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"Dio, il Signore è nostra luce" Sal. 118,27 |
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Lettera al santissimo ieromonaco Paolo Asan.
“Voi avete l’unzione dal Santo e sapete tutte le cose, e l’unzione che prendevate da esso rimane in voi, e non avete bisogno che qualcuno v’insegni”, dice il teologo particolarmente amato da Cristo. Ma poiché il tuo onore, in quanto è anch’esso uno degli effetti della lodevole umiltà alla quale ti sei volontariamente sottomesso, ha chiesto un parere scritto, per di più a noi, che siamo fra gli ultimi, attorno all’assunzione dell’abito solenne nella vita rimanente, accogliendo la tua richiesta come un ordine, per il debito dell’amore t’inviamo la risposta, per quanto ci è possibile sintetica. Chiunque abbia l’unzione dal Santo ed attraverso di essa sia chiamato da Cristo è anche tenuto a vivere santamente, mostrando inoltre con opere, parole e ragionamenti che la chiamata è per lui veritiera. In effetti, attraverso questa chiamata si segnalano come un’acquisizione sia la forza contro le passioni, sia la ricchezza della virtù. Ed il punto capitale cui esse tendono è l’amore per Dio e quello, a causa di Dio, per il prossimo, amore verso il quale è impossibile che corra, come suol dirsi, “appoggiando tutta la pianta del piede” chi si muove nel mondo, è vincolato a qualcuno e soggetto alle preoccupazioni della vita. Costui, infatti, si divide in parti e divide in parti il desiderio, anche nel caso in cui egli sia uno dei più accurati, fra Dio e mondo, fra carne e spirito. Perciò tu, padre e fratello, che hai imparato da Dio e sei amato da Dio, desiderato da chi è migliore, ti staccasti da questi modi di vivere parziali e t’attaccasti, facendo bene, al semplice modo di vivere dei monaci: in modo che, assentendo tutto intero all’amore divino, tu lo potessi acquisire perfetto in te stesso, evitando di non conformarti con questo mondo né secondo l’uomo interiore né secondo quello esteriore e di far tendere alla passione dei piaceri del corpo o alla volontà di piacere agli uomini il tuo proposito o la tua pratica o il tuo intendimento, ma disponendo nel cuore le salite e trasfigurandoti in meglio con il rinnovamento dell’intelletto. E se talvolta subisci un qualche inciampo da parte di colui che tutto opera, pur di fermare sulla strada quanti s’affrettano verso Dio, avendo subito compreso, ritorni alla tua strada, operando per te stesso, con l’afflizione che piace a Dio, una conversione senza pentimento per la salvezza. Questo è l’abito solenne e monastico. Invece i padri non conoscono un abito monastico modesto, né ce l’hanno trasmesso; ma alcuni dei più recenti opinarono di dividere in due l’uno, eppure non operarono questa distinzione secondo criteri di verità. Infatti, se ci fai caso, troverai le stesse rinunce e le stesse prescrizioni su entrambi. Perciò anche Teodoro Studita, accurato quant’altri mai sui monaci, vieta di parlare o di dare un abito monastico modesto ed uno solenne. E mi sembra che quanti ultimamente hanno diviso l’abito a seconda degl’indumenti usati hanno pressoché escluso ed eliminato la fascia con le croci ed il cappuccio dei novizi, in quanto sono assai appariscenti per coloro che guardano e per coloro che li portano, ed inoltre facilmente allontanano dalla santa umiltà perché trascinano ad un’esibizione ostentata. Quindi tu, se vuoi vestirti anche in questo modo con rispetto delle cose sacre, poiché non lo hai ancora fatto, fallo pure, ma sta saldo nel tuo ragionamento e spiegalo già da prima, in quanto, come alcuni misero in mostra ciò che non è né manifesto né visibile a molti proprio perché si facessero delle grandi opinioni su di loro, come se avessero mutato vita e trascorressero la maggior parte dell’esistenza in luoghi inaccessibili, così per te deve valere il contrario che d’esser visto portare, quando sei in strada, la croce sulle spalle e sulla testa il cappuccio dell’innocenza, dando subito l’impressione, appena compari, di voler essere notato come se fossi perfetto nella virtù; invece tu stesso, guardando queste cose, ti ricordi del tuo proposito e del tuo impegno di fronte a Dio a non mettere in pratica i mali e del tuo modo di vivere di specie divina, il quale sta al di sopra degli appetiti carnali, e così fai di tutto perché la disposizione interiore della tua anima corrisponda ai simboli esteriori; e perciò, come ti sei impegnato anche senza quei simboli, in quanto ritenuto degno d’affrontare una vita monastica, così non sei meno tenuto a convertirti anche ora, ad umiliarti dinanzi a Dio e ad invocare con una fervida preghiera il suo aiuto per la tua liberazione, se per caso vedi te stesso sopraffatto o dalle relazioni con i tuoi simili, o dagli appetiti del corpo, o dalle opinioni e dagli onori umani. Così, infatti, avendo acquisito le altre virtù attraverso le quali, con la cooperazione di Dio, vai per la retta strada, ed avendo anche acquisito in più l’umiltà, grazie a tutto ciò t’imbatti in una certa situazione difficile, dalla quale riconduci te stesso sempre alla strada salvifica, finché, nel momento della morte, ottieni il riempimento della mancanza, da parte della filantropia di colui che con filantropia ha posto come legge al genere umano la conversione. Allora hai buone ragioni per pensare fra te, attraverso la paura della morte, al cambiamento della vita in qualcosa di migliore. E bisogna che tu, se comprendi, per grazia di Cristo, sappia quant’è utile non semplicemente un cambiamento d’abiti, ma un miglioramento del tuo modo di vivere: qual è questa condizione, quale ne è la promessa, quali sono i segni di riconoscimento d’una vita più perfetta per coloro che giacciono nelle tombe, o già lasciano la vita e sono prontissimi al trapasso? Quindi non la paura per una malattia che minaccia la morte, in quanto rende attesa la perdita della vita, ma quella delle pene minacciate a coloro che vivono con trascuratezza, ed il desiderio dei beni promessi a chi invece vi s’impegna, ti conduca verso la condizione che piace a Dio e l’assunzione delle promesse e dei segni che la riguardano, tanto più quando sei debole e sei capace non solo di pregare, ma anche di consegnare, come nei Salmi si comanda di fare: “Pregate e consegnate al Signore Dio nostro”.
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