue processioni, ma essendo sempre in movimento nella sua immobilità, diviso in parti senza avere parti e interamente partecipato, a immagine del raggio di sole.

 

Ma, ritornando ancora in mezzo a noi, colui che meglio di ogni altro ha affermato Dio uno e semplice, Basilio il grande, ci mostra chiaramente che Dio non è certo composto a motivo di tali energie. In effetti, dice: “In che modo non dovrebbe essere esente da composizione Colui che per essenza è semplice? Non sono infatti le espressioni che indicano la sua proprietà a danneggiare la sua semplicità; altrimenti tutto quanto è detto su Dio ce lo mostrerà composto. E, a quanto pare, se intendiamo conservare il concetto di semplice e di indivisibile, o non diremo niente intorno a Dio se non che è ingenerato, e rifiuteremo di chiamarlo incorruttibile, immutabile, creatore, giudice, e di usare titoli che ora indirizziamo a lui nella lode, o se accettiamo i nomi, che cosa faremo? Forse li accetteremo riferendoli tutti all’essenza? Ma allora dimostreremo che non solo è composto, ma anche costituito di elementi eterogenei, per il fatto che ciascuno dei nomi significa ora un’attribuzione, ora un’altra”.

 

Quando ci senti dire che l’essenza è una cosa e l’energia un’altra, capisci bene cosa vogliamo dire: ognuna di queste parole si riferisce una a una cosa, l’altra a un’altra, secondo quanto afferma il grande Basilio. Egli dice: “Se dunque noi prendiamo come parte dell’essenza il fatto che Dio è ingenerato, avrebbe ragion d’essere il ragionamento secondo il quale è composto ciò che è formato da elementi diversi; ma se noi stabiliamo che essenza di Dio è la luce, la vita o il bene, essendo Dio tutto quanto vita, tutto intero luce e tutto intero bene, e se la vita ha come conseguente ad essa l’ingenerato, come non sarà indiviso Colui che per essenza è semplice?”.

E ancora, rivolgendosi agli eretici che sostenevano la stessa teoria dei nostri oppositori, cioè che Dio sarebbe semplice e che tutto quanto tu puoi dire di conoscere appartiene all’essenza, Basilio dice che “questo è un sofisma che contiene mille assurdità. I numerosi attributi che abbiamo elencati, forse sono tutti dei nomi di una sola essenza e hanno tutti il medesimo significato?”. E ancora: “Noi diciamo di conoscere la maestà di Dio, la sua potenza e la sua sapienza, ma non l’essenza stessa”. Quando dunque ci senti dire che in Dio, una cosa è l’essenza, altra cosa la potenza o l’energia, sappi che noi diciamo così perché la potenza e l’energia di Dio in certo modo si possono conoscere, l’essenza invece non è conosciuta da nessuno.

 

Il Signore delle conoscenze che insegna all’uomo la conoscenza, che conduce alla sapienza e rimette i sapienti sulla via diritta, colui nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza, perché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti secondo l’efficacia della sua forza che egli manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, a colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi. A lui la gloria nei secoli dei secoli! Amen.


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