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"Dio, il Signore è nostra luce" Sal. 118,27 |
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ANTOLOGIA PATRISTICA
Ci stupiamo che la natura del Figlio di Dio, eccelsa fra tutte, annientandosi dalla sua condizione di maestà, si sia fatta uomo e abbia vissuto fra gli uomini (Fil 2,7; Bar 3,38), come attesta la grazia infusa sulle sue labbra (Sal 44,3) e secondo la testimonianza che gli ha reso il Padre celeste (Mt 3, 17), confermata dai prodigi e dai miracoli operati da lui. Egli, anche prima di incarnarsi sulla terra, ha mandato i profeti precursori e annunciatori del suo arrivo e, dopo la sua ascesa in cielo, ha riempito con la potenza della sua divinità gli apostoli, che erano pubblicani e pescatori ignoranti e incolti, e li ha mandati per tutta la terra per riunire da tutte le genti e da tutti i popoli il popolo dei suoi fedeli. Ma di tutti i suoi grandi miracoli uno colma di ammirazione la mente umana al di là di ogni capacità: la fragilità dell'intelletto mortale non riesce a comprendere come tanta potenza della divina maestà, la stessa parola e sapienza di Dio Padre, nella quale sono state create tutte le cose visibili e invisibili (Col 1,16), si sia delimitata nell'uomo che è apparso in Giudea, e come la sapienza di Dio sia entrata in un ventre di donna e ne sia nata una creatura e questa abbia emesso vagiti a somiglianza degli infanti. E non riusciamo a comprendere come possa essere stato turbato in vista della morte (Mt 26,38), e come da ultimo sia stato condotto a morte, la più ignominiosa per gli uomini, anche se poi è risorto il terzo giorno. Poiché in lui vediamo alcuni aspetti così umani da non differire affatto dalla fragilità comune a tutti i mortali, ma altri così divini da non convenire che alla prima e ineffabile natura della divinità, la limitatezza dell'umano intelletto si trova in difficoltà e, presa da ammirato stupore, non sa dove volgersi e a che appigliarsi. Se lo crede Dio, lo vede soggetto alla morte; se lo reputa uomo, lo vede tornare dai morti con le spoglie del vinto regno della morte. Perciò con ogni timore e riverenza bisogna considerare come in un solo e stesso essere la realtà di ambedue le nature si riveli in maniera tale che non si possa ammettere alcunché di indegno e sconveniente in quella divina e ineffabile sostanza, e d'altra parte ciò che è avvenuto non sia creduto gioco di immagini prive di realtà. Presentare a orecchie umane e chiarire con dimostrazione questo concetto eccede di gran lunga la capacità della mia intelligenza e della mia parola. Ritengo anzi che ecceda anche la capacità degli apostoli: forse la spiegazione di questo mistero supera le facoltà di tutte le creature celesti (Origene, I Principi, 2,6,1-2).
«Udite questo, popoli tutti, prestate orecchio voi tutti che abitate il mondo, voi tutti figli della terra e figli degli uomini, il ricco insieme con il povero» (Sal 48,2-3). Immenso è il suo uditorio, perché il salmista convoca all'ascolto del salmo tutti i popoli e tutti coloro che riempiono la terra. Trascina tutti, credo, sia i figli del popolo sia i figli dei nobili, sia ricchi che poveri, e con questo alto proclama li invita all'ascolto. Quale vedetta si innalza così in alto sull'orizzonte da poter scorgere da lassù tutti i popoli e abbracciare con la vista tutta la terra? Qual è il banditore dotato di voce così potente che possa essere udita contemporaneamente da tante orecchie? Quale terra può accogliere una simile adunanza? E qual è il maestro dotato di tanta sapienza che possa trovare insegnamenti adatti per una simile assemblea? Attendi un poco e vedrai che le parole che seguono sono degne di tanta promessa. Colui che chiama a raccolta e raduna tutti, con il suo bando, è il Paraclito, lo Spirito della verità che raduna, mediante i profeti e gli apostoli, tutti coloro che sono destinati alla salvezza. Poiché «a tutta la terra giunge la loro voce e ai confini del mondo le loro parole» (Sal 18,5). Per questo dice: «Udite, popoli tutti e voi che abitate la terra».Per questo anche la Chiesa è un'accolta di uomini delle più svariate condizioni, perché nessuno resti escluso dai suoi benefici. L'universalità della chiamata è insieme anche conciliatrice di pace, poiché coloro che prima erano opposti per condizione tra loro, attraverso questa accolta si abituano al reciproco amore. Infatti il ricco dovrà riconoscere di essere stato chiamato con lo stesso onore e con lo stesso invito del povero. «Insieme dice il ricco e il povero». Una volta che abbia abbandonato il senso di superiorità sugli inferiori e di superbia, che nasce dalla ricchezza, entrerà nella Chiesa di Dio. Dunque, né il ricco disprezzi il povero, né il povero tremi dinanzi alla potenza dei ricchi (Basilio, Omelia sul Sal. 48,34.5).
«Occorre che noi scopriamo qual è questa immagine di Dio e ricerchiamo a similitudine di quale immagine sia stato fatto l'uomo... Quale altra immagine di Dio esiste, alla cui somiglianza sia stato creato l'uomo, se non il Salvatore che è primogenito di tutte le creature? Tutti coloro che vengono a lui e vogliono essere partecipi della sua immagine si rinnovano incessantemente con lo sviluppo dell'uomo interiore, a immagine del nostro Creatore... Bisogna che noi teniamo sempre davanti agli occhi tale immagine, affinché possiamo trasformarci a sua somiglianza» (Origene, In Gen. hom., 1.13).
«Per virtù propria, ossia per virtù di Dio che adombrò la vergine, ha posto in lui stesso i germi del suo corpo; ha dato inizio alla sua vita nella vita della carne. In tal modo, fatto uomo dalla Vergine, doveva ricevere in sé la natura della carne, e mediante questa mescolanza, questa unione, il corpo di tutto il genere umano doveva essere in lui santificato» (Ilario di Poitier, De Trin., cc. 24.27, PL 10,66ss).
«Per mezzo del corpo, l'unico Cristo, Verbo di Dio, venne alla nascita e alla corporeità; venne alla parvenza e all'accrescimento; divenne, per successioni di generazione, soggetto ai tempi. Nella divinità e nella umanità che furono unite nella persona, nell'umanità di cui si servì divinamente e umanamente, nel dominio e nella soggezione, in realtà e azione, il Figlio di Dio si è fatto uomo» (Efrem Siro, S. 6 In Hebd. sanct. ).
«Beati dunque coloro che hanno accolto il Cristo, venuto come luce nelle tenebre, perché si sono trasformati in figli della luce e del giorno. Beati quelli che nella loro vita si sono rivestiti della sua luce, perché hanno già indossato la veste per le nozze; non avranno i piedi e le mani legate per essere gettati nel fuoco eterno. Beati quelli che hanno contemplato Cristo stesso nel corpo, ma più beati quelli che l'hanno visto nell'intelligenza e nello Spirito, perché non vedranno la morte in eterno...» (Simone il nuovo teologo, Etica, 10, SC 129. 315s).
Ascolta il Figlio, che è l'immagine, la sapienza, la virtù, la gloria di Dio e intendi lo Spirito Santo quando proclama: «Chi potrà raccontare la sua generazione?» (Is 53,8). Poni mente al Signore quando attesta: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio abbia voluto rivelarlo» (Mt 11, 27). Addentrati in questo segreto e tuffati nel mistero di questa nascita inspiegabile, fra il solo Dio ingenerato e il Dio unigenito. Comincia, avanza, persisti: anche se so che tu non arriverai al fondo, tuttavia mi feliciterò che tu abbia preso l'avvio. Colui che con animo pio si mette in via per l'infinito, anche se non arriverà mai alla meta, trarrà profitto dal suo tentativo (Ilario di Poitier, La Trinità, 2, 10).
Devi ridestarti, o uomo, e riconoscere la nobiltà della tua natura. Ricordati che sei stato creato a immagine di Dio, e, se questa si è guastata in Adamo, ha ripreso tuttavia la sua linea originaria in Cristo. Serviti nella maniera più conveniente delle creature visibili, come ti servi della terra, del mare, del cielo, dell'aria, delle fonti e dei fiumi, e tutto ciò che di bello e meraviglioso in essi esiste, volgilo a lode e gloria del creatore... Accogli pure con i tuoi sensi la luce materiale, ma con tutto l'ardore del tuo spirito abbraccia quella luce più vera «che illumina ogni uomo che viene in questo mondo» (Gv 1,9) e di cui il profeta dice: «Avvicinatevi ad essa e sarete illuminati e i vostri volti non arrossiranno» (Sal 33,6). E infatti, se noi siamo il tempio di Dio e in noi abita lo Spirito di Dio, vale molto di più quel che ciascun fedele possiede nella sua anima di quel che può contemplare nel cielo. Naturalmente, o miei cari, se vi diamo questi ordini o questi consigli, non è certo per farvi disprezzare le opere di Dio e magari pensare che nelle cose, che Dio nella sua bontà ha creato buone, ci sia qualcosa di contrario alla vostra fede. Lo facciamo solo perché abbiate a servirvi con moderazione e secondo ragione di tutta la bellezza delle creature e di tutto questo magnifico apparato del mondo. «Difatti le cose che si vedono, come dice l'apostolo, sono temporanee, mentre le cose che non si vedono sono eterne» (2 Cor 4,18). Noi quindi, poiché siamo nati per la vita presente, ma siamo rinati per quella futura, non dobbiamo dedicarci ai beni temporanei, ma costantemente attendere a quelli eterni. Anzi, per poter contemplare più da vicino l'oggetto della nostra speranza, dinanzi al mistero stesso della natività del Signore dobbiamo riflettere a ciò che la grazia divina ha portato in dono alla nostra natura. Ascoltiamo l'apostolo che ci dice: «Voi siete in realtà morti, e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Ma quando apparirà il Cristo, che è la vostra vita, allora anche voi apparirete nella gloria con lui» (Leone Magno, Om. 27,6).
Il Verbo stesso di Dio, colui che è prima del tempo, l'invisibile, l'incomprensibile, colui che è al di fuori della materia, il Principio che ha origine dal Principio, la Luce che nasce dalla Luce, la fonte della vita e della immortalità, l'espressione dell'archetipo divino, il sigillo che non conosce mutamenti, l'immagine invariata e autentica di Dio, colui che è termine del Padre e sua Parola, viene in aiuto alla sua propria immagine e si fa uomo per amore dell'uomo. Assume un corpo per salvare il corpo e per amore della mia anima accetta di unirsi a un'anima dotata di umana intelligenza. Così purifica colui al quale si è fatto simile. Ecco perché c divenuto uomo in tutto come noi, tranne che nel peccato. Fu concepito dalla Vergine, già santificata dallo Spirito Santo nell'anima e nel corpo per l'onore del suo Figlio e la gloria della verginità. Dio, in un certo senso, assumendo l'umanità, la completò quando riunì nella sua persona due realtà distanti fra loro, cioè la natura umana e la natura divina. Questa conferì la divinità e quella la ricevette. Colui che dà ad altri la ricchezza si fa povero. Chiede in elemosina la mia natura umana perché io diventi ricco della sua natura divina. E colui che è la totalità, si spoglia di sé fino all'annullamento. Si priva, infatti, anche se per breve tempo, della sua gloria, perché io partecipi della sua pienezza. O sovrabbondante ricchezza della divina bontà! Ma che cosa significa per noi questo grande mistero? Ecco: io ho ricevuto l'immagine di Dio, ma non l'ho saputa conservare intatta. Allora egli assume la mia condizione umana per salvare me, fatto a sua immagine e per dare a me, mortale, la sua immortalità. Era certo conveniente che la natura umana fosse santificata mediante la natura umana assunta da Dio. Così egli con la sua forza vinse la potenza demoniaca, ci ridonò la libertà e ci ricondusse alla casa paterna per la mediazione del Figlio Suo. Fu Cristo che ci meritò tutti questi beni e tutto operò per la gloria del Padre. Il buon Pastore, che ha dato la sua vita per le sue pecore, cerca la pecora smarrita sui monti e sui colli sui quali si offrivano sacrifici agli idoli. Trovatala, se la pone su quelle medesime spalle, che avrebbero portato il legno della croce, e la riporta alla vita dell'eternità. Dopo la prima incerta luce del Precursore, la Luce stessa, che è tutto fulgore. Dopo la viene la Parola, dopo l'amico dello Sposo viene lo Sposo stesso. Il Signore viene dopo colui che gli preparò un popolo scelto e predispose gli uomini alla effusione dello Spirito Santo mediante la purificazione nell'acqua. Dio si fece uomo e morì perché noi ricevessimo la vita. Così siamo risuscitati con lui perché con lui siamo morti, siamo stati glorificati perché con lui siamo risuscitati. (Dai Discorsi di san Gregorio Nazianzeno, vescovo).
Ora, appunto, come coloro che subiscono la terapia del bisturi e del cauterio se la prendono con i medici per il dolore acuto provato nell'intervento operativo, ma se tutto questo procura loro la guarigione e la sofferenza della cauterizzazione scompare, allora avranno riconoscenza per chi li ha curati; allo stesso modo, una volta resa libera la natura nel lungo scorrere dei tempi dal male che ora è in essa intruso e congiunto, quando si sarà compiuto il ritorno alla condizione originaria di coloro che attualmente sono soggetti al male, da tutta quanta la creazione si leverà un canto unanime di ringraziamento, sia da parte di coloro che saranno puniti con questa purificazione e sia da parte di chi non avrà alcun bisogno di purificazione. Questi e di tal genere sono gli insegnamenti che ci offre il grande mistero dell'incarnazione divina. Mediante il suo congiungimento con l'umanità, assumendo tutti i caratteri propri della natura umana, la nascita il nutrimento e la crescita, fino alla prova della morte, Dio ha effettuato tutti quei benefici sopra menzionati, liberando l'uomo dalla malvagità e procurando guarigione allo stesso padre del vizio. E' salvezza da un'infermità la liberazione da una malattia, sia pure a costo di sofferenza. (Gregorio di Nissa, La grande catechesi, pag 107, edizioni Città Nuova)
Il proposito di Dio è uno solo: rendere possibile a tutti la partecipazione ai beni che si trovano in Lui non appena il numero naturale di noi uomini avrà raggiunto la sua pienezza, parlo sia degli uomini che si sono purificati dal vizio già in questa vita, sia di quelli che, dopo questa vita, sono stati curati dal fuoco per un periodo di tempo conveniente, sia di quelli che in questa vita non hanno conosciuto né il bene né il male. A proposito di questi beni la Scrittura dice che nessun occhio li ha mai visti, nessun orecchio li ha mai uditi, nessun pensiero li ha mai raggiunti. A mio parere, essi possono consistere solo nel ritrovarsi in Dio: il bene che si trova al di sopra dell'udito, della vista e del cuore è infatti rappresentato dal principio che tutto trascende. La differenza tra la vita virtuosa e quella viziosa sarà rivelata nella vita futura dalla possibilità di partecipare più presto o più tardi alla beatitudine in cui abbiamo sperato. Alla misura del vizio che si troverà in noi sarà rapportata la lunghezza della cura. La cura dell'anima consiste nella purificazione del vizio; e questa, in base all'esame condotto in precedenza, non si potrà realizzare al di fuori di una condizione dolorosa. (Gregorio di Nissa, L'anima e la risurrezione, pag 132, edizioni Città Nuova).
Né gli uomini, né le virtù celesti, né i cherubini o i serafini possono conoscere Dio in altro modo che nella sua rivelazione. Per natura egli è al di sopra dell'essere, al di sopra, dunque, della conoscenza. La sua essenza può essere indicata solo apofaticamente, per negazioni.Ciò che diciamo affermativamente di Dio non indica la sua natura, ma i suoi attributi, ciò che è in prossimità della natura (Giovanni Damasceno, Della fede ortodossa, 4, PG 94, 800). Il Padre ha l'essere di per sé e non ha da altri nulla di ciò che ha. Al contrario, egli è la sorgente e il principio della natura e del modo di essere di tutti. Tutto ciò che hanno il Figlio e lo Spirito, il loro stesso essere, essi lo hanno dunque dal Padre. Se il Padre non fosse, non sarebbero né il Figlio né lo Spirito. Se il Padre non avesse qualche cosa, non l'avrebbero né il Figlio né lo Spirito. Grazie al Padre, il Figlio e lo Spirito hanno tutto ciò che hanno, perché il Padre ha tutto ciò. Quando consideriamo in Dio la causa prima, la monarchia, vediamo l'unità. Ma quando consideriamo coloro nei quali la divinità è, o piuttosto coloro che sono la divinità stessa, le persone che procedono dalla causa prima, cioè le ipostasi del Figlio e dello Spirito, allora noi adoriamo i Tre (Giovanni Damasceno, ibid., 1, 8, 821c-824b. 829b). Noi non facciamo procedere il Padre da nessuno, ma lo chiamiamo Padre del Figlio; quanto al Figlio, non lo chiamiamo né causa, né Padre, ma diciamo che egli proviene dal Padre; diciamo anche che lo Spirito Santo procede dal Padre e lo chiamiamo Spirito del Padre; non diciamo che egli procede dal Figlio, ma che egli è lo Spirito del Figlio (Giovanni Damasceno, ibid., 1, 8, 832a-b).
Dio e tutte le opere di Dio sono gloria dell'uomo; e l'uomo è la sede in cui si raccoglie tutta la sapienza e la potenza di Dio. Come il medico dà prova della sua bravura nei malati, così anche Dio manifesta se stesso negli uomini. Perciò Paolo afferma: «Dio ha chiuso tutte le cose nelle tenebre dell'incredulità per usare a tutti misericordia» (Rm 11,32). Non allude alle potenze spirituali, ma all'uomo che si mise di fronte a Dio in stato di disobbedienza e perdette l'immortalità. In seguito però ottenne la misericordia di Dio per i meriti e il tramite del Figlio suo. Ebbe così in lui la dignità di figlio adottivo. Se l'uomo riceverà senza vana superbia l'autentica gloria che viene da ciò che è stato creato e da colui che lo ha creato, cioè da Dio, l'onnipotente, l'artefice di tutte le cose che esistono, e se resterà nell'amore di lui in rispettosa sottomissione e in continuo rendimento di grazie, riceverà ancora gloria maggiore e progredirà sempre più in questa via fino a divenire simile a colui che per salvarlo è morto. Il Figlio stesso di Dio infatti scese «in una carne simile a quella del peccato» (Rm 8, 3) per condannare il peccato, e, dopo averlo condannato, escluderlo completamente dal genere umano. Chiamò l'uomo alla somiglianza con se stesso, lo fece imitatore di Dio, lo avviò sulla strada indicata dal Padre perché potesse vedere Dio e gli diede in dono il Padre. Il Verbo di Dio pose la sua abitazione tra gli uomini e si fece Figlio dell'uomo, per abituare l'uomo a comprendere Dio e per abituare Dio a mettere la sua dimora nell'uomo secondo la volontà del Padre. Per questo Dio stesso ci ha dato come «segno» della nostra salvezza colui che, nato dalla Vergine, è I'Emmanuele: poiché lo stesso Signore era colui che salvava coloro che di per se stessi non avevano nessuna possibilità di salvezza. Per questo Paolo, indicando la radicale debolezza dell'uomo, dice: «So che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene» (Rm 7,18), poiché il bene della nostra salvezza non viene da noi, ma da Dio. E ancora Paolo esclama: «Sono uno sventurato, chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7,24). Quindi presenta il liberatore: «L'amore gratuito del Signore nostro Gesù Cristo» (cf. Rm 7,25). Isaia stesso aveva predetto questo: «Irrobustitevi, mani fiacche e ginocchia vacillanti, coraggio, smarriti di cuore, confortatevi, non temete; ecco il nostro Dio, opera la giustizia, darà la ricompensa. Egli stesso verrà e sarà la nostra salvezza» (cf. Is 35,4). Questo indica che non da noi, ma da Dio, che ci aiuta, abbiamo la salvezza. (Dal trattato Contro le eresie di sant'Ireneo, vescovo).
L'angelo, che annunziava il mistero, volle garantirne la veridicità con una prova e annunziò alla vergine Maria la maternità di una donna vecchia e sterile, per dimostrare così che a Dio è possibile tutto ciò che vuole. Appena Maria ebbe udito ciò, si avviò in fretta verso la montagna, non perché fosse incredula della profezia o incerta dell'annunzio o dubitasse della prova, ma perché era lieta della promessa e desiderosa di compiere devotamente un servizio, con lo slancio che le veniva dall'intima gioia. Dove ormai, ricolma di Dio, poteva affrettarsi ad andare se non verso l'alto? La grazia dello Spirito Santo non comporta lentezze. Subito si fanno sentire i benefici della venuta di Maria e della presenza del Signore. Infatti «appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, esultò il bambino nel seno di lei, ed ella fu ricolma di Spirito Santo» (cf. Lc 1, 41). Si deve fare attenzione alla scelta delle singole parole e al loro significato. Elisabetta udì per prima la voce, ma Giovanni percepì per primo la grazia; essa udì secondo l'ordine della natura, egli esultò in virtù del mistero; essa sentì l'arrivo di Maria, egli del Signore; la donna l'arrivo della donna, il bambino l'arrivo del bambino. Esse parlano delle grazie ricevute, essi nel seno delle loro madri realizzano la grazia e il mistero della misericordia a profitto delle madri stesse: e queste per un duplice miracolo profetizzano sotto l'ispirazione dei figli che portano. Del figlio si dice che esultò, della madre che fu ricolma di Spirito Santo. Non fu prima la madre a essere ricolma dello Spirito, ma fu il figlio, ripieno di Spirito Santo, a ricolmare anche la madre. Esultò Giovanni, esultò anche lo spirito di Maria. Ma mentre di Elisabetta si dice che fu ricolma di Spirito Santo allorché Giovanni esultò, di Maria, che già era ricolma di Spirito Santo, si dice che allora il suo spirito esultò. Colui che è incomprensibile, operava in modo incomprensibile nella madre. L'una, Elisabetta, fu ripiena di Spirito Santo dopo la concezione, Maria invece prima della concezione. «Beata - disse - tu che hai creduto» (cf. Lc 1,45). Ma beati anche voi che avete udito e creduto: ogni anima che crede concepisce e genera il Verbo di Dio e riconosce le sue opere. Sia in ciascuno l'anima di Maria per magnificare il Signore; sia in ciascuno lo spirito di Maria per esultare in Dio. Se c'è una sola madre di Cristo secondo la carne, secondo la fede, invece, Cristo è il frutto di tutti, poiché ogni anima riceve il Verbo di Dio, purché, immacolata e immune da vizi, custodisca la castità con intemerato pudore. Ogni anima che potrà mantenersi così, magnifica il Signore come magnificò il Signore l'anima di Maria, e il suo spirito esultò in Dio salvatore. Come avete potuto leggere anche altrove: «Magnificate il Signore con me» (Sal 33,4), il Signore è magnificato non perché la parola umana possa aggiungere qualcosa alla grandezza del Signore, ma perché egli viene magnificato in noi. Cristo è l'immagine di Dio: perciò l'anima che compie opere giuste e pie, magnifica l'immagine di Dio a somiglianza della quale è stata creata, e mentre la magnifica, partecipa in certo modo alla sua grandezza e si eleva. (Dal commento su S. Luca di sant'Ambrogio, Vescovo).
Tu non potresti mai esaudire, per quanto attingessi, una fonte che emette abissi d'acqua; allo stesso modo, della virtù creatrice dell'Unigenito devi pensare che, per quanto grandi siano le cose che credi abbia fatte, mai essa può diminuire... Come la luce, per quanto illumini migliaia di uomini, non perde per nulla del suo splendore, così anche Dio e prima di operare e dopo aver operato, rimane qual era, per nulla diminuito e affaticato dall'opera compiuta. E anche se occorresse creare mille mondi o mondi infiniti basterebbe a tutti, non solo per crearli, ma anche per conservarli dopo averli creati... Viene a noi la vita, vien meno il dominio della morte: la luce ci illumina, e le tenebre spariscono, e la vita rimane in noi per sempre e la morte più non ci domina. Perciò, quanto è detto del Padre, sia detto anche del Verbo: «In lui viviamo, ci muoviamo e siamo» (At 17,28); ciò che anche Paolo dimostra dicendo: «In lui sono state create tutte le cose e tutte sussistono in lui» (Col 1,16). Per questo è detto radice e fondamento... Da dove viene colui che riempie tutte le cose, che dappertutto è presente? Qual luogo ha privato della sua presenza colui che tutto tiene e contiene nelle sue mani? Non cambiò luogo (come l'avrebbe potuto?), ma con il suo abbassarsi fino a noi operò il suo avvento. Siccome, pur essendo anche prima nel mondo, sembrava che non ci fosse perché non era conosciuto, e più tardi invece manifestò se stesso degnando rivestirsi della nostra carne, chiama avvento questa manifestazione e questo suo scendere verso di noi... La luce sensibile non splende nelle tenebre: è senza tenebre. Ma l'annuncio di Cristo risplendette in mezzo all'errore, che aveva occupato tutte le menti, e lo tolse; e, venuto egli stesso in mezzo alla morte, la vinse, così da liberarne anche quelli che ne erano già stati afferrati... Né la morte né l'errore poterono vincere questa luce, ma dappertutto è manifesta e risplende di proprio fulgore... È luce invincibile, che non abita però volentieri nelle anime che non vogliono essere illuminate. E non ti turbi il fatto che non ha illuminato tutti; perché Dio si avvicina a noi non per necessità o per forza, ma per fede e libera volontà. Non chiudere la porta a questa luce, e godrai di una grande felicità. Questa luce ci viene per la fede, e, una volta venuta, illumina meravigliosamente chi la riceve, e, se ti mantieni puro, rimane in te per sempre... Come infatti uno può godere dei raggi del sole se non apre gli occhi: così non può essere pienamente partecipe di questo splendore, se non spalanca gli occhi dell'anima, cercando di adattare ad esso la loro forza visiva (Giovanni Crisostomo, Om. su Giovanni, 5,4; 10, 11; 5,5).
Tu, chiunque tu sia, che con amorosa fiducia riponi la tua gloria nella professione cristiana, devi apprezzare nel suo giusto valore la grazia di questa riconciliazione. È stata infatti l'incarnazione del Verbo che a te creatura un tempo spregevole, espulsa dal regno del paradiso, destinata alla morte in un esilio senza fine, ormai dissolta in polvere e cenere, e priva di qualsiasi speranza di vita, ha ridato la possibilità di far ritorno da tanto lontano al tuo creatore, e di riconoscerlo per Padre, di divenire libero mentre eri uno schiavo e di essere elevato alla condizione di figlio mentre eri nato un estraneo: è così che rinasci ancora dallo spirito di Dio, tu che eri nato da una carne soggetta a corruzione e ricevi per grazia quel che non avevi per natura, e puoi infine permetterti di invocare Dio con il nome di Padre, se ti riconosci, grazie allo spirito di adozione, come suo figlio (Leone Magno, Om. 22, L.2.5).
O Trinità soprasostanziale e superdivina supremamente buona, Tu che presiedi alla sapienza divina dei cristiani, guidaci alla vetta suprema dei discorsi mistici che rimane al di là della nostra intelligenza e supera da sé ogni luce creata. Là i misteri della teologia, semplici, assoluti, immutabili sono avvolti da una luminosissima nebbia di un silenzio che insegna nel segreto. Questa nebbia illumina in modo superiore, pur nelle tenebre, colui che è in se stesso superluminoso e riempie in modo straordinario le intelligenze prive di occhi materiali di luminose certezze infinitamente belle, anche se fanno parte di un mondo che non si può affatto né toccare né vedere. E’ questo appunto l’oggetto della mia preghiera. Ma tu, amico Timoteo, lascia da parte tutto quello che attira fortemente e colpisce i sensi, per quanto riguarda le visioni mistiche, e così pure le operazioni dell’intelletto e tutto quanto appartiene alla sensibilità e all’intelligenza e persino anche tutto quello che non esiste, e anela di nuovo, senza ulteriori ragionamenti, per quanto possibile, all’unione di Colui che è al di là di ogni sostanza e di ogni conoscenza. Vi arriverai se toglierai tutto quello che riguarda te e tutti gli altri con un’estasi totalmente pura, al raggio soprasostanziale della tenebra divina e sarai così libero del tutto. (Dionigi Areopagita, Teologia mistica, Cap.1).
Ignazio detto anche Teoforo, alla benedetta nella grazia di Dio Padre in Cristo Gesù Salvatore nostro, nel quale saluto la Chiesa che è in Magnesia presso il Meandro e le auguro in Dio Padre e in Gesù Cristo di gioire moltissimo. I Avendo conosciuto l'ottimo ordine del vostro amore secondo Dio, esultante mi sono risolto, nella fede di Gesù Cristo, a rivolgervi la parola. Avendo ottenuto, infatti, un nome divinamente splendentissimo, nelle catene che porto attorno canto le Chiese, nelle quali invoco l'unità di carne e spirito di Gesù Cristo nostro vivere eterno, l'unità di fede e di amore cui nulla è preferibile, e soprattutto l'unità di Gesù e del Padre; nel quale resistendo e sfuggendo a ogni attacco del principe di questo secolo conseguiremo Dio. II Poiché dunque fui fatto degno di vedervi in Damasco vostro vescovo degno di Dio e nei degni presbiteri Basso e Apollonio e nel mio conservo diacono Zoticone, possa io godere di lui perché è sottomesso al vescovo come alla grazia di Dio e al presbiterio come alla legge di Gesù Cristo. III A voi poi conviene non approfittare dell'età del vescovo ma, conforme alla potenza di Dio Padre, portargli ogni rispetto; come ho saputo che anche i santi presbiteri non hanno abusato dell'aspetto giovanile che appare, ma come saggi in Dio si accordano a lui, non a lui veramente, ma al Padre di Gesù Cristo il vescovo di tutti. In onore dunque di Colui che ci ha voluti è bene obbedire senza alcuna finzione: poiché uno non inganna questo vescovo visibile, ma cerca di ingannare l'invisibile. In questo caso il discorso non è riguardo alla carne, ma riguardo a Dio che conosce le cose nascoste. IV Conviene dunque non solo chiamarsi cristiani, ma anche esserlo; non come alcuni che lo chiamano vescovo, ma fanno tutto senza di lui. Costoro non mi sembrano essere di buona coscienza, poiché si raccolgono in assemblee non validamente con formi al precetto. V Poiché dunque c'è una fine e ci stanno davanti queste due cose insieme, la morte e la vita, e ciascuno deve andare al suo proprio luogo, come, infatti, ci sono due monete, l'una di Dio, l'altra del mondo e ognuna di esse porta su di sé la propria impronta: gli infedeli quella di questo mondo, i fedeli invece, nell'amore l'impronta di Dio Padre mediante Gesù Cristo e se mediante lui non scegliamo spontaneamente di morire nella sua passione, il suo vivere non è in noi. VI Poiché dunque nelle persone di cui sopra ho scritto ho visto nella fede ed ho amato tutta la comunità, vi esorto: abbiate cura di fare tutto nella concordia di Dio, poiché il vescovo presiede in luogo di Dio e i presbiteri in luogo del sinedrio degli apostoli, e ai diaconi, a me carissimi, è affidata la diaconia di Gesù Cristo che era prima dei secoli presso il Padre e che alla fine apparve. Tutti dunque, assumendo un sentire conforme a Dio rispettatevi l'un l'altro, e nessuno consideri il prossimo secondo la carne, ma in Gesù Cristo amatevi sempre l'un l'altro. Nulla sia in voi che possa dividervi, ma siate uniti al vescovo e a quelli che presiedono a modello e insegnamento di incorruttibilità. VII Come dunque il Signore non fece nulla senza il Padre, essendogli unito - né personalmente né mediante gli apostoli - così anche voi non fate nulla senza il vescovo e i presbiteri; e non cercate che appaia ragionevole qualcosa di vostro proprio, ma ciò che è in comune: una sola preghiera, una sola supplica, una sola mente, una sola speranza nell'amore, nella gioia incontaminata che è Gesù Cristo del quale nulla è meglio. Tutti correte insieme come a un solo tempio di Dio, come a un solo altare, al solo Gesù Cristo che è proceduto dall'unico Padre e nell'unico è ed è andato. VIII Non lasciatevi ingannare dalle dottrine estranee né dalle vecchie favole che sono inutili: infatti, se ancora viviamo secondo la Legge, riconosciamo di non aver ricevuto la grazia. I venerabilissimi profeti, infatti, vissero conforme a Cristo Gesù. Per questo anche furono perseguitati, ispirati dalla sua grazia a convincere gli increduli che c'è un solo Dio, che manifestò se stesso per Gesù Cristo Figlio suo, che è il suo Verbo proceduto dal silenzio, il quale piacque in tutto a Colui che lo mandò. IX Se dunque quanti vivevano nelle opere antiche sono venuti a novità di speranza, non più osservando il sabato ma vivendo secondo il giorno del Signore, giorno nel quale anche la nostra vita è risorta per mezzo di lui e della sua morte - ciò che alcuni negano - e per questo mistero abbiamo ricevuto di credere e per questo sopportiamo al fine di essere trovati, discepoli di Gesù Cristo, l'unico nostro maestro: come dunque potremo noi vivere senza di lui, che anche i profeti, essendo suoi discepoli nello spirito, attendevano come maestro? E per questo, colui che giustamente aspettavano, quando fu presente, li risvegliò dai morti. X Non siamo dunque insensibili alla sua benignità: se infatti egli ci imitasse in quel che facciamo, non esistiamo più. Perciò, divenuti suoi discepoli, impariamo a vivere secondo il cristianesimo: chi infatti si chiama con altro nome al di fuori di questo non è di Dio. Rigettate dunque il vecchio lievito invecchiato e inacidito e trasformatevi in nuovo lievito, che è Gesù Cristo. Salatevi in lui affinché nessuno di voi si corrompa: perché in base all'odore sarete giudicati. È fuor di luogo parlare di Gesù Cristo e giudaizzare: non il cristianesimo infatti crede nel giudaismo, ma il giudaismo nel cristianesimo, nel quale ogni lingua che ha creduto in Dio è stata riunita. XI Vi ho scritto queste cose, miei diletti, non perché abbia saputo che alcuni di voi si comportano così, ma come più piccolo di voi voglio preservarvi affinché non siate presi all'amo della vanità, ma siate pienamente convinti nella nascita, nella passione e nella risurrezione avvenuta al tempo in cui era governatore Ponzio Pilato; fatti veramente e sicuramente compiuti da Gesù Cristo, nostra speranza dalla quale a nessuno di voi accada mai di distogliersi. XII Possa io godere in tutto di voi, se pure ne sono degno: infatti, anche se sono in catene, non sono paragonabile ad uno solo di voi che siete liberi. So che non vi gonfiate: infatti avete in voi Gesù Cristo; e anzi quando vi lodo so che arrossite, come sta scritto: Il giusto è accusatore di se stesso (Pr 18,17). XIII Datevi dunque premura di essere consolidati nelle dottrine del Signore e degli apostoli, affinché tutto quel che fate vi riesca bene (cfr. Sal 1,3) nel corpo e nello spirito, nella fede e nell'amore, nel Figlio e nel Padre e nello Spirito, in principio e in fine, con il vostro degnissimo vescovo e con la corona spirituale ben intrecciata del vostro presbiterio e dei diaconi conformi a Dio. Sottomettetevi al vescovo e gli uni agli altri, come Gesù Cristo al Padre secondo la carne, e gli apostoli a Cristo e al Padre e allo Spirito, affinché vi sia unione di carne e di spirito. XIV Sapendo che siete pieni di Dio, vi ho esortati brevemente. Ricordatevi di me nelle vostre preghiere, affinché consegua Dio, e della Chiesa di Siria della quale non son degno di essere chiamato: ho bisogno infatti della vostra preghiera e del vostro amore uniti in Dio, affinché la Chiesa di Siria sia fatta degna, per mezzo della vostra Chiesa, di essere bagnata di rugiada. XV Vi salutano gli Efesini da Smirne, donde anche vi scrivo, venuti a gloria di Dio, come anche voi, i quali in tutto mi hanno confortato insieme a Policarpo vescovo degli Smirmioti. Anche le altre Chiese vi salutano nell'onore di Gesù Cristo. State bene nella concordia di Dio, possedendo lo spirito indiviso che è Gesù Cristo. (Lettera di Sant’Ignazio di Antiochia ai Magnesii).
Uno è il Signore che nel Verbo e nella Sapienza tutto ha creato e disposto. Questo è il Verbo di Dio, il Signore nostro Gesù Cristo, che nella pienezza dei tempi si è fatto uomo tra gli uomini per unire la fine con il loro principio, cioè l'uomo a Dio. Ecco perché i profeti, dotati dal Verbo stesso del loro carisma, hanno preannunziato l'incarnazione di colui che avrebbe operato la comunione perfetta fra Dio e l'uomo secondo il piano eterno di amore del Padre. Fin dall'inizio della storia il Verbo aveva annunziato che gli uomini avrebbero visto Dio e che Dio avrebbe vissuto insieme ad essi nel mondo, e avrebbe parlato con loro e sarebbe stato accanto all'uomo da lui creato per salvarlo, per lasciarsi raggiungere da lui, per liberarlo dalle mani dei suoi persecutori (cf. Lc 1, 71), cioè dagli spiriti di corruzione e di peccato. Dio avrebbe fatto sì che noi potessimo «servirlo in santità e giustizia per tutti i nostri giorni» (Lc 1,75). Così l'uomo, unito allo Spirito di Dio, sarebbe entrato nella gloria del Padre. I profeti annunziarono in anticipo che Dio sarebbe stato visto dagli uomini, conformemente alle parole del Signore: «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio» (Mt 5,8). Certo, nella realtà della sua grandezza e della sua gloria ineffabile «nessuno potrà vedere Dio e vivere» (Es 33,20). Il Padre infatti è inaccessibile. Ma nel suo amore, nella sua bontà e nella sua potenza è giunto fino a concedere a coloro che lo amano il privilegio di poterlo vedere. Ed C proprio questo che annunziavano i profeti, poiché ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio (Lc 18,27). L'uomo infatti con le sue sole forze non può vedere Dio. Ma se Dio lo vuole, nell'abisso della sua volontà, si lascia vedere da chi vuole, quando vuole e come vuole. Dio ha potere su tutti e su ogni cosa. Si rese un tempo accessibile in visione profetica per mezzo del suo Spirito, si lascia vedere ora mediante il suo Figlio dando l'adozione a figli. Sarà visto, infine, nel regno dei cieli nella pienezza della sua paternità. Lo Spirito, infatti, prepara gli uomini nel Figlio. Il Figlio li conduce al Padre. Il Padre dona l'incorruttibilità e la vita eterna che derivano dalla visione di Dio per coloro che lo vedono. Come coloro che vedono la luce sono nella luce, e partecipano al suo splendore e ne colgono la chiarezza, così coloro che vedono Dio, sono in Dio e ricevono il suo splendore. Lo splendore di Dio dona la vita: la ricevono coloro che vedono Dio. (Dal trattato Contro le eresie di sant'Ireneo, vescovo).
Ignazio detto anche Teoforo, alla Chiesa di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo che è in Filadelfia dell'Asia, a colei che ha trovato misericordia e che è fondata nella concordia di Dio, ed esulta nella passione del Signore nostro indivisibilmente, e nella risurrezione di lui è fatta pienamente certa di ogni misericordia: io la saluto nel sangue di Gesù Cristo, che è gaudio eterno e che permane, soprattutto se sono in unità con il vescovo e con i presbiteri e i diaconi che sono con lui, designati nel pensiero di Gesù Cristo, che egli secondo la sua volontà ha confermato in fermezza con il suo santo Spirito. I Questo vescovo so che non da se stesso né dagli uomini possiede la diaconia che riguarda la comunità, né per vanagloria, ma nell'amore di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo; sono profondamente colpito dalla sua mitezza, egli che tacendo può più di quelli che parlano cose vane: si armonizza infatti ai precetti come cetra alle corde. Perciò l'anima mia dice beato il suo sentire verso Dio che so virtuoso e perfetto, il suo essere irremovibile e senza collera, in tutta la clemenza del Dio vivente. II Figli dunque della luce di verità, fuggite la divisione e i cattivi insegnamenti: ma dove è il pastore là come pecore seguitelo. Molti lupi infatti, come degni di fede, con cattivo piacere fanno schiavi quelli che corrono secondo Dio: ma nella vostra unità non troveranno spazio. III Evitate le erbe cattive che non coltiva Gesù Cristo, perché non sono piantagione del Padre. Non che io abbia trovato divisione presso di voi, anzi purificazione. Quanti infatti sono di Dio e di Gesù Cristo, questi sono col vescovo; e quanti, convertiti, vengono all'unità della Chiesa, anche questi saranno di Dio per essere viventi secondo Gesù Cristo. Non ingannatevi, fratelli miei: se uno segue chi divide, non eredita il regno di Dio (cfr. 1 Cor 6,9s); se qualcuno cammina in un pensiero estraneo, questi non si accorda alla passione. IV Datevi dunque premura di avere un'unica eucaristia: una sola infatti è la carne del Signore nostro Gesù Cristo e uno solo il calice per l'unione nel suo sangue, uno solo l'altare, come uno solo il Vescovo insieme al presbiterio e ai diaconi miei conservi, affinché tutto quello che fate lo facciate secondo Dio. V Fratelli miei, molto trabocco di amore per voi ed esultando vi fortifico; non io però ma Gesù Cristo, nel quale incatenato temo ancor più, essendo ancora imperfetto: ma la vostra preghiera mi farà perfetto per Dio, affinché consegua l'eredità nella quale ho trovato misericordia rifugiandomi nel vangelo come nella carne di Gesù, e negli apostoli come nel presbiterio della Chiesa. Amiamo però anche i profeti, perché anch'essi hanno annunciato il vangelo, e sperano in lui e lui attendono, e credendo in lui furono salvati essendo nell'unità di Gesù Cristo, santi degni di amore e di ammirazione, che ricevettero testimonianza da Gesù Cristo e furono annoverati nel vangelo della comune speranza. VI Se qualcuno vi dà un'interpretazione secondo il giudaismo, non ascoltatelo. È meglio infatti udire il cristianesimo da un uomo circonciso, che il giudaismo da un incirconciso. Ma se l'uno e l'altro non parlano di Gesù Cristo, questi sono per me colonne e tombe di morti, sulle quali sono scritti soltanto nomi di uomini. Fuggite dunque le male arti e le insidie del principe di questo secolo, per non essere indeboliti nell'amore, oppressi dal suo pensiero; ma tutti siate nell'unità in un cuore indiviso. Rendo grazie al mio Dio perché ho coscienza pura riguardo a voi, e nessuno può vantarsi né in segreto né apertamente che io abbia pesato su alcuno in poco o in molto. E a tutti quelli fra i quali ho parlato auguro che ciò non sia per loro a testimonianza. VII Infatti anche se alcuni vollero ingannare me secondo la carne, non si inganna però lo Spirito, perché è da Dio: sa infatti da dove viene e dove va (cfr. Gv 3,8), e manifesta le cose segrete. Ho gridato quando ero in mezzo a voi, ho parlato a gran voce, con la voce di Dio: State attaccati al vescovo, al presbiterio e ai diaconi. Quelli che hanno sospettato che io dicessi così conoscendo già la divisione di alcuni, mi è testimone Colui nel quale sono incatenato che non da carne umana lo seppi. Ma lo Spirito gridò dicendo: Separatamente dal vescovo non fate nulla, custodite la vostra carne come tempio di Dio, amate l'unione, fuggite le divisioni, siate imitatori di Gesù Cristo come anche egli lo è del Padre suo. VIII Io dunque facevo quanto sta in me come uomo posto per l'unione. Ora, dove è divisione e ira, non abita Dio. Dunque, a tutti quelli che si convertono il Signore perdona, se si convertono all'unità di Dio e al sinedrio del vescovo. Credo nella grazia di Gesù Cristo che scioglierà da voi ogni vincolo. E vi esorto a non fare nulla in spirito di contesa, ma secondo l'insegnamento di Cristo. Poiché ho inteso alcuni dire: Se non lo trovo negli archivi, non credo nel vangelo; e poiché dicevo loro che è scritto, mi risposero: Qui sta la questione. Ma per me, l'archivio è Gesù Cristo, l'inviolabile archivio è la sua croce e la morte e la sua risurrezione e la fede che è per mezzo di lui: in tali cose voglio, nella vostra preghiera, essere giustificato. IX Ragguardevoli sono anche i sacerdoti, ma superiore il sommo Sacerdote al quale è stato affidato il Santo dei Santi, al quale solo sono stati affidati i segreti di Dio: egli che è la porta del Padre (cfr. Gv 10,7-9), per la quale entrano Abramo e Isacco e Giacobbe e i profeti e gli apostoli e la Chiesa. Tutte queste cose per l'unità di Dio. Ma qualcosa di più eccellente contiene il vangelo: la venuta del Salvatore, il Signore nostro Gesù Cristo, la sua passione e risurrezione. Infatti i profeti amati fecero l'annuncio in ordine a lui, ma il vangelo è consumazione di incorruttibilità. Tutte insieme queste cose sono buone, se con amore credete. X Poiché per la vostra preghiera e le viscere che avete in Cristo Gesù, mi è stato annunziato che la Chiesa d'Antiochia in Siria è in pace, conviene a voi, come a Chiesa di Dio, che ordiniate un diacono perché là faccia da ambasciatore dell'ambasceria di Dio, affinché si rallegri con loro radunati insieme e glorifichi il Nome. Beato in Gesù Cristo chi sarà ritenuto degno di tale diaconia, e anche voi ne avrete gloria. Se voi lo volete non è impossibile, per il nome di Dio, come anche le Chiese più vicine hanno inviato vescovi, e altre presbiteri e diaconi. XI Riguardo poi a Filone, il diacono di Cilicia, uomo che ha buona testimonianza, il quale anche ora mi serve nella parola di Dio insieme a Reo Agatòpode, uomo eletto che, dopo aver rinunciato alla sua vita, mi segue dalla Siria: essi pure vi rendono testimonianza e io rendo grazie a Dio per voi perché li avete accolti, come anche il Signore voi; quelli poi che li hanno disonorati siano riscattati nella grazia di Gesù Cristo. Vi saluta l'amore dei fratelli che sono in Troade, donde anche vi scrivo per mezzo di Burro, mandato con me dagli Efesini e dagli Smirnioti per farmi onore. Li onorerà il Signore Gesù Cristo nel quale sperano in carne, anima; spirito, fede, amore, concordia. State bene in Cristo Gesù, la nostra comune speranza. (Lettera di Sant’Ignazio di Antiochia ai Filadelfesi).
Nessun giorno meglio di questo è in grado di richiamarci tale nascita, degna certo di adorazione in cielo e in terra: esso, mentre anche nell'universo materiale si accende una nuova luce, pone visibilmente dinanzi ai nostri sensi tutto lo splendore di questo disegno meraviglioso... Oggi l'autore del mondo è stato generato dal seno di una vergine; colui che aveva fatto tutte le cose si è fatto figlio di una donna da lui stesso creata. Oggi il Verbo di Dio è apparso rivestito di carne e, mentre mai era stato visibile ad occhio umano, si è reso anche fisicamente palpabile. Oggi i pastori hanno appreso dalla voce degli angeli che era nato il salvatore nella sostanza del nostro corpo e della nostra anima, sicché anche per i capi del gregge del Signore questo giorno ha fissato in anticipo il modello con cui va diffusa la buona novella. Anche noi cioè dobbiamo ripetere con le schiere celesti: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà» (Leone Magno, Om. 16, 1).
Quando nostro Signore Gesù Cristo nacque come vero uomo, senza mai cessare di essere vero Dio, egli realizzò in sé l'inizio stesso di una nuova creatura e, conformemente a questa sua nascita, comunicò al genere umano un principio spirituale nuovo: così, perché fossero abolite le tracce contaminanti della generazione carnale, gli uomini da rigenerare avrebbero avuto un'origine del tutto indipendente dal seme materiale portato dalla colpa, in quanto di essi che «non sono nati né da sangue né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio» (Gv 1,13). Ora quale intelligenza sarebbe capace di comprendere questo mistero? Quale lingua potrebbe parlare di questa grazia? L'umanità malvagia ritorna alla sua innocenza, l'umanità vecchia riacquista una vita uova; gli estranei ricevono l'adozione e i forestieri entrano in possesso dell'eredità. D'ora in poi i cattivi diventano giusti, gli avari generosi, i lussuriosi asti, e gli uomini da terreni si fanno celesti. Ora da dove viene una tale trasformazione se non dalla destra dell'altissimo? Di fatto il Figlio di Dio è venuto per distruggere le opere del demonio, e si è innestato in noi e ci ha innestato in sé, in maniera tale che i discesa di Dio verso il mondo umano si è risolta nell'elevazione dell'uomo verso il mondo divino (Leone Magno, Om. 27,2).
Se è evidente, o miei cari, l'amore con cui la divina bontà ha effuso così grandi ricchezze su di noi che, chiamati all'eternità, abbiamo non solo usufruito del valido aiuto degli esempi del passato, ma goduto altresì dell'apparizione in forma visibile della verità stessa, è nostro preciso dovere celebrare il giorno della nascita del Signore con una gioia che nulla abbia di fiacco e di carnale. E questo ognuno di noi potrà farlo degnamente e coscienziosamente, se ricorderà di quale corpo egli è membro e a quale capo è intimamente congiunto, per non essere una struttura disarmonica e staccata nell’edificio spirituale. Considerate, o miei cari, e seguendo l'illuminazione dello Spirito Santo, cercate di capire bene chi sia che ci ha preso in sé e che abbiamo preso in noi: come infatti il Signore Gesù è diventato nostra carne nascendo, così noi siamo divenuti il suo corpo rinascendo. Per questo noi siamo membra di Cristo e tempio dello Spirito Santo» (1 Cor 6,15); per questo il santo apostolo dice: «Glorificate e portate Dio nel vostro corpo» (1 Cor 6,20) (Leone Magno Om. 23).
La preghiera è colloquio dell’intelletto con Dio. Di quale stato ha bisogno l’intelletto per volgersi al suo Signore senza ripensamenti e colloquiare con Lui senza alcun intermediario? (Evagrio Pontico, La preghiera pura, Cap.III). Anzitutto prega per ottenere il dono delle lacrime, perché il lutto ammorbidisca la durezza del campo che è l’anima tua, e, confessando contro te stesso al Signore il male che hai commesso, possa essere da Lui perdonato. (Evagrio Pontico, La preghiera pura, Cap.V). Per essere esaudito o ascoltato in ogni tua richiesta, usa le tue lacrime: il tuo Signore si compiace assai di accogliere una preghiera con le lacrime. (Evagrio Pontico, La preghiera pura, Cap.VI).
Il Figlio è l'immagine del Padre, immagine naturale, completa, in tutto simile al Padre, salvo l'innascibilità e la paternità. Poiché il Padre è progenitore non generato, mentre il Figlio è generato e non è Padre. Lo Spirito Santo è l'immagine del Figlio. Perché «nessuno può dire: Gesù è il Signore se non per lo Spirito Santo» (2 Cor 12,3). È dunque per lo Spirito Santo che noi conosciamo il Cristo, Figlio di Dio e Dio, ed è nel Figlio che noi vediamo il Padre (Giovanni Damasceno, Sulle immagini, 3,17, PG 94, 1337b). Adorando il mio re e mio Dio, io adoro al tempo stesso il porfido del suo corpo, non come un vestito o una quarta persona, ma come un corpo unito a Dio e che perdura senza mutamento, come la divinità che l'ha unto. Non che la natura corporea sia divenuta divinità, ma, come il Verbo non ha mutato e rimane ciò che egli era pur facendosi carne, anche la carne è divenuta Verbo senza aver perduto ciò che aveva, pur identificandosi con il Verbo secondo l'ipostasi (Giovanni Damasceno, ibid., 3, 8, 1013c-1016a; 4, 3, 1105a-b).
«Tutta la s. Scrittura è ispirata da Dio ed è utile per la perfezione dell'uomo» (2 Tm 3,16-17). L'anima ricava quindi grande vantaggio dalla lettura della Bibbia. «Come un albero piantato sulla sponda di un fiume» (Sal 1, 3), l'anima irrigata dalla Bibbia acquista vigore, produce un frutto saporoso, cioè la fede autentica, e si adorna di mille foglie verdeggianti, cioè di azioni che piacciono a Dio. La Bibbia infatti ci conduce alla perfezione pura e alle azioni sante. In essa troviamo l'esortazione a tutte le virtù e il monito alla fuga dal male. Bussiamo perciò al cancello di questo magnifico giardino che è la Bibbia. È un giardino profumato, soave, bellissimo. Incanta i nostri orecchi con la dolce polifonia degli uccelli spirituali e divini, tocca il nostro cuore, ci consola nella tristezza, ci placa nel momento dell'ira, ci riempie di gioia eterna. Bussiamo con diligenza e costanza. Non scoraggiamoci di bussare. Il cancello ci verrà aperto. Se abbiamo letto una pagina della Bibbia due o tre volte e non l'abbiamo capita, non stanchiamoci di rileggerla e di meditarla. Cerchiamo alla fontana di questo giardino «gli zampilli dell'acqua che sale fino alla vita eterna» (Gv 4,14). Gusteremo una gioia inesauribile, poiché inesauribile è la grazia del giardino della Bibbia (Giovanni Damasceno, Della fede ortodossa, 4, 7, 1176s).
La prima cosa: noi sappiamo che Dio è principio, mediazione e fine di ogni bene; e che è impossibile mettere in atto il bene, o credere ad esso, se non in Gesù Cristo e nello Spirito Santo. (Marco l’eremita, La legge spirituale, Cap.1). Colui che è al principio di ogni bene, sia al principio di ogni tuo proposito, affinché ciò che ora hai fra le mani si conformi a Dio. (Marco l’eremita, La legge spirituale, Cap.3). Colui che ha un sentire umile e un modo d’agire spirituale, quando legge le Divine Scritture medita tutte le cose come riferite a sé, non all’altro. (Marco l’eremita, La legge spirituale, Cap.4). Cieco era colui che gridava: “Figlio di Davide, abbi pietà di me”. Egli faceva orazione secondo il corpo, e non aveva ancora ricevuto la contemplazione spirituale. Ma colui che prima era cieco, dopo aver recuperato l’uso degli occhi e aver veduto il Signore lo adorò non più come figlio di Davide, ma riconoscendolo come Figlio di Dio. (Marco l’eremita, La legge spirituale, Cap.11). Nell’istante del ricordo di Dio moltiplica l’invocazione, affinché, se poi ti dimentichi, sia il Signore stesso a ridarti il ricordo. (Marco l’eremita, La legge spirituale, Cap.23).
Domanda, in forma di preghiera, dello stesso abate Eutimio al medesimo Grande Anziano: Signore Gesù Cristo, medico delle anime ferite, noi ti presentiamo preghiere fatte con le tue sante parole. Ricevile per mezzo del tuo servo. Poiché tu hai detto, o Santo: Non i sani hanno bisogno del medico, ma i malati. Si ricordò di questo anche il tuo servo Paolo, quando disse: Che lo zoppo non devii, ma piuttosto sia guarito. Tu dicesti, Santo, in una di queste risposte: Se sei sano, perché zoppichi?. Chi è sano non zoppica, ma cammina diritto. Io sono zoppo e ferito, per questo grido, perché tu mi visiti, come visitasti colui che scendeva a Gerico e s'imbatté nei briganti (ed io pure mi sono imbattuto nei medesimi briganti e sono stato ferito); grido perché tu fasci anche le mie ferite, e mi ponga sul tuo santo animale, cioè la vera fede, e mi faccia entrare nel tuo santo albergo e ti prenda cura di me come fai con tutti quelli che sono oppressi. Signore, la donna emorroissa ti si avvicinò da dietro e per averti toccato il mantello fu salvata; ed io, ogni giorno ricevo la medicina dalle tue sante membra, dal tuo corpo e dal tuo sangue e l'acqua uscita dal tuo santo fianco, e la mia sofferenza continua ad aumentare. Poiché hai detto, o Santo: Chi va dal medico e vuole essere guarito, deve fare ciò che gli viene ordinato dal medico, mandami, Signore, quante medicine vuoi, cauteri, impiastri, solo fa' cessare il mio flusso maleodorante, cioè il pensiero impuro. E tu mi hai detto anche: La porta è aperta. Ma i cani vigilano da ogni parte e non lasciano che ci si avvicini alla porta. Così il buon padrone di casa, vedendo da lontano il povero che viene ed è molestato dai cani, manda il portinaio a cacciare via i cani in modo che il povero possa avvicinarsi a prendere l'elemosina dalla tua Bontà. Padre, che cosa significa ciò che ci hai scritto: Colui che avrà vissuto una sola settimana di anni vedrà cose che non sono avvenute dalla fondazione del mondo? E che cosa faremo noi giovani?. Come saremo salvati? Prega il Signore perché ci mostri quali sono quei monti santi dove egli disse di fuggire per essere salvati. Sono monti spirituali, o monti visibili? Fa' che li possiamo conoscere anche noi, affinché quando venga l'ora fuggiamo là e siamo salvati, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, per i secoli. Amen. Risposta di Barsanufio. - Fratello, se riflettiamo a quello che diciamo, vediamo che le nostre stesse parole ci accusano. In effetti, chiunque va dal medico, e non si sottomette rigorosamente alle sue prescrizioni, non può essere liberato dalla sua malattia. E poiché tu hai detto che desideri ricevere anche altre cure e medicine, io mi meraviglio che la tua Carità non rifletta alla sapienza del nostro grande medico, come essa abbia tagliato i pretesti da ogni uomo che cerca una scusa. Infatti, avendo aperto tutti i suoi libri di medicina a chiunque li vuole leggere per trovarci la salvezza, ha dimostrato che siamo senza scusa. E poiché se perfino le donne non cessano di cantare: lo sono verme e non uomo, vergogna degli uomini e disprezzo del popolo, che cosa faremo noi uomini? Non per disprezzare le donne, non sia mai! Poiché non ci è stato ordinato questo; ma lo dico perché dal principio esse furono la causa della trasgressione, ma Dio non le ha escluse dall'insegnamento divino. Se questa medicina ci piace, perché la gettiamo via, anche se, lasciandoci illudere, crediamo di non averla rifiutata, ma di possederla? Allora è per modo di dire che parliamo, e non coi fatti. Poiché è certo che se esaminiamo il nostro uomo interiore, troviamo veramente che non siamo capaci di sopportare né accuse, né offesa, né annientamento, né disprezzo. E tu puoi rendertene conto dal pensiero che tu hai oggi, in seguito alla prova a cui ti ho sottoposto: dopo il fatto in realtà tu ti pentivi di non aver capito, ed è stato per mettere alla prova la tua Carità che io feci ciò che sai e trovai che dentro di te abitava ancora l'uomo vecchio. Ma io credo che la tua Carità ne abbia tratto un giovamento non piccolo. Nostro Signore è perfetto e vuole che tutti i suoi siano perfetti, poiché dice: Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste. Quindi, chi porta questi cauterii è salvato. Perché chi ha nelle narici il proprio cattivo odore, non ne sente altro neppure se si pone sopra un mucchio di cadaveri. E uno che è stato derubato dai ladri non ha più nulla da consegnare ad altri. Vedi, o amato, che, mentre aspiriamo alla mancanza di sollecitudini, non vogliamo poi esserne puri del tutto, così da stimarci, come siamo, terra e polvere. E siamo invecchiati nutrendo in noi la vanagloria. Poiché stimare che la nostra opera piace a Dio, che la nostra reclusione edifica tutti, e che siamo stati resi liberi dal giudicare e dal condannare, questa è l'estrema vanagloria e niente altro. Se il nostro grande e celeste medico ci ha dato ogni medicina e ogni impiastro, in che cosa si trova la causa della nostra rovina, se non nella debolezza del nostro proposito? Prima di tutto, egli ci ha dato l'umiliazione, che bandisce ogni superbia ed ogni esaltazione che si innalza contro la conoscenza della gloria del Figlio di Dio; poi, l'obbedienza che spegne tutti i dardi infuocati del nemico; ci ha dato di tagliare la volontà, in ogni cosa, a favore del prossimo. E ciò genera l'imperturbabilità del cuore, una espressione del viso più luminosa e sorridente, la sicurezza dello sguardo. Ma l'impiastro grande che egli ci ha dato che abbraccia tutte le membra e che cura ogni malattia e ogni ferita è l'amore come il suo. Egli infatti si è fatto nostro modello. Poiché è detto: Ha umiliato se stesso divenuto obbediente, non solo, ma obbediente fino alla morte. E avendo posto la sua vita per noi, ci ha istruito dicendo: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato, e in questo conosceranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri. Se non vuoi zoppicare, prendi il bastone della croce, e appoggia su di esso le tue mani e muori, e non zoppicherai più: poiché un morto non zoppica più; e se hai questo bastone non hai più bisogno del portinaio. Poiché con questo bastone caccerai non solo i cagnolini, ma anche il re delle fiere, il leone ruggente. E Giacobbe disse: Nel mio bastone ho attraversato il fiume, e ancora [appoggiandosi] sulla cima di esso adorò. E fu col bastone che Mosè operò prodigi. E chi è inchiodato ad esso è liberato completamente da ogni piaga purulenta. Infatti chi è morto, muore al peccato. E qual è dopo queste cose la speranza che attendiamo se non la risurrezione dopo tre giorni? Poiché a chi è crocifisso basta poter conrisorgere con Gesù. Il discorso sulla settimana intendeva dire che ci saranno diverse tribolazioni e diversi sommovimenti. E quanto ai monti di cui parli, pensiamo che siano la santa Maria, Madre di Dio, e i santi che vengono dietro a lei, e coloro che in quei tempi saranno trovati sicuramente col sigillo del Figlio di Dio. Poiché egli salverà molti per causa loro. A lui la gloria nei secoli. Amen. (Tratto da “Epistolario, Barsanufio e Giovanni di Gaza”).
Un accidente doloroso procura, a chi è consapevole, il ricordo di Dio; ma procura afflizione a chi dimentica il Signore, in proporzione al suo oblio. (Marco l’eremita, La legge spirituale, Cap.56). Ogni sofferenza involontaria divenga per te maestra del ricordo di Dio, e non ti mancherà un’occasione per cambiare mentalità. (Marco l’eremita, La legge spirituale, Cap.57). Esamina accuratamente i tuoi mali, non quelli del tuo prossimo, per non privarti del tuo laboratorio interiore. (Marco l’eremita, La legge spirituale, Cap.63). Ogni atto mentale ha, in Dio, una misura ed un peso. Si può infatti pensare il medesimo oggetto in modo passionale oppure tenendosi al centro. (Marco l’eremita, La legge spirituale, Cap.89). Causa di ogni male morale sono la vanagloria e il piacere. Chi non ha avversione per questi ultimi, neanche vincerà la passione. (Marco l’eremita, La legge spirituale, Cap.102).
Fratelli e padri, la durata della vita presente non generi in voi inerzia, rilassamento e negligenza, ma piuttosto tensione e impegno più serio per piacere a Dio, perché vi avvicinate alla morte. Nessun servo mentre si avvicina al suo signore per rendergli conto e nessun apostolo mentre si avvicina a colui che lo ha mandato, potrebbe rimanere tranquillo, anzi diventa così teso che, davanti a lui, può addirittura dar l'impressione di essere fuori di sé. E allora? Anche noi ci avviciniamo al nostro Signore, anzi è il Signore che si avvicina e con lui il tremendo giudizio, in cui tutti dobbiamo presentarci nudi e scoperti (Eb 4,13), per rendere conto della vita che abbiamo vissuto e ricevere il regno dei cieli o il castigo eterno. E chi mai è in grado di affrontare tutto ciò (2 Cor 2, 16)? Chi può rimanere nell'inerzia? Anzi, chi può non affrettarsi, con più impeto del fuoco, a compiere la volontà del suo Signore, per non essere sorpreso come quel servo che fu legato mani e piedi e scacciato dalla sala delle nozze (Cf. Mt 22, 11-13)? Ma, se esempi come questo non ci spaventano, cerchiamo almeno di farci un'idea degli eventi futuri in base a quelli presenti. Non vediamo come tra i nemici dell'imperatore alcuni soffrono nelle prigioni, altri sono interrogati a colpi di flagello, altri sono mandati in esilio, altri perdono gli occhi, e altri ancora rischiano per la loro stessa vita? E, quanto a coloro che non gli sono diventati nemici, non vediamo come anch'essi si presentano di fronte a lui con timore e lo servono tremando, e vengono mandati di qua e di là in guerre e missioni difficili, senza che nessuno osi contraddire o disobbedire? Se si fa così per un re mortale, a maggior ragione bisogna che ciò sia fatto, con timore e tremore, per l'immortale e unico Re e Signore dei signori (cf. 1 Tm 6,15), e non bisogna far niente contro i suoi comandi. O disprezzi forse la ricchezza della sua bontà, la sua tolleranza, la sua pazienza, come dice la sacra Scrittura? Ignorando che la bontà di Dio ti spinge alla conversione, tu con la tua durezza e il tuo cuore impenitente accumuli collera su di te per il giorno dell'ira, della rivelazione e del giusto giudizio di Dio, il quale renderà a ciascuno secondo le sue opere (Rm 2,4-6). Queste parole ci infondano timore e trascorriamo ogni nostra giornata con cautela e circospezione, levandoci subito con zelo alle prime luci dell'alba, scacciando il sonno, e pregando con fervore nel caso in cui non si cantino le ore a motivo della resurrezione, così da presentarci ben disposti ai nostri lavori: il cellerario in dispensa, il cuoco in cucina, chi svolge un servizio al suo servizio, chi deve esortare alla sua esortazione (cf. Rm 12,8), in breve, procedendo tutti in pace in ogni cosa. Nessuna mormorazione, nessuna disubbidienza, nessun grido, nessuna contestazione, e nessuna malignità repressa, così da mostrare fuori il volto pacifico ma dentro alimentare la cattiveria, per mordere alla prima occasione come un serpente o un cammello che serba rancore! Qualcuno vi ha offeso, e l'offesa è passata. Chi ve l'ha fatta se ne è pentito? Allora perdonate sinceramente, evitando di infiammarvi di nuovo nei vostri pensieri, senza rendere male per male, né ingiuria per ingiuria - come sta scritto - ma, al contrario, benedicendo, poiché a questo siete stati chiamati, per avere in eredità la benedizione. Chi infatti vuole amare la vita e vedere giorni felici - sta scritto -, trattenga la sua lingua dal male e le sue labbra da parole d'inganno. Eviti il male e faccia il bene; cerchi la pace e la segua, perché gli occhi del Signore sono sopra i giusti, e le sue orecchie sono attente alle loro preghiere; ma il volto del Signore è contro coloro che fanno il male (1 Pt 3,9-12; Sal 33,13-17). Queste sono le cose più piccole: che dire di quelle più grandi? La nostra lotta è contro i principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo (Ef 6, 12), contro questa persecuzione che ci incalza e semina la distruzione di qua e di là, come sentiamo dire. Se dunque non riusciamo a cavarcela nelle piccole cose, come potremo farci onore nelle grandi? Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto (Lc 16,10), come dice il Signore. Poiché dunque, per grazia di Dio, vi siete mostrati fedeli sia nel molto che nel poco, attraverso la sottomissione' e la confessione di fede, guardate ora di non vacillare in nessuna delle due cose, anzi diventate perfetti in entrambe, pronti a compiere ogni opera buona, non offrendo a nessuno un motivo di avversione, affinché non sia biasimato il ministero (2 Cor 6,3), ma piuttosto rendendovi graditi a Dio in ogni cosa, per ereditare il regno dei cieli in Cristo Gesù, Signore nostro, al quale appartengono la gloria e la potenza, con il Padre e il santo Spirito, ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen. (Teodoro Studita, Catechesi 5 dopo la santa Pasqua).
Se tu dici: «Mostrami il tuo Dio», anch'io potrei risponderti: «Mostrami il tuo uomo e ti mostrerò il mio Dio». Dimostrami dunque che vedono gli occhi della tua anima e odono le orecchie del tuo cuore. Come infatti quelli che vedono con gli occhi del corpo osservano quanto avviene nella vita e sulla terra, percepiscono insieme le differenze tra la luce e le tenebre, tra il bianco e il nero, tra il brutto e il bello, tra ciò che è armonioso, proporzionato e ciò che è privo di ritmo e di proporzione, tra ciò che è smisurato e ciò che è mutilo (e in modo simile avviene per quanto cade sotto il senso dell'udito: suoni acuti, gravi e dolci), così la stessa cosa si potrebbe dire riguardo alle orecchie e agli occhi dell'anima: è loro possibile vedere Dio. Dio è percepito da coloro che possono vederlo perché hanno aperto gli occhi della loro anima. Gli occhi li hanno tutti, ma alcuni non li hanno che velati e non possono vedere la luce del sole. Orbene, non perché i ciechi non vedono, la luce del sole non brilla più; se la prendano dunque con se stessi i ciechi e con i loro occhi. Così anche tu, uomo, hai gli occhi dell'anima velati dai tuoi peccati e dalle due opere malvagie. L'uomo deve avere la sua anima pura come un tersissimo specchio. Qualora invece sullo specchio ci fosse della ruggine, non vi si può più vedere il volto dell'uomo; così quando c'è un peccato nell'uomo, egli in tale condizione non può vedere Dio. Fatti dunque vedere se non sei adultero, se non sei dissoluto, se non sei ladro, se non sei predone, se non sei rapinatore, se non sei invidioso, millantatore, sdegnoso, se non sei brutale, se non sei avaro, se non vendi i tuoi figlioli. Dio non si fa vedere a coloro che commettono tali azioni, se prima non si purificano da ogni macchia (Teofilo d'Antiochia, Tre libri ad Autolico, 1, 1).
Dio, per coloro che lo cercano con gli occhi corporali, non si trova in alcun luogo in quanto è invisibile; invece per lo spirito che riflette è presente ovunque, poiché è sia nell'universo che al di fuori di esso. Nell'universo è vicino a coloro che lo temono come la salvezza è lontana dai peccatori. (Simeone il Nuovo Teologo, Prima centuria: capitoli pratici e teologici)
Se tu intendi l'espressione: Padre, se è possibile, si allontani da me il calice, la quale ha intonazione di rinuncia, riferita all'uomo, « non a quello considerato il Salvatore - infatti il suo volere, interamente divinizzato, non ha nulla di contrario a Dio -, ma a quello come noi, come della volontà dell'uomo che non segue in tutto Dio, ma il più delle volte gli si oppone e gli è ostile », come afferma il divino Gregorio, che ti pare del seguito della preghiera, cioè dell'espressione: Non si attui ciò che io voglio, ma la tua volontà? È rinuncia o coraggio? Di sommo consenso o dissenso? Certo nessuno di quelli che hanno sano intelletto contraddirà che essa non è di opposizione né di codardia, ma piuttosto di perfetta unione e consenso. E se è di perfetta unione e consenso, da chi ritieni che si debba accogliere? Dall'uomo che è come noi o da quello considerato il Salvatore? Se non proviene da quello che è come noi, è errato il discorso del maestro che dice di lui: « Come della volontà umana che non segue in tutto la volontà divina, ma il più delle volte le si oppone e le è ostile ». Infatti se segue, non si oppone; e se si oppone, non segue; un aspetto è eliminato e respinto come contrario dall'altro. Se invece tu intendi l'espressione: Non si attui ciò che io voglio, ma la tua volontà come proveniente non dall'uomo come noi, ma da quello considerato il Salvatore, proclami il sommo consenso della volontà umana con la volontà divina di lui e del Padre e riconosci due volontà ed operazioni sussistenti per natura di colui che è duplice rispetto alla natura e non contiene contraddizione di alcun genere in nessuna delle due, anche se possiede la distinzione naturale in tutto ciò da cui ed in cui e rispetto a cui egli stesso era secondo natura. Ora se, partendo da questi ragionamenti, sei indotto ad affermare che non riguarda né l'uomo come noi né quello considerato il Salvatore l'espressione: Non ciò che io voglio, ma è attribuita in senso negativo alla divinità che non ha principio dell'Unigenito ed impedisce che egli voglia qualcosa in modo personale rispetto al Padre, allora attribuisci necessariamente alla stessa divinità senza principio l'oggetto del volere, che è la richiesta di allontanamento del calice. Infatti se tu affermi che la negazione ha la possibilità di eliminare anche il volere qualcosa in modo personale, non ha però quella di escludere l'oggetto del volere, poiché non è possibile che la negazione si riferisca ad entrambe le prerogative: al volere l'Unigenito qualcosa in modo personale rispetto al Padre e all'oggetto del volere, poiché inevitabilmente la specifica volontà comune del Padre e del Figlio sarà l'eliminazione dell'oggetto del volere di Dio, cioè la nostra salvezza. Questo infatti è ciò che per natura costituisce l'oggetto del suo volere. Se però non è possibile riferire la negazione ad entrambe le prerogative, è evidente che se tu la attribuisci al volere qualcosa in modo personale per por re così il fondamento del volere comune, non eliminerai l'oggetto del volere, cioè la richiesta di allontanamento del calice, ma lo riferirai alla divinità comune e senza principio, a cui riconducevi in senso negativo anche il volere. Ma se ciò è degno di esecrazione anche solo a pensarlo, evidentemente allora anche la negazione cioè l'espressione: Non ciò che io voglio, rigettando sotto ogni aspetto la contraddizione, dimostra l'accordo della volontà umana del Salvatore con la volontà divina propria e del Padre, poiché tutto il Verbo assunse come sostanza tutta la natura e tutta la divinizzò con questa assunzione. Perciò, divenuto per noi come noi, diceva in modo umano a Dio e Padre: Non si attui la mia, ma la tua volontà, poiché egli, che è per natura Dio, anche come uomo aveva come volontà l'adempimento della volontà del Padre. Di conseguenza secondo entrambe le nature da cui ed in cui e di cui era costituita la sua persona si rivelava essere colui che naturalmente vuole ed opera la nostra salvezza: da un lato, acconsentendo a questa insieme con il Padre e con lo Spirito; dall'altro, facendosi ubbidiente per questa al Padre fino alla morte, e alla morte di croce e realizzando egli stesso mediante il mistero dell'incarnazione il grande piano di salvezza per noi. (“Sull’espressione: “Padre, se è possibile, si allontani da me il calice” S. Massimo il Confessore).
Ignazio detto anche Teoforo, a Policarpo vescovo della Chiesa degli Smirnioti, o piuttosto della quale è vescovo Dio Padre e il Signore Gesù Cristo, augura di gioire moltissimo. I Accogliendo il tuo pensiero in Dio, stabilito come su pietra immobile, rendo altissima lode di essere stato fatto degno del tuo volto incontaminato di cui possa io godere in Dio. Ti esorto, nella grazia della quale sei rivestito, a continuare nella tua corsa e ad esortare tutti perché si salvino. Giustifica la tua posizione con ogni sollecitudine di carne e di spirito, abbi cura dell'unione della quale nulla è meglio, porta tutti come anche il Signore te, sopporta tutti nell'amore come del resto fai. Attendi a incessanti preghiere, chiedi intelletto più grande di quello che hai, veglia avendo spirito insonne. Parla ad ognuno singolarmente a somiglianza di Dio, porta le infermità di tutti come atleta perfetto: dove maggiore è la fatica, molto è il guadagno. II Se ami i buoni discepoli non hai merito: piuttosto, sottometti con dolcezza i più pestiferi. Non ogni ferita si cura con lo stesso impiastro. Calma le esasperazioni con infusi. Sii in ogni cosa prudente come serpente e semplice sempre come la colomba (cfr. Mt 10,1G). Per questo sei carnale e spirituale: per adattarti a ciò che vedi riguardo a ciascuno. Quanto poi alle cose invisibili, chiedi che ti siano rivelate perché tu non manchi di nulla e sovrabbondi di ogni carisma. Questo momento esige ciò da te, come i nocchieri esigono ì venti e chi è sbattuto dalla tempesta il porto, per conseguire Dio. Sii sobrio come atleta di Dio: la posta è l'incorruttibilità e la vita eterna, e anche tu ne sei convinto. In tutto, prezzo di riscatto per te sono io, e le mie catene che tu hai amato. III Quelli che ti sembrano degni di fede r insegnano dottrine estranee non ti spaventino. Sta saldo come l'incudine sotto i colpi: è da grande atleta essere picchiato e vincere. Specialmente però a motivo di Dio dobbiamo tutto sopportare affinché anch'egli sopporti noi. Sii più zelante di quello che non sei. Comprendi bene i tempi. Attendi Colui che è al di sopra del tempo, l'intemporale, l'invisibile per noi visibile, l'impalpabile, l'Impassibile per noi passibile, Colui che per noi ha sofferto in ogni modo. IV Le vedove non siano trascurate: dopo il Signore sii tu a curarti di loro. Nulla si faccia senza il tuo consenso, e tu senza Dio non fare nulla, come del resto nulla fai: sta saldo. Si facciano riunioni più frequenti: cerca tutti, ognuno per nome. Non disprezzare gli schiavi e le schiave; a loro volta però essi non si inorgogliscano, ma a gloria di Dio servano ancor più, per ottenere da Dio migliore libertà. Non bramino di essere liberati dalla comunità, per non essere trovati schiavi della passione. V Fuggi le male arti, anzi fanne oggetto di discorso. Dì alle mie sorelle di amare il Signore e di stare contente dei loro coniugi nella carne e nello spirito. Similmente raccomanda anche ai miei fratelli, in nome di Gesù Cristo, di amare le loro consorti come il Signore la Chiesa (cfr. Ef 5,25). Se qualcuno può rimanere in castità a onore della carne del Signore, vi resti senza vantarsene: se serie vanta è perduto, e se si considera al di sopra del vescovo è corrotto. Agli sposi e alle spose poi conviene contrarre la loro unione con il parere del vescovo, affinché il matrimonio sia secondo il Signore e non secondo la passione. Tutto si faccia a onore di Dio. VI Siate uniti al vescovo, affinché anche Dio lo sia a voi. lo sono prezzo di riscatto per coloro che si sottomettono al vescovo, ai presbiteri, ai diaconi: e con loro possa io aver parte in Dio. Faticate insieme gli uni con gli altri, lottate insieme, correte insieme, soffrite insieme, addormentatevi insieme, alzatevi insieme, come economi aiutanti e servi di Dio. Fate in modo di piacere a Colui per il quale militate e dal quale anche riceverete il salario: né alcuno di voi sia trovato disertore. Il vostro battesimo rimanga come scudo, la fede come elmo, la carità come lancia, la pazienza come armatura: le vostre somme depositate siano le vostre opere, perché possiate percepire i crediti che vi spettano. Siate longanimi dunque gli uni con gli altri con dolcezza, come Dio con voi. Possa io godere di voi sempre. VII Poiché la Chiesa che è in Antiochia di Siria è in pace - come mi è stato riferito - per la vostra preghiera, ho preso più animo nella fiducia in Dio, di potere, attraverso il patire, conseguire Dio, per essere trovato vostro discepolo alla risurrezione. Conviene, o Policarpo beatissimo in Dio, adunare un consiglio degnissimo in Dio e ordinare uno che vi sia molto caro e sollecito, che potrà essere chiamato corriere di Dio, e onorario del compito di andare in Siria per celebrare la vostra sollecita carità a gloria di Dio. Il cristiano non ha potere su di sé, ma è libero per attendere a Dio: questa è l'opera di Dio e vostra, quando l'avrete compiuta; credo infatti nella grazia, che siete pronti a fare una buona azione conforme a Dio. Conoscendo l'intensità della nostra verità, vi ho esortato con poche parole. VIII Poiché dunque non ho potuto scrivere a tutte le Chiese, essendo salpato improvvisamente da Troade per Neapoli, come dispone la Volontà, scriverai tu alle Chiese alle quali dovrò giungere, poiché possiedi il pensiero di Dio affinché anch'essi facciano la medesima cosa: quelli che possono mandino messaggeri a piedi, gli altri lettere per mezzo di quelli che tu avrai mandato, affinché siate glorificati per un'opera eterna, essendone tu degno. Saluto tutti per nome, e la sposa di Epitropo con tutta la sua casa e quella dei suoi figli. Saluto Attalo, il mio diletto. Saluto colui che sarà stimato degno di andare in Siria. La grazia sarà sempre con lui e con Policarpo che lo manda. Vi auguro di stare bene sempre nel nostro Dio Gesù Cristo: in lui possiate permanere nell'unità e sorveglianza di Dio. Saluto Alce, il nome a me diletto. State bene nel Signore. (Lettera di Sant’Ignazio di Antiochia a Policarpo).
Cirillo saluta nel Signore il piissimo e sommamente amato da Dio Nestorio, suo collega. Sono venuto a sapere che alcuni tentano con vane ciance di detrarre al mio buon nome presso la tua Riverenza - e ciò frequentemente - soprattutto in occasione di riunioni di persone assai in vista. Forse pensando addirittura di accarezzare le tue orecchie, essi spargono voci incontrollate. Sono persone che non ho offeso in nessun modo, li ho invece ripresi con le debite maniere: l'uno perché trattava ingiustamente ciechi e bisognosi; l'altro, perché aveva impugnato la spada centro la propria madre; un altro ancora, perché aveva rubato con la sua serva l'oro degli altri, ed aveva sempre avuto una fama, quale nessuno augurerebbe neppure al suo peggior nemico. Del resto, non intendo interessarmi troppo di costoro, perché non sembri che io estenda la misura della mia pochezza al di sopra del mio signore e maestro, e al di sopra dei padri: non è possibile, infatti, evitare le stoltezze dei malvagi, in qualsiasi modo si viva. Costoro, però, che hanno la bocca piena di maledizione e di amarezza (1), dovranno rendere conto al giudice di tutti. lo, invece, tornando a ciò che credo più importante, ti ammonisce anche ora, come fratello in Cristo, perché tu esponga la dottrina e il pensiero sulla fede al popolo con ogni cautela e prudenza perché tu rifletta che lo scandalizzare anche uno piccoli che credono in Cristo (2), suscita la insopportabile, indignazione (di Dio). Se poi coloro che sono stati fossero una moltitudine, non dobbiamo forse usa arte per evitare, con prudenza, gli scandali e presentare rettamente una sana esposizione della fede a chi cerca la verità? Ciò avverrà nel modo migliore se leggendo le opere dei santi padri, cercheremo di apprezzarle molto, ed esaminando noi stessi, se siamo nella vera fede conforme della Scrittura (3), conformiamo perfettamente il nostro modo di vedere il loro pensiero retto e irreprensibile. Dice, dunque, il santo e grande concilio (di Nicea) che lo stesso Figlio unigenito, generato secondo natura da Dio Padre, Dio vero nato dal vero Dio, luce dalla luce, colui per mezzo del quale il Padre ha fatto tutte le cose, è disceso si è fatto carne, si è fatto uomo, ha sofferto, è risuscitato il terzo giorno, è salito al cielo. Dobbiamo attenerci anche noi a queste parole e a questi insegnamenti, riflettendo bene cosa significhi che il Verbo di Dio si è incarnato e fatto uomo. Non diciamo, infatti, che la natura dal Verbo si sia incarnata mutandosi, né che fu trasformata in un uomo, composto di anima e di corpo. Diciamo, piuttosto, che il Verbo, unendosi ipostaticamente una carne animata da un'anima razionale si fece uomo in modo ineffabile e incomprensibile e si è chiamato figlio dell'uomo, non assumendo solo la volontà e neppure la sola persona. Sono diverse, cioè, le nature che si uniscono, ma uno solo è il Cristo e Figlio che risulta non che questa unità annulli la differenza delle nature ma piuttosto la divinità e l'umanità formano un solo e Cristo, e Figlio, che risulta da esse; con la loro unione arcana ed i nell'unità. Così si può affermare che, pur sussistendo prima dei secoli, ed essendo stato generato dal Padre, Egli è stato generato anche secondo la carne da una donna; ma ciò non significa che la sua divina natura abbia avuto inizio nella santa Vergine, né che essa avesse bisogno di una seconda nascita dopo quella del padre (sarebbe infatti senza motivo, Oltre che sciocco, dire che colui che esisteva prima di tutti i secoli, e che è coeterno al Padre, abbia bisogno di una seconda generazione per esistere); ma poiché per noi e per la nostra salvezza, ha assunto l'umana natura in unità di persona, ed è nato da una donna così si dice che è nato secondo la carne. (Non dobbiamo pensare), infatti, che prima sia stato generato un uomo qualsiasi dalla santa Vergine, e che poi sia disceso in lui il Verbo: ma che, invece, unica realtà fin dal seno della madre, sia nato secondo la carne, accettando la nascita della propria carne. Così, diciamo che egli ha sofferto ed è risuscitato, non che il Verbo di Dio ha sofferto nella propria natura le percosse, i fori dei chiodi, e le altre ferite (la divinità, infatti non può soffrire, perché senza corpo); ma poiché queste cose le ha sopportate il corpo che era divenuto suo, si dice che egli abbia sofferto per noi: colui, infatti, che non poteva soffrire, era nel corpo che soffriva. Allo stesso modo spieghiamo la sua morte. Certo, il Verbo di Dio, secondo la sua natura, è immortale, incorruttibile, vita, datore di vita; ma, di nuovo, poiché il corpo da lui assunto, per grazia di Dio, come dice Paolo (4), ha gustato la morte per ciascuno di noi, si dice che egli abbia sofferto la morte per noi. Non che egli abbia provato la morte per quanto riguarda la sua natura (sarebbe stoltezza dire o pensare ciò), ma perché, come ho detto poco fa, la sua carne ha gustato la morte. Così pure, risorto il suo corpo, parliamo di resurrezione del Verbo; non perché sia stato soggetto alla corruzione - non sia mai detto - ma perché è risuscitato il suo corpo. Allo stesso modo, confesseremo un solo Cristo un solo Signore; non adoreremo l'uomo e il Verbo insieme, col pericolo di introdurre una parvenza di divisione dicendo insieme, ma adoriamo un unico e medesimo (Cristo), perché il suo corpo non è estraneo al Verbo, quel corpo con cui siede vicino al Padre; e non sono certo due Figli a sedere col Padre ma uno, con la propria carne, nella sua unità. Se noi rigettiamo l'unità di persona, perché impossibile o indegna (del Verbo) arriviamo a dire che vi sono due Figli: è necessario, infatti definire bene ogni cosa, e dire da una parte che l'uomo è stato onorato col titolo di figlio (di Dio), e che, d'altra parte il Verbo di Dio ha il nome e la realtà della filiazione. Non dobbiamo perciò dividere in due figli l'unico Signore Gesù Cristo. E ciò non gioverebbe in alcun modo alla fede ancorché alcuni parlino di unione delle persone: poiché non dice la Scrittura che il Verbo di Dio sì è unita la persona di un uomo ma che si fece carne (5). Ora che il Verbo si sia fatto carne non è altro se non che è divenuto partecipe, come noi, della carne e del sangue (6): fece proprio il nostro corpo, e fu generato come un uomo da una donna, senza perdere la sua divinità o l'essere nato dal Padre, ma rimanendo, anche nell'assunzione della carne, quello che era. Questo afferma dovunque la fede ortodossa, questo troviamo presso i santi padri. Perciò essi non dubitarono di chiamare la santa Vergine madre di Dio, non certo, perché la natura del Verbo o la sua divinità avesse avuto l’origine del suo essere dalla santa Vergine, ma perché nacque da essa il santo corpo dotato di anima razionale, a cui è unito sostanzialmente, si dice che il verbo è nato secondo la carne. Scrivo queste cose anche ora spinto dall'amore di Cristo esortandoti come un fratello, scongiurandoti, al cospetto di Dio e dei suoi angeli eletti, di voler credere e insegnare con noi queste verità, perché sia salva la pace delle chiese, e rimanga indissolubile il vincolo della concordia e dell’amore tra i sacerdoti di Dio. (SECONDA LETTERA DI CIRILLO A NESTORIO).
[...] Noi confessiamo, quindi, che il Verbo di Dio si è unito personalmente alla carne umana, ma adoriamo un solo Figlio e Signore Gesù Cristo, non separando né dividendo l'uomo e Dio, come se fossero uniti l'uno all'altro dalla dignità e dalla autorità (ciò, infatti, sarebbe puro suono e niente altro), e neppure chiamando, separatamente, Cristo Verbo di Dio, e separatamente l'altro Cristo quello nato dalla donna; ma ammettendo un solo Cristo, e cioè il Verbo di Dio Padre, con la sua propria carne. Allora egli, come noi, è stato unto, anche se è lui stesso a dare lo Spirito a coloro che sono degni di riceverlo, e ciò non secondo misura, come dice il beato Giovanni evangelista (8). Ma non affermiamo neppure che il Verbo di Dio ha abitato, come in un uomo qualsiasi, in colui che è nato dalla Vergine santa, perché non si creda che Cristo sia un semplice uomo portatore di Dio. Se, infatti il Verbo di Dio abitò fra noi (9) ed è detto che in Cristo abitò corporalmente la pienezza della divinità (10), crediamo però che egli si fece carne non allo stesso modo che si dice che abita nei santi, e distinguiamo nello stesso modo l'abitazione che si è fatta in lui: unito secondo natura, e non mutato affatto in carne, ebbe in essa una tale abitazione, quale si potrebbe poi dire che abbia l'anima dell'uomo nei riguardi del suo corpo. Non vi è, dunque, che un solo Cristo, Figlio e Signore; non secondo una semplice unione di un uomo, nell'unità della dignità e dell'autorità, con Dio perché una uguale dignità infatti, non può unire le nature. Così Pietro e Giovanni sono uguali in dignità, come gli altri apostoli e discepoli; ma i due non erano uno. Infatti non concepiamo il modo dell’unione come una giustapposizione (ciò, del resto, non sarebbe neppure sufficiente ad una unità naturale), o come una unione per relazione, come quando noi, aderendo a Dio, secondo la Scrittura, siamo uno spirito solo con lui (11); evitiamo piuttosto il termine stesso di "congiunzione" in quanto inadeguato ad esprimere il mistero dell'unità. E non chiamiamo il Verbo di Dio Padre neppure "Dio" o "Signore" di Cristo, per non dividere di nuovo, apertamente in due l'unico Cristo e Figlio e Signore, cadendo nel di bestemmia, facendo di lui il Dio o il Signore di se stesso. Unito, infatti, sostanzialmente, alla carne, come abbiamo detto, il Verbo di Dio è Dio di ogni cosa e domina su ogni creatura, ma non è né servo, né Signore di se stesso. Il solo pensare o dire ciò sarebbe sciocco o addirittura empio. E’ vero che ha detto che suo padre era il suo Dio (12), pur essendo Dio per natura e della sostanza di Dio; ma non ignoriamo che, essendo Dio, egli è diventato anche uomo, soggetto a Dio secondo la legge propria della natura dell'umanità. Come avrebbe potuto essere, d'altra parte, egli, Dio o Signore di se stesso? Quindi, in quanto uomo, e in quanto si può accordare con la misura del suo annientamento, egli afferma di essere con noi sottoposto a Dio: così egli si assoggettò alla legge (13), pur avendo espresso egli la legge, ed essendo legislatore, in quanto Dio. Evitiamo assolutamente di dire: "Venero ciò che è stato assunto, per la dignità di colui che l'assume; adoro il visibile a causa dell'invisibile". E’ addirittura orrendo, inoltre, dire: "Colui che è stato assunto è chiamato Dio, insieme con colui che l'ha assunto". Chi usa questo linguaggio, divide di nuovo il Cristo in due Cristi e colloca da una parte l'uomo, e dall'altra Dio; nega, infatti, evidentemente l'unità: quell'unità per cui uno non può essere coadorato o connominato Dio con un altro: uno, invece, è creduto Gesù Cristo, unigenito figlio di Dio, da onorarsi con un unica adorazione con la sua carne. Confessiamo anche che lo stesso Figlio unigenito di Dio, anche se impossibile secondo la propria natura, ha sofferto nella sua carne per noi, secondo le Scritture (14), ed era nel corpo crocifisso, facendo sue, senza soffrire, le sofferenze della sua carne. Per la grazia di Dio gustò la morte (15) per la salvezza di tutti; ed offri ad essa il proprio corpo, quantunque egli sia per natura la vita ed egli stesso la resurrezione (16). Egli, sconfiggendo la morte con la sua ineffabile potenza, fu nella sua propria carne il primogenito tra i morti e la primizia di coloro che si erano addormentati (nel Signore) (17), ed aprì all'umana natura la via del ritorno all'incorruzione. Per la grazia di Dio, come abbiamo accennato, egli gustò la morte per ciascuno di noi, e risorgendo il terzo giorno, spogliò l'Ade. Quindi, anche se si dice che la resurrezione dei morti è avvenuta attraverso un uomo (18), per uomo, però, intendiamo quello che era nello stesso tempo il Verbi di Dio, per mezzo del quale è stato distrutto l'impero della morte. Questi verrà, a suo tempo, come unico Figlio e Signore nella gloria del Padre, per giudicare il mondo, nella giustizia, come affermano le Scritture (19). E’ necessario aggiungere anche questo. Annunziando la, morte, secondo la carne, dell'Unigenito Figlio di Dio, cioè di Gesù Cristo, e la sua resurrezione dai morti, e confessando la sua assunzione al cielo, noi celebriamo nelle chiese il sacrificio incruento, ci avviciniamo così alle mistiche benedizioni, e ci santifichiamo, divenendo partecipi della santa carne e del prezioso sangue del Salvatore di noi tutti, Cristo. Noi non riceviamo, allora, una comune carne (Dio ci guardi dal pensarlo!), o la carne di un uomo santificato e unito al Verbo mediante un'unione di dignità, o di uno che abbia in sé l'abitazione di Dio, ma una carne che dà veramente la vita ed è la carne propria del Verbo stesso. Essendo infatti, vita per natura in quanto Dio, poiché è divenuto una cosa sola con la propria carne, l'ha resa vivificante sicché quando ci dice: In verità vi dico, se non mangerete la carne del Figlio dell'uomo e non berrete il sito sangue (20), non dobbiamo comprendere che essa sia la carne di un qualunque uomo come noi (e come potrebbe essere vivificante la carne di un uomo, considerata secondo la propria natura?); ma, invece, come la carne di Colui che per noi si fece e si fece chiamare figlio dell'Uomo. Quanto alle espressioni del nostro Salvatore contenute nei Vangeli, noi non le attribuiamo a due diverse sussistenze o persone. Non è infatti duplice l'unico e solo Cristo, anche se si debba ammettere che egli è pervenuto all'unità indivisibile da due differenti realtà; come del resto avviene dell'uomo, che, pur essendo composto di anima e di corpo, non per questo è duplice, ma una sola realtà composta di due elementi. Diciamo piuttosto che sia le espressioni umane, sia quelle divine, sono state dette da un solo (Cristo). Quando egli, infatti, con linguaggio divino, afferma di sé: Chi vede me, vede il Padre, e: Io e il Padre siamo una sola cosa (21), noi pensiamo alla sua divina ed ineffabile natura, per cui egli è uno col Padre in forza dell'identità della sostanza, egli, immagine e figura e splendore della sua gloria (22). Quando, invece, non reputando indegna la condizione umana, dice ai Giudei: ora voi volete uccidermi, perché vi ho detto la verità (23) di nuovo dobbiamo riconoscere in lui, uguale e simile al Padre, il Dio Verbo anche nei limiti della sua umanità. Se, infatti, dobbiamo credere che, essendo Dio per natura, si è fatto carne, ossia uomo con anima razionale, che motivo vi è, poi, che uno si vergogni che le sue espressioni siano state dette in modo umano? Poiché, se egli avesse rifiutato le espressioni proprie dell'uomo, chi mai lo spinse a farsi uomo come noi? Colui che si è abbassato, per noi, volontariamente, fino all'annientamento, perché mai dovrebbe poi rifiutare le espressioni proprie di chi si è annientato? Le espressioni dei Vangeli, quindi, sono da attribuirsi tutte ad una sola persona, ossia all'unica sussistenza incarnata del Verbo: uno è, infatti, il Signore Gesù Cristo, secondo le Scritture (24). Se, infatti, viene chiamato apostolo e pontefice della nostra confessione (25) inquantoché ha offerto in sacrificio a Dio Padre la confessione della fede che noi facciamo a lui, e per mezzo suo a Dio Padre, e anche allo Spirito santo, diciamo ancora che egli è per natura il Figlio unigenito di Dio, e non attribuiamo certamente ad un altro uomo diverso da lui il nome e la sostanza del sacerdozio. Egli infatti è divenuto mediatore fra Dio e gli uomini (26) li ha riconciliati per la pace, offrendosi vittima di soavità a Dio padre (27). Perciò ha detto: Non hai voluto né sacrificio né oblazione, ma mi hai dato un corpo. Non hai gradito gli olocausti in espiazione del peccato. Allora ho detto: Ecco, vengo. All'inizio del libro è scritto di me che io debba fare, o Dio, la tua volontà (28). Egli ha offerto in odore di soavità il proprio corpo per noi, non certo per se stesso. Di quale sacrificio ed offerta, infatti, avrebbe bisogno per sé, egli che è superiore a qualsiasi peccato essendo Dio? Se è vero, infatti, che tutti sono peccatori e sono privati della gloria di Dio (29) inquantoché siamo inclinati ad ogni vento di peccato e la natura dell'uomo divenne inferma per il peccato - per lui, però, non fu così, e siamo vinti dalla sua gloria - come può essere ancora dubbio che l'agnello vero sia stato immolato a causa nostra e per noi? Sicché dire che egli si è offerto per sé e per noi non potrebbe in nessun modo essere esente dall'accusa di empietà. Egli, infatti, non ha mancato in nessun modo e non ha commesso peccato. E di quale oblazione avrebbe dovuto aver bisogno, non essendovi alcun peccato, per cui avrebbe dovuto offrirla? Quando poi afferma dello Spirito: Egli mi glorificherà (30), rettamente noi non diciamo che l'unico Cristo e Figlio, quasi avesse bisogno di essere glorificato da un altro, ha avuto la sua gloria dallo Spirito Santo: perché lo Spirito non è migliore di lui o superiore a lui. Ma poiché a dimostrazione della sua divinità, si serviva del proprio spirito per compiere le sue meraviglie, perciò egli dice di essere glorificato da lui come se un uomo, riferendosi alla forza che è in lui o alla sua scienza dicesse: "mi glorificano". Poiché, se anche lo Spirito ha una sussistenza propria, e viene considerato in sé ossia secondo quella proprietà per cui è Spirito e non Figlio non è, però, estraneo a lui. E’ detto, infatti, Spirito di verità (31), e Cristo è appunto la verità (32), e procede da lui come da Dio Padre. Di conseguenza, questo Spirito, operando meraviglie anche per mezzo degli apostoli, dopo l'ascensione del Signore nostro Gesù Cristo al cielo, lo glorificò; fu creduto, infatti, che egli, Dio per natura, operasse ancora per mezzo del proprio Spirito. Per questo diceva ancora: Prenderà del mio e ve lo annunzierà (33). E in nessun modo noi diciamo che lo Spirito è sapiente e potente per partecipazione: egli è assolutamente perfetto e non ha bisogno di nessun bene. Proprio, infatti, perché è Spirito della potenza e della sapienza del Padre, che è il Figlio (34), per questo è realmente sapienza e potenza. E poiché la Vergine santa ha dato alla luce corporalmente Dio unito ipostaticamente alla carne, per questo noi diciamo che essa è madre di Dio, non certo nel senso che la natura del Verbo abbia avuto l'inizio della sua esistenza dalla carne, infatti esisteva già all'inizio, ed era Dio, il Verbo, ed era Presso Dio (35). Egli è il creatore dei secoli, coeterno al Padre e autore di tutte le cose; ma perché, come abbiamo già detto, avendo unito a sé, ipostaticamente, l'umana natura in realtà sortì dal seno della madre in una nascita secondo la carne; non che avesse bisogno necessariamente o per propria natura anche della nascita temporale, avvenuta in questi ultimi tempi, ma perché benedicesse il principio stesso della nostra esistenza, e perché, avendo una donna partorito (il Figlio di Dio) che si è unito l'umana carne, cessasse la maledizione contro tutto il genere umano, che manda a morte questi nostri corpi terrestri, e rendesse vana questa parola: darai alla luce i figli nella sofferenza (36), e realizzasse la parola del profeta: la morte è stata assorbita nella vittoria (37) e l'altra: Dio asciugò ogni lacrima da ogni volto (38). Per questo motivo diciamo che egli, da buon amministratore, ha benedetto le stesse nozze, quando fu invitato, con i santi apostoli, a Cana di Galilea (39). Ci hanno insegnato a pensare così sia i santi apostoli ed evangelisti, sia tutta la Scrittura divinamente ispirata sia le veraci professioni di fede dei beati padri. Con la dottrina di tutti questi bisogna che concordi e si armonizzi anche tua pietà. Ciò che la tua pietà deve anatematizzare è aggiunto in fondo a questa nostra lettera.
I dodici anatematismi
Se qualcuno non confessa che il Verbo di Dio ha sofferto nella carne, è stato crocifisso nella carne, ha assaporato la morte nella carne, ed è divenuto il primogenito dei morti (47), inquantoché, essendo Dio, è vita e dà la vita, sia anatema. (TERZA LETTERA DI CIRILLO DI ALESSANDRIA A NESTORIO).
Letta la lettera della Tua Dilezione (e ci meravigliamo che sia stata scritta così tardi), e scorso l'ordine degli atti dei vescovi, finalmente abbiamo potuto renderci conto dello scandalo sorto fra voi contro l'integrità della fede. Quello che prima sembrava oscuro, ci appare in tutta la sua chiarezza. Eutiche, che pareva degno di onore per la sua dignità di sacerdote, ora ne balza fuori come molto imprudente ed incapace. Si potrebbe applicare anche a lui la parola del profeta: Non volle capire per non dover agire rettamente. Ha meditato l'iniquità nel suo cuore (1). Che vi può essere infatti di peggio, che essere empio e non volersi sottomettere ai più saggi e ai più dotti? Cadono in questa stoltezza quelli che, quando incontrano qualche oscura difficoltà nella conoscenza della verità, non ricorrono alle testimonianze dei profeti, alle lettere degli apostoli o alle affermazioni dei Vangeli, ma a se stessi, e si fanno, quindi, maestri di errore proprio perché non hanno voluto essere discepoli della verità. Quale conoscenza può avere dalle pagine sacre del nuovo e dell'antico Testamento chi non sa comprendere neppure i primi elementi del Simbolo? Ciò che viene espresso in tutto il mondo dalla voce di tutti i battezzandi non è ancora compreso dal cuore di questo vecchio. Non sapendo perciò quello che dovrebbe pensare sulla incarnazione del Verbo di Dio, e non volendo applicarsi nel campo delle sacre scritture per attingervi luce per l'intelligenza, avrebbe almeno dovuto ascoltare con attenzione la comune e unanime confessione, con cui l'insieme dei fedeli professa di credere in Dio padre onnipotente, e in Gesù Cristo suo unico figlio, nostro signore, nato dallo Spirito santo e da Maria vergine: tre affermazioni da cui vengono distrutte le costruzioni di quasi tutti gli eretici. Se infatti si crede che Dio è onnipotente e padre, si dimostra con ciò che il Figlio è a lui coeterno, in nessuna cosa diverso dal Padre, perché è Dio nato da Dio, onnipotente da onnipotente, coeterno da eterno; e non è a lui posteriore nel tempo, inferiore per potenza, dissimile nella gloria, diverso per essenza. Questo eterno unigenito dell'eterno padre, inoltre, è nato dallo Spirito santo e da Maria vergine; e questa nascita nel tempo non ha tolto nulla, come nulla ha aggiunto, a quella divina ed eterna nascita, ma fu consacrata interamente alla redenzione dell'uomo, che era stato ingannato,- e a vincere la morte, e a distruggere col suo potere il diavolo, che aveva il dominio della morte (2). Noi non avremmo potuto vincere l'autore del peccato e della morte, se non avesse assunto e fatta sua la nostra natura colui che il peccato non avrebbe potuto contaminare e la morte avere in suo dominio. Egli infatti fu concepito dallo Spirito santo nel seno della vergine Madre, che lo diede alla luce nella sua integrità verginale, così come senza diminuzione della sua verginità l'aveva concepito. Se poi Eutiche, non era capace di attingere da questa purissima fonte della fede cristiana il genuino significato, perché aveva oscurato lo splendore di una verità così evidente con la propria cecità, avrebbe dovuto sottomettersi alla dottrina del Vangelo. Matteo dice: Libro della genealogia di Gesù Cristo, figlio di David, figlio di Abramo (3). Egli avrebbe dovuto consultare anche l'insegnamento della predicazione apostolica; e leggendo nella lettera ai Romani: Paolo, servo di Gesù Cristo, chiamato apostolo, scelto Per la predicazione del Vangelo di Dio, che aveva già Promesso attraverso i Profeti nelle sacre scritture riguardo al Figlio suo, che gli è nato dalla stirpe di David, secondo la carne (4), avrebbe dovuto rivolgere la sua pia considerazione alle pagine dei profeti. Imbattendosi nella promessa di Dio ad Abramo, quando dice: nella tua discendenza saranno benedette tutte le genti (5), per non dover dubitare della identità di questa discendenza, avrebbe dovuto seguire l'apostolo, che dice: Le Promesse sono state fatte ad Abramo e alla sua discendenza (6). Non dice: ai suoi discendenti, quasi che fossero molti; ma, quasi che fosse una: alla sua discendenza, che è Cristo. Avrebbe anche compreso con l'udito interiore la profezia di Isaia, quando dice: Ecco, una vergine concepirà nel suo seno e darà alla luce un figlio, e lo chiameranno Emmanuele, che viene interpretato Dio Con noi (7). Ed avrebbe letto con fede le parole dello stesso profeta: Ci è nato un fanciullo, ci è stato dato un figlio, il suo potere sarà sulle sue spalle. E lo chiameranno: angelo di somma prudenza, Dio forte, principe della Pace, Padre del secolo futuro (8); e non direbbe con inganno che il Verbo si è fatto carne in tal modo, che Cristo, nato dalla Vergine, avesse bensì la forma di un uomo, ma non la realtà del corpo di sua madre. Forse egli può aver pensato che nostro signore Gesù Cristo non aveva la nostra natura per il fatto che l'angelo mandato alla beata vergine Maria disse: Lo Spirito santo scenderà su di te, e la forza dell'Altissimo li coprirà della sua ombra. E perciò l'essere santo che nascerà da te sarà chiamato figlio di Dio (9), quasi che, dato che il concepimento della Vergine fu effetto di un'operazione divina, il corpo da essa concepito non provenisse dalla natura di chi lo concepiva. Non così dev'essere intesa quella generazione singolarmente mirabile e mirabilmente singolare, come se per la novità della creazione sia stato annullato ciò che è proprio del genere (umano). Ora, lo Spirito santo rese feconda la Vergine, ma la realtà del corpo proviene dal corpo. E mentre la sapienza si edificava una casa (10), il Verbo si fece carne e pose la sua dimora fra noi (11), con quella carne, cioè, che aveva assunta dall'uomo, e che lo spirito razionale animava. Salva quindi la proprietà di ciascuna delle due nature, che concorsero a formare una sola persona, la maestà si rivestì di umiltà, la forza di debolezza, l'eternità di ciò che è mortale; e per poter annullare il debito della nostra condizione, una natura inviolabile si unì ad una natura capace di soffrire; e perché, proprio come esigeva la nostra condizione, un identico mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù (12) potesse morire secondo una natura, non potesse morire secondo l'altra. Nella completa e perfetta natura di vero uomo, quindi, è nato il vero Dio, completo nelle sue facoltà, completo nelle nostre. Quando diciamo "nostre", intendiamo quelle facoltà che il creatore mise. in noi da principio, e che ha assunto per restaurarle. Quegli elementi, infatti, che l'ingannatore introdusse, e che l'uomo, ingannato, accettò, non lasciarono alcuna traccia nel Salvatore. Né perché volle partecipare a tutte le umane miserie, fu anche partecipe dei nostri peccati. Egli prese la forma di servo (13) senza la macchia del peccato, elevando ciò che era umano, senza abbassare ciò che era divino; perché quell'abbassamento per cui egli da invisibile si fece visibile, e, pur essendo creatore e signore di tutte le cose, volle essere dei mortali, fu condiscendenza della misericordia non mancanza di potenza. Perciò chi rimanendo nella forma di Dio fece l'uomo, si fece uomo nella forma di servo. Ciascuna natura, infatti, conserva senza difetto ciò che le è proprio. E come la natura divina non sopprime quella di servo, così la natura di servo non porta alcun pregiudizio a quella divina. Il diavolo, infatti, si gloriava che l'uomo, ingannato dalla sua frode, aveva perduto i doni divini; che era stato spogliato della dote dell'immortalità ed era andato incontro ad una dura sentenza di morte; che, quindi, egli, il diavolo, nei suoi mali aveva trovato un certo conforto nella comune sorte del prevaricatore; e che anche Dio, secondo la esigenze della giustizia verso l'uomo (quell'uomo che aveva innalzato a tanto onore, creandolo) aveva dovuto mutare il suo disegno. Fu necessario, allora, che, nell'economia del suo segreto consiglio, Dio, che è immutabile, e la cui volontà non può esser privata della stia innata bontà, completasse per così dire il primitivo disegno della sua benevolenza verso di noi con un misterioso e più profondo piano divino, e così l'uomo, spinto alla colpa dall'inganno della malvagità diabolica, non perisse contro il disegno di Dio. Il Figlio di Dio, scendendo dalla sede dei cieli senza cessare di essere partecipe della gloria del Padre, fa l'ingresso in questo basso mondo, generato secondo un ordine ed una nascita del tutto nuovi: secondo un ordine nuovo, perché invisibile nella sua natura divina, si fece visibile nella nostra; perché incomprensibile, volle esser compreso; fuori del tempo, cominciò ad esistere nel tempo; Signore di tutte le cose, assunse la natura di servo, nascondendo l'immensità della sua maestà; incapace di soffrire perché Dio, non disdegnò di farsi uomo soggetto alla sofferenza, infine, perché immortale, volle sottoporsi alle leggi della morte. Generato secondo una nuova nascita, perché la verginità inviolata non conobbe passione e somministrò la materie della carne. Dalla madre il Signore ha assunto la natura non la colpa. E nel signore nostro Gesù Cristo, generato dal seno della Vergine, la nascita ammirabile non rende la natura dissimile dalla nostra. Colui, infatti, che è vero Dio, quegli è anche vero uomo. In questa unione non vi è nulla di incongruente, trovandosi insieme contemporaneamente la bassezza dell'uomo e l'altezza della divinità. Come, infatti, Dio non muta per la sua misericordia, così l'uomo non viene annullato dalla dignità divina. Ognuna delle due nature, infatti, opera insieme con l'altra ciò che le è proprio: e cioè il Verbo, quello che è del Verbo; la carne, invece, quello che è della carne. L'uno brilla per i suoi miracoli, l'altra sottostà alle ingiurie. E come al Verbo non viene meno l'uguaglianza nella gloria paterna, così la carne non abbandona la natura umana. La stessa e identica persona, infatti, - cosa che dobbiamo ripetere spesso - è vero figlio di Dio e vero figlio dell'uomo: Dio, per ciò, che in principio esisteva il Verbo: e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio (14); uomo, per ciò, che: il Verbo si fece carne e stabilì la sua dimora fra noi (15); Dio, perché tutte le cose sono state fatte per mezzo suo, e senza di lui nulla è stato fatto (16), uomo, perché nacque da una donna sottoposto alla legge (17).La nascita della carne manifesta l'umana natura; il parto di una Vergine è segno della divina potenza. L'infanzia del bambino è attestata dall'umile culla; la grandezza dell'Altissimo è proclamata dalle voci degli angeli. Nel suo nascere è simile agli altri uomini quegli che Erode tenta ampiamente di uccidere; ma è Signore di ogni cosa quello che i Magi godono di poter adorare prostrati. Già quando si recò dal suo precursore Giovanni per il battesimo, perché non restasse nascosto che sotto il velo della carne si celava la divinità, la voce del Padre, tonando dal cielo, disse: Questi è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto (18). A colui, perciò, che l'astuzia del demonio tentò come uomo, a lui come ad un Dio rendono i loro uffici gli angeli. Aver fame, aver sete, stancarsi e dormire, evidentemente è proprio degli uomini; ma saziare cinquemila uomini (19) con cinque pani, dare alla samaritana l'acqua viva, che produca l'effetto in chi beve di non aver più sete (20); camminare (21) sul dorso del mare senza che i piedi sprofondino, e render docili (22) i flutti furiosi (23) dopo aver rimproverato la tempesta: tutto ciò senza dubbio è cosa divina. Come, quindi, per tralasciare molte cose, non è della stessa natura piangere con affetto pietoso un amico morto (24) e richiamarlo alla vita (25), redivivo, al solo comando della voce, tolta di mezzo la pietra di una tomba chiusa già da quattro giorni; o pendere dalla croce e sconvolgere gli elementi della natura, trasformando la luce in tenebre; o essere trapassato (26) dai chiodi e aprire le porte del paradiso alla fede del ladrone (27); così non è della stessa natura dire: Io e il Padre siamo una cosa sola (28), e dire: Il Padre è maggiore di me (29). Quantunque, infatti, nel signore Gesù Cristo vi sia una sola persona per Dio e per l'uomo, altro però è l'elemento da cui sgorga per l'uno e per l'altro l'offesa, altro ciò da cui promana per l'uno e l’altro la gloria. Dalla nostra natura egli ha un'umanità inferiore al Padre; dal Padre gli deriva una divinità uguale a quella del Padre. Proprio per questa unità di persona, da intendersi come propria di ognuna delle due nature, si legge che il Figlio dell'uomo discese dal cielo, mentre fu il Figlio di Dio che assunse la carne dalla Vergine da cui è nato; e, d'altra parte, si dice che il Figlio di Dio fu crocifisso e sepolto, quantunque non abbia subito questo nella stessa divinità, per cui l'unigenito è coeterno e consostanziale al Padre, ma nella infermità della natura umana. Proprio per questo confessiamo tutti anche nel Simbolo che il Figlio unigenito di Dio è stato crocifisso e sepolto, secondo le parole dell'apostolo: Se infatti l'avessero conosciuta, non avrebbero mai crocifisso il Signore della gloria (30). E lo stesso nostro Signore e Salvatore, volendo istruire con le sue domande i discepoli nella fede: Chi dicono gli uomini, disse, che sia il Figlio dell'uomo? Essi riferiscono le varie opinioni degli altri. E voi, riprese, chi dite che io sia? (31): io, che sono il Figlio dell’uomo, e che voi vedete sotto l'aspetto di un servo e nella verità della carne, chi dite che sia? Fu allora che S. Pietro divinamente ispirato e destinato a giovare a tutti i popoli con la sua confessione, Tu sei il Cristo, disse, il Figlio del Dio vivo (32). E bene a ragione fu chiamato beato dal Signore; e dalla pietra principale trasse la solidità della virtù e del nome, lui che per rivelazione del Padre riconobbe in lui il Figlio di Dio e il Cristo, poiché accettare una cosa senza l'altra, non avrebbe giovato alla salvezza. E vi era uguale pericolo nel credere che il signore Gesù Cristo fosse o solo Dio, senza essere uomo, o uomo soltanto, senza che fosse anche Dio. Dopo la resurrezione del Signore, poi, che avvenne certamente nel vero corpo, poiché non altri risuscitò se non quegli che era stato crocifisso ed era morto, che altro Egli fece, nello spazio di quaranta giorni, se non rendere pura ed integra la nostra fede da ogni errore? Per questo Egli parlava con i suoi discepoli e, vivendo e mangiando con essi (33), permetteva loro, scossi com'erano dal dubbio, di avvicinarlo e di avere frequentemente contatto con lui, entrò a porte chiuse dai discepoli e col suo soffio diede loro lo Spirito santo (34); e donava luce all'intelligenza e svelava (35) il senso misterioso e profondo delle sacre Scritture; e mostrava (36) ripetutamente la stessa ferita del suo fianco, e i fori dei chiodi, e tutti i segni della recentissima passione, dicendo: Guardate le mie mani e i miei piedi: sono io, toccate: uno spirito non ha carne ed ossa, Come voi invece vedete che io ho (37) perché si potesse costatare che le proprietà della natura divina e di quella umana rimanevano in lui; e così sapessimo che il Verbo non è la stessa cosa che la carne, e confessassimo che il Verbo e la carne costituiscono un solo Figlio di Dio. Dinanzi a questo sacramento della fede Eutiche si dimostra ben sprovvisto, egli che nell'Unigenito di Dio né attraverso l'umiltà di uno stato soggetto alla morte, né attraverso la gloria della resurrezione ha riconosciuta la nostra natura; né è restato scosso dalle parole del beato Giovanni, apostolo ed evangelista, quando dice: Chiunque confessa che Gesù Cristo è apparso nella carne, è da Dio. E chiunque divide Gesù, non è da Dio; anzi è l'anticristo (38). E che cos'è dividere Gesù, se non separare da lui la natura umana e con vanissime ciance annullare il mistero per cui soltanto siamo stati salvati? Inoltre, chi brancola nelle tenebre per quanto riguarda la natura del corpo di Cristo, bisogna per forza che vaneggi con la stessa cecità anche per quanto riguarda la sua passione. Se, infatti, non ritiene falsa la croce del Signore e non dubita che sia stata vera la morte, accettata per la salvezza del mondo, dovrà pure ammettere la carne di chi crede essere morto. Né potrà rifiutarsi di ammettere che sia stato uomo con un corpo simile al nostro colui che riconosce avere sofferto. Perché negare la verità della carne, è negare la realtà della passione corporea. Se, quindi, egli accetta la fede cristiana, e non trascura di ascoltare la parola del Vangelo, consideri quale natura, trapassata dai chiodi, sia stata appesa sul legno della croce, e il fianco del crocifisso squarciato dalla lancia; da dove sia sgorgato il sangue e l'acqua (39), perché la chiesa di Dio fosse irrigata da un lavacro e da una fonte. Ascolti il beato apostolo Pietro predicare che la santificazione avviene con l'aspersione del sangue di Cristo (40). Legga, riflettendo, le espressioni dello stesso apostolo, quando dice: Sappiate che non siete stati redenti con l'oro e con l'argento, cose che periscono, dal vostro vano modo di vivere secondo la tradizione dei Padri, ma dal sangue prezioso di Gesù Cristo, agnello Puro ed immacolato (41). E non resista neppure alla testimonianza del beato apostolo Giovanni, che dice: Il sangue di Gesù, figlio di Dio, ci purifica da ogni Peccato (42). Ed anche: Questa è la vittoria che vince il mondo, la nostra fede. Chi è che vince il mondo, se non colui che crede che Gesù è il figlio di Dio? A lui che è venuto attraverso l'acqua e il sangue, Gesù Cristo,- non nell'acqua solo, ma nell'acqua e nel sangue. Ed è lo Spirito a rendere testimonianza, Poiché lo Spirito è verità. Poiché sono tre che rendono testimonianza: lo Spirito, l'acqua e il sangue. E questi tre sono una cosa sola (43). Naturalmente si deve intendere dello spirito di santificazione, del sangue della redenzione, dell'acqua del battesimo: tre cose che sono una stessa cosa, eppure conservano la loro individualità, e nessuna di esse è separata dalle altre. Perché la chiesa cattolica vive e progredisce di questa fede: che nel Cristo Gesù non vi è umanità senza vera divinità, né divinità senza vera umanità. Esaminato e interrogato da voi Eutiche rispose: "Confesso che Nostro Signore avesse due nature prima della loro unione; ma che ne avesse una sola dopo l'unione", mi meraviglio come una professione di fede così assurda e perversa non abbia trovato nei giudici una severa riprensione; e che un discorso così sciocco sia potuto passare come se non contenesse nulla di offensivo. Eppure è ugualmente empia l'affermazione: che l'unigenito Figlio di Dio prima dell'incarnazione abbia avuto due nature, e l'altra affermazione: che dopo che il Verbo si è fatto carne, vi sia stata in lui una sola natura. Perché, dunque Eutiche non debba credere di avere fatto questa affermazione o conforme a verità, o almeno tollerabilmente (per il fatto che non sia stato confutato da nessuna sentenza in contrario), noi esortiamo il tuo amore sempre sollecito, fratello carissimo, perché, se per grazia della misericordia di Dio la causa si va risolvendo in modo soddisfacente, l'imprudenza di un uomo così ignorante sia purificata anche da questa peste del suo pensiero. Egli, come documenta la relazione degli atti, aveva rettamente cominciato a rinunziare alle sue idee quando, costretto dalla vostra sentenza, affermava di ammettere quanto prima non ammetteva, e di aderire a quella fede, da cui prima si era mostrato alieno. Ma per il fatto che egli non volle dare il suo assenso quando si trattò di condannare l'empia dottrina, la fraternità vostra ben comprese che egli rimaneva nella sua perfida opinione, ed era degno di ricevere un giudizio di condanna. Se quindi egli sinceramente ed utilmente si pente di tutto ciò, e riconosce, benché tardi, con quanta ragione si sia mossa l'autorità dei vescovi, se a piena soddisfazione egli condannerà a viva voce e firmando di sua mano tutti i suoi errori, nessuna misericordia, per quanto grande, sarà degna di biasimo. Nostro Signore, infatti, vero e buon pastore, che diede la sua vita per le pecore, e che venne a salvare le anime degli uomini, non a perderle, desidera che noi siamo imitatori della sua pietà. E se la giustizia deve reprimere chi manca, la misericordia non può respingere chi si converte. E’ allora, infatti, che la vera fede è difesa con abbondantissimo frutto, quando l'errore viene condannato anche da quelli che lo sostengono. Per condurre a termine piamente e fedelmente la questione, abbiamo mandato come nostri rappresentanti i nostri fratelli Giulio, vescovo, e Renato, presbitero del titolo di S. Clemente, oltre a mio figlio Ilario, diacono. Abbiamo aggiunto ad essi Dolcizio, nostro notaio, la cui fedeltà a tutta prova ci è nota. E confidiamo che ci assista l'aiuto divino, perché colui che ha errato, condannato il suo malvagio modo di sentire, sia salvo. Dio ti custodisca sano, fratello carissimo. (LETTERA DI PAPA LEONE, A FLAVIANO VESCOVO DI COSTANTINOPOLI SU EUTICHE)
DEFINIZIONE DELLA FEDE (CONCILIO DI CALCEDONIA) Questo santo, grande e universale Sinodo, riunito per grazia di Dio e per volontà dei piissimi e cristianissimi imperatori nostri, gli augusti Valentiniano e Marciano, nella metropoli di Calcedonia in Bitinia, nel tempio della santa vincitrice e martire Eufemia, definisce quanto segue. Il signore e salvatore nostro Gesù Cristo, confermando ai suoi discepoli la conoscenza della fede, disse: Vi do la mia pace; vi lascio la mia Pace (44), perché nessuno dissentisse dal suo prossimo nei dogmi della pietà, e fosse dimostrato vero l'annuncio della verità. E poiché il maligno non cessa di ostacolare, con la sua zizzania, il seme della pietà, e di trovare sempre qualche cosa di nuovo contro la verità, per questo Dio, come sempre, provvide al genere umano, e ispirò un grande zelo a questo nostro pio e fedelissimo imperatore, e chiamò a sé da ogni parte i capi del sacerdozio, affinché, con la grazia del signore di tutti noi, Cristo, allontanassero ogni peste di errore dalle pecore del Cristo, e le ristorassero con i germogli della verità. Cosa che noi abbiamo fatto, proscrivendo con voto comune le false dottrine, e rinnovando la nostra adesione alla fede ortodossa dei padri; predicando a tutti il simbolo dei 318 [padri di Nicea], e riconoscendo come propri padri coloro che hanno accolto questa sintesi della pietà, e cioè i 150, che si raccolsero nella grande Costantinopoli e confermarono anch'essi la medesima fede. Confermando anche noi, quindi, le decisioni e le formule di fede del concilio radunato un tempo ad Efeso [43I], cui presiedettero Celestino [vescovo] dei Romani e Cirillo [vescovo] degli Alessandrini, di santissima memoria, definiamo che debba risplendere l'esposizione della retta e incontaminata fede, fatta dai 315 santi e beati padri riuniti a Nicea [325], sotto l'imperatore Costantino di pia memoria, e che si debba mantenere in vigore quanto fu decretato dai 150 santi padri a Costantinopoli [381] per estirpare le eresie che allora germogliavano, e rafforzare la stessa nostra fede cattolica e apostolica. [A questo punto vennero ripetuti i simboli di fede dì Nicea e di Costantinopoli]. Sarebbe stato, dunque, già sufficiente alla piena conoscenza e conferma della pietà questo sapiente e salutare simbolo della divina grazia. Insegna, infatti, quanto di più perfetto si possa pensare intorno al Padre, al Figlio e allo Spirito santo, e presenta, a chi l'accoglie con fede, l'inumanazione del Signore. Ma poiché quelli che tentano di respingere l'annuncio della verità, con le loro eresie hanno coniato nuove espressioni: alcuni cercando di alterare il mistero dell'economia dell'incarnazione del Signore per noi, e rifiutando l'espressione Theotocos [Madre di Dio] per la Vergine; altri introducendo confusione e mescolanza e immaginando scioccamente che unica sia la natura della carne e della divinità, e sostenendo assurdamente che la natura divina dell'Unigenito per la confusione possa soffrire, per questo il presente, santo, grande e universale Sinodo, volendo impedire ad essi ogni raggiro contro la verità, insegna che il contenuto di questa predicazione e sempre stato identico; e stabilisce prima di tutto che la fede dei 318 santi padri dev'essere intangibile; conferma la dottrina intorno alla natura dello Spirito, trasmessa in tempi posteriori dai padri raccolti insieme nella città regale contro quelli che combattevano lo Spirito santo; quella dottrina che essi dichiararono a tutti, non certo per aggiungere qualche cosa a quanto prima si riteneva, ma per illustrare, con le testimonianze della Scrittura, il loro pensiero sullo Spirito santo, contro coloro che tentavano di negarne la signoria. Per quelli, poi, che tentano di alterare il mistero dell'economia, e blaterano impudentemente essere puro uomo, quello che nacque dalla santa vergine Maria, [questo concilio] fa sue le lettere sinodali del beato Cirillo, che fu pastore della chiesa di Alessandria, a Nestorio e agli Orientali, come adeguate sia a confutare la follia nestoriana, che a dare una chiara spiegazione a quelli che desiderano conoscere con pio zelo il vero senso del simbolo salutare. A queste ha aggiunto, e giustamente, contro le false concezioni e a conferma delle vere dottrine, la lettera del presule Leone, beatissimo e santissimo arcivescovo della grandissima e antichissimo città di Roma, scritta allarcivescovo Flaviano, di santa memoria, per confutare la malvagia concezione di Eutiche; essa, infatti, è in armonia con la confessione del grande Pietro, ed è per noi una comune colonna. [Questo concilio], infatti, si oppone a coloro che tentano di separare in due figli il mistero della divina economia; espelle dal sacro consesso quelli che osano dichiarare passibile la divinità dell'Unigenito; resiste a coloro che pensano ad una mescolanza o confusione delle due nature di Cristo; e scaccia quelli che affermano, da pazzi, essere stata o celeste, o di qualche altra sostanza, quella forma umana di servo che Egli assunse da noi; e scomunica, infine, coloro che favoleggiano di due nature del Signore prima dell'unione, ma ne concepiscono una sola dopo l'unione. Seguendo, quindi, i santi Padri, all'unanimità noi insegniamo a confessare un solo e medesimo Figlio: il signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, vero Dio e vero uomo, [composto] di anima razionale e del corpo, consostanziale al Padre per la divinità, e consostanziale a noi per l'umanità, simile in tutto a noi, fuorché nel peccato (45), generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, e in questi ultimi tempi per noi e per la nostra salvezza da Maria vergine e madre di Dio, secondo l'umanità, uno e medesimo Cristo signore unigenito; da riconoscersi in due nature, senza confusione, immutabili, indivise, inseparabili, non essendo venuta meno la differenza delle nature a causa della loro unione, ma essendo stata, anzi, salvaguardata la proprietà di ciascuna natura, e concorrendo a formare una sola persona e ipostasi; Egli non è diviso o separato in due persone, ma è un unico e medesimo Figlio, unigenito, Dio, verbo e signore Gesù Cristo, come prima i profeti e poi lo stesso Gesù Cristo ci hanno insegnato di lui, e come ci ha trasmesso il simbolo dei padri. Stabilito ciò da noi con ogni possibile diligenza, definisce il santo e universale Sinodo, che a nessuno sia lecito presentare, o anche scrivere, o comporre una [formula di] fede diversa, o credere, o insegnare in altro modo. Quelli poi che osassero o comporre una diversa formula di fede, o presentarla, o insegnarla, o tramandare un diverso simbolo a quelli che intendono convertirsi dall'Ellenismo alla conoscenza della verità, o dal Giudaismo o da un'eresia qualsiasi, costoro, se sono vescovi o chierici, siano considerati decaduti: il vescovo dal suo episcopato, i chierici dal clero; se poi fossero monaci o laici, dovranno essere scomunicati.
1. Dovremmo parlare come il Grande Dottore, S. Paolo, senza aver bisogno delle Scritture o degli insegnamenti degli altri Padri, o illustre Longino, coscienti di essere direttamente "istruiti da Dio", in maniera da apprendere e conoscere le cose importanti in Lui e tramite Lui. Infatti, fummo chiamati a custodire le Tavole della Legge dello Spirito incise nei nostri cuori, a conversare con Gesù mediante la preghiera pura, senza intermediari come fossimo dei Cherubini. 2. Comincerò col dire con l'aiuto di Dio che dà la parola a chi annunzia questi beni, come si può trovare Cristo ricevuto nel battesimo dello Spirito (non sapete che lo Spirito abita nel vostro cuore?); quindi come si può andare avanti; infine i modi di custodire quanto è stato trovato. I principianti hanno come punto di partenza l'azione; quelli che sono lungo il sentiero raggiungono l'illuminazione; chi è arrivato al termine trova la purificazione e la resurrezione dell'anima. 3. Due sono i modi per trovare l'energia dello Spirito che sacramentalmente ci fu data nel Battesimo: a - la pratica, a prezzo di sforzi prolungati, dei comandamenti: permette la rivelazione di questo dono. San Marco ci dice: "nella misura in cui pratichiamo i comandamenti esso fa risplendere in noi la sua luce". b - mediante la sottomissione, raggiunta con l'invocazione metodica e costante del Signore Gesù, cioè con la memoria di Dio. Più lungo è il cammino del primo modo, più rapido quello del secondo, purché si sia appreso a scavare la terra con vigore e perseveranza per scoprire l'oro. Volendo scoprire e conoscere senza errori la verità, cerchiamo di raggiungere l'energia del cuore ponendoci oltre le forme e le figure, liberiamo l'immaginazione da qualsiasi forma o impressione di cose chiamate sante, né soffermiamoci a contemplare alcuna luce. Cerchiamo di tenere attiva nel cuore l'energia della preghiera che dà tepore e gioia alla mente, e che accende nell'anima un amore indicibile verso Dio e verso gli uomini. Non piccola umiltà e contrizione nascerà dalla preghiera; essendo la preghiera, anche sui principianti, l'instancabile azione dello Spirito che comincia nel cuore come fuoco gioioso e termina in una luce che diffonde un odore soave. 4. I contrassegni di questo inizio per quelli che veramente si impegnano possono essere: una luce d'aurora; una gioia unita a trepidazione; oppure la pura gioia, o la gioia mista di timore, o timore intessuto di gioia; e anche lacrime e angoscia. L'anima gioisce della presenza e della misericordia di Dio, trema pensando alla visitazione divina e ai suoi innumerevoli peccati. In altri l'incontro produce una indicibile contrizione e un inesprimibile travaglio dell'anima, quasi i dolori della partoriente di cui parla la Scrittura. La parola viva e attiva di Dio, che è Gesù Cristo, arriva fino a dividere l'anima dal corpo, le giunture dal midollo, per eliminare dall'anima e dal corpo quanto ancora racchiudono di passionalità. Altri invece, sperimentano una sorta di amore e di pace indicibili verso tutti gli esseri; altri, invece, sentono un'esultanza ed un tripudio, chiamato dai Padri: movimento del cuore vivente, energia dello spirito. Fenomeno questo chiamato anche impulso e inesprimibile sospiro dello Spirito che per noi intercede davanti a Dio. Isaia lo nomina "onda della giustizia di Dio"; e il grande Efrem lo chiama "ferita"; il Signore: Sorgente di acqua che sgorga per la vita eterna, l'acqua è lo spirito che sgorga e gorgoglia potente nel cuore. Gli inizi della grazia nella preghiera si manifestano differentemente, secondo l'Apostolo, lo Spirito divide i suoi doni conformemente al suo volere. Elia Tesbite ce ne offre l'esempio. In alcuni lo spirito del timore passa spaccando le montagne, sbriciolando le rocce, i cuori induriti, in maniera tale che al carne sembra trafitta da chiodi e lasciata morta. In altri, si produce un movimento, un'esultanza, chiamata dai Padri un balzo, immateriale ma sostanziale nell'intimo: sostanziale perché ciò che non ha essenza o sostanza non può esistere. In altri, principalmente in coloro che sono avanti nella preghiera, Dio produce una luminosa brezza, leggera e piacevole, mentre Cristo prende dimora nel cuore e misteriosamente appare nello Spirito. Per questo sul monte Horeb Dio disse ad Elia: Il Signore non è nel primo o nel secondo stato, nelle azioni personali dei principianti, ma nell'aura lieve della luce, indicando la perfetta preghiera. 5. Bisogna tener presente che l'esultanza e il tripudio possono essere di due specie, una tranquilla ed è la pulsione, il gemito, l'intima azione dello Spirito; ed una intensa, il trasalimento, lo slancio, il volo possente del cuore vivo nel cielo divino. L'anima liberata dalle passioni riceve dallo Spirito divino le ali che la portano all'amore. 8. Nel cuore di ogni principiante operano due distinte energie: una che proviene dalla grazia, l'altra che discende dall'errore. Marco il grande eremita così ne parla: "Esiste un'energia spirituale ed un'energia satanica sconosciuta dai principianti". Ed inoltre: triplice è la fiamma che brucia nelle energie dell'uomo, una è accesa dalla grazia, la seconda è portata dall'errore e dal peccato, la terza proviene dalla sovrabbondanza del sangue. Talassio l'Africano chiama quest'ultima: temperamento, e questo può essere domato e pacificato con un'equilibrata astinenza. 9. L'energia della grazia è una forza ardente dello Spirito che si muove con gioia e diletto nel cuore; consolida, riscalda e purifica l'anima, acquieta i pensieri agitati, e per un po' estingue le pulsioni della carne. Questi sono i segni della sua presenza e i frutti che ne rivelano la verità: le lacrime, il cordoglio delle colpe, l'umiltà, il dominio delle forze fisiche, il silenzio, la pazienza, l'amore per la solitudine, tutto questo riempie l'anima di un senso di indubbia pienezza. 10. L'attività del peccato è la febbre del peccato che accende l'anima di voluttà, e aderendo vigorosamente alle bramosie carnali risveglia i movimenti del corpo. San Diadoco ci dice che essa è del tutto volgare e disordinata. Essa reca con sé la gioia irragionevole, la vanità, il turbamento, il basso piacere e com'è giusto dire, essendo priva di sostanza, agisce di preferenza in quei temperamenti che si dilettano nella tiepidezza. Procurando materia infiammata, collabora con le passioni e con l'insaziabile ventre. Ove entra in rapporto con la complessione carnale infiammandola, mette in agitazione l'anima e la surriscalda invitandola a sé, affinché l'uomo, abituandosi ai piaceri della passione, lentamente si allontani dalla grazia.
Esistono due maniere di unione a Dio, più esattamente ci sono due entrate per la preghiera mentale che lo spirito risveglia nel cuore. Una si ha quando la mente "aderendo strettamente al Signore" entra rapidamente nella dimora della preghiera; l'altra quando l'attività orante si svolge gradatamente e mediante un fuoco gioioso esercita la mente e la tiene ferma con l'invocazione unitiva del Signore Gesù. Lo Spirito opera in ciascuno secondo il suo beneplacito, è quindi possibile che una forma di unione preceda l'altra nelle varie persone, nel modo che ho detto sopra. Altre volte, quando le passioni sono affievolite per la costante invocazione a Gesù Cristo, l'evento accompagnato da un fervore divino, si manifesta nel cuore. "Dio è un fuoco che consuma" le passioni. In altri casi lo spirito attrae a sé la mente, saldandola nel cuore e impedendone il consueto vagare dei pensieri. Sull'esercizio della preghiera: Il metodo All'alba getta il seme, la preghiera, la sera la tua mano non resti oziosa, dice Salomone; questo perché la preghiera non venga interrotta rischiando di perdere l'ora dell'esaudimento, "non sai quale delle due semine ti darà i suoi frutti". Di buon mattino mettiti a sedere su uno sgabello alto un palmo; dirigi il pensiero dal dominio della mente sul cuore e costringilo a rimanervi. Curvo laboriosamente, mentre il petto, le spalle e la nuca ti faranno male, grida con perseveranza e col pensiero e con l'anima: "Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me". In seguito, se per la posizione forzata, o dalla noia provocata dalla sosta prolungata sulla stessa formula porta il tuo pensiero sull'altra forma dell'invocazione e ripeti: "Figlio di Dio abbi pietà di me!". Ripeti questa formula numerose volte, evita, per indolenza, di cambiarla troppo spesso, le piante trapiantate con frequenza non attecchiscono. Controlla il respiro dei polmoni, in modo da non respirare nel consueto modo. Poiché il soffio dei respiri incontrollati che sale dal cuore oscura la mente e agita l'anima, la dissipa, l'abbandona alla distrazione, oppure le fa passare davanti ogni sorta di immagini indirizzandola insensibilmente verso ciò che non è bene. Non ti turbare se vedi sorgere l'impurità degli spiriti malvagi e prender forma nel tuo pensiero; come pure non dare attenzione ai buoni pensieri che ti si possono presentare. Tieni salda la mente nel cuore, domina la respirazione, e ripeti senza stancarti l'invocazione al Signore Gesù; ben presto brucerai e dominerai questi pensieri, fustigandoli invisibilmente col Nome divino. Giovanni Climaco dice: "Col nome di Gesù fustiga i nemici. Non c'è arma più forte, né in cielo né in terra". Sulla respirazione controllata Isaia l'eremita e con lui molti altri, riguardo al controllo della respirazione dice: "Domina l'instancabile pensiero, cioè la mente agitata e divagata dalla potenza del nemico che, a motivo della negligenza è ritornato, anche dopo il Battesimo, nell'anima neghittosa, seguito da numerosi spiriti maligni, conformemente a quanto il Signore disse: "l'ultima condizione dell'uomo è peggiore della prima". Un altro dice: "Il monaco abbia l'invocazione di Dio al posto del respiro". Un altro: "L'amore di Dio deve precedere il respiro". Simone il Nuovo Teologo: "Comprimi il ritmo della respirazione in modo da non respirare nel modo abituale". Giovanni Climaco ammonisce: "Il ricordo di Gesù sia unito al tuo respiro, imparerai la forza del silenzio". E l'Apostolo Paolo afferma: "Non io, ma Cristo vive in me" operando in lui insufflandogli la vita divina. E il Signore dice: "lo Spirito soffia dove vuole", prendendo l'immagine del vento che spira. Quando fummo purificati nel battesimo, ricevemmo la eredità dello Spirito e i germi della parola interiore. Avendo trascurato i comandamenti, custodi della grazia, siamo nuovamente caduti nelle passioni, e invece di respirare lo Spirito Santo, ci siamo riempiti del respiro dei maligni spiriti. Da essi hanno origine gli sbadigli e gli stiramenti delle membra, a dire dei Padri. Chi ha accolto lo Spirito e da Lui si è lasciato purificare, è anche da Lui riscaldato e respira la vita divina, la parla, la pensa, e la vive, conformemente alle parole del Signore. "Non siete voi a parlare ma lo Spirito del Padre che parla in voi". In maniera identica chi è abitato da uno spirito opposto al Signore, parla e agisce in maniera contraria al Signore. L'esicasta deve stare seduto in preghiera senza aver fretta di alzarsi Resta il maggior tempo possibile seduto sullo scanno nella laboriosa posizione di cui ho parlato; per rilassarti stenditi nella stuoia, ma per breve tempo e di rado. Rimani seduto con grande pazienza per amore di Colui che ha detto: "perseverate nella preghiera"; non aver fretta di alzarti per insofferenza di quel penoso travaglio richiesto dall'invocazione interiore della mente e dall'immobilità prolungata. Il Profeta ci ricorda: "Mi assalgono i dolori come quelli di partoriente". Ripiegato su te stesso, raccogli il pensiero nel cuore, fa in modo che esso sia aperto e chiama in aiuto il Signore Gesù. Le spalle saranno affaticate e la testa sarà molto dolorante, tu persevera laboriosamente e amorosamente cercando il Signore nel cuore. Il Regno di Dio soffre violenza e i violenti lo carpiscono. Il Signore ha mostrato apertamente un grande amore in questi e di questi travagli. La pazienza e la costanza sono sempre il frutto di travagli fisici e mentali. come dire la preghiera I Padri suggeriscono di recitare l'invocazione per intero: "Signore Gesù Cristo Figlio di Dio, abbi pietà di me" e questo è più facile. Non passare frequentemente da una forma all'altra cedendo alla indolenza, ma fallo soltanto per mantenere ininterrotta la tua preghiera. Inoltre alcuni insegnano di recitare oralmente l'invocazione, altri di ripeterla con la mente. Ti consiglio l'una e l'altra, per ovviare alla stanchezza che a volte prende la mente, altre prende le labbra. Perciò si può pregare nelle due maniere: con la mente e con le labbra, l'importante è che l'invocazione orale sia fatta con pace e senza agitazione; la voce scomposta potrebbe soffocare il sentimento e l'attenzione della mente. Questo è necessario finché la mente, addestrata con l'esercizio, non progredirà e non riceverà la forza dello Spirito per la preghiera perfetta e ardente. Allora non avrà più bisogno della parola, ne sarà incapace, contenta solo di compiere la sua opera totalmente ed esclusivamente nel pensiero. Come disciplinare il proprio spirito Sappi che nessuno può disciplinare da se stesso il pensiero, se non è sotto il dominio dello Spirito. Il pensiero è indocile non che sia inquieto per natura, ma la negligenza l'ha segnato radicalmente di una disposizione al vagabondaggio. Per la trasgressione dei comandamenti di Colui che ci ha generato ci ha separato da Dio, facendoci perdere nel mondo sensibile la chiara percezione di Lui e l'unione con Lui. Da allora il pensiero errabondo e lontano da Dio, è trascinato prigioniero ovunque, e non ha altra possibilità di quiete se non col sottomettersi a Dio, rimanendogli vicino e unito gioiosamente, pregando con assidua perseveranza e confessando ogni giorno i propri peccati a Lui che è pronto a dare il suo perdono a quelli che lo chiedono nell'umile cordoglio ed invocano instancabilmente il suo santo Nome. La ritenzione del respiro stringendo le labbra, disciplina il pensiero, ma per breve tempo, perché di nuovo comincia a dissiparsi. Quando l'energia della preghiera interviene, prende le redini del comando e lo custodisce vicino a sé, liberandolo dalle catene gli ridona la gioia. Può succedere che mentre il pensiero è fisso nella preghiera e immobile nel cuore, l'immaginazione cominci a vagare e a interessarsi di altro. Essa non sottostà a nessuno, eccettuato a chi, raggiunta la perfezione nello Spirito Santo, rimane immobile in Cristo Gesù. Sul modo di scacciare i pensieri Nessun principiante è in grado di scacciare un pensiero, se Dio non lo fa per primo. Soltanto i forti sono capaci di combattere e vincere i pensieri. E anche questi non lo possono fare da se stessi, ma con l'aiuto di Dio si muovono a battaglia contro i pensieri e impugnano le sue armi. Quando vengono i pensieri, invoca, spesso e con pazienza, il Signore Gesù, e li vedrai fuggire; non sopportano il fuoco del cuore acceso dalla preghiera, e corrono via quasi fossero scottati da fiamma. Giovanni Climaco ci ammonisce di fustigare i nemici con la ripetizione del nome di Gesù; il nostro Dio è fuoco divoratore del male. E il Signore è pronto a soccorrerci, e rapido a difendere chiunque ardentemente l'implori di giorno e di notte. Chi ancora non ha raggiunto la disciplina della preghiera può sconfiggere i pensieri con un'altra tattica, imitando Mosé. Se egli terrà gli occhi e le braccia rivolti al cielo, Dio allontanerà i pensieri. Dopo si rimetta seduto e con pazienza riprenda il corso della sua preghiera. Questo metodo è buono per chi non abbia ancora raggiunto l'energia della preghiera. Anche chi possiede l'energia della preghiera, quando le passioni corporali, l'accidia e la sensualità, passioni forti e violente, cominciano ad agitarlo, spesso dovrà alzarsi e aprire le braccia implorando soccorso. Non lo faccia spesso per evitare l'illusione, e dopo breve tempo si rimetta seduto, altrimenti il nemico potrebbe ingannare la sua mente con delle fantasticherie che pretenderanno di essere l'immagine della verità. Solamente chi possiede una mente pura e perfetta può avere il pensiero immune dal male, ovunque esso si volga sia nell'alto che nel basso, o nel cuore. Sulla recita dei salmi Alcuni sostengono che si debbano recitare i salmi di rado, altri di frequente, altri ancora che non debbano esser detti mai. Io ti avverto di preferire la recita dei salmi di tanto in tanto, per non cadere nell'irrequietezza, e non abbandonare del tutto la salmodia, onde evitare la rilassatezza e la negligenza, segui l'esempio di quelli che raramente recitano i salmi. La moderazione è la migliore misura sia per i dotti che per gli indotti. La salmodia frequente va bene per chi è immerso nella vita attiva, essi ignorano l'attività mentale e conducono una vita immersa nei travagli. Quelli che praticano il silenzio, gioiscono di pregare Dio nel loro cuore e di raggiungere il dominio di propri pensieri. Quando, seduto nella tua cella, senti che la preghiera opera nel tuo cuore non interromperla per andare a recitare i salmi, a meno che essa con il beneplacito divino, non ti abbandoni per prima. Se lo facessi, abbandoneresti Dio che sta parlandoti nell'intimo per parlargli dal di fuori e passeresti dalle alture alla pianura. Inoltre disturberesti la tua mente allontanandola dal calmo pensare. L'esichia, come il suo nome stesso dice, agisce, ma nella pace e nella quiete. Il nostro Dio è pace, fuori di ogni confusione e tumulto. Quelli che ignorano la preghiera, s'impegnino nella frequente recita dei salmi e rimangano nella molteplicità degli impegni e non si fermino che quando, dopo una diuturna esperienza di travaglio, non avranno raggiunto la contemplazione e scoperta la preghiera spirituale che in loro era attiva. Altra è l'opera dell'esicasta, altro il lavoro del cenobita, chiunque rimanga fedele alla propria vocazione raggiungerà la salvezza... Chi pratica la preghiera per sentito dire o per le letture fatte senza una guida, si perde. Chi ha gustato la grazia reciti i salmi con discrezione, è l'insegnamento dei Padri, e attenda alla pratica della preghiera. Nei momenti di apatia reciti dei salmi e legga le sentenze dei Padri. La nave non ha bisogno di remi quando il vento tiene gonfie le vele; quando il vento soffia a sufficienza è agevole attraversare il mare salso delle passioni; ma quando c'è bonaccia vien tenuta in movimento dai remi o da un rimorchiatore. Alcuni obiettano che i santi Padri e certi moderni hanno praticato le veglie notturne e la salmodia ininterrotta, ad esse rispondiamo con le Scritture, che in noi non è tutto perfetto, che l'entusiasmo e le forze fisiche hanno i loro confini e che quello che ai grandi appare piccolo può non esserlo in realtà, né quello che ai piccoli appare grande è necessariamente perfetto. Dai perfetti tutto vien fatto con facilità. Per questo, non tutti furono mai attivi né lo saranno; nessuno batte la stessa strada o segue la stessa disciplina fino in fondo. Molti dalla vita attiva sono passati a quella contemplativa; cessando ogni attività celebrarono il loro perpetuo sabato spirituale e gioiscono nel solo Signore, nutriti dal cibo divino; a motivo della sovrabbondante grazia furono incapaci di salmodiare e di pensare ad altro. Hanno conosciuto lo stupore contemplativo, anche se per breve tempo, hanno frequentato, parzialmente, il supremo dei desideri. Altri, invece, seguirono la via attiva fino alla fine, e ottennero la salvezza morendo nella speranza di ricevere la ricompensa futura. Altri hanno ricevuto in punto di morte la testimonianza della salvezza, che si è manifestata in un profumo soave dopo il decesso. Questi sono coloro che hanno preservata intatta la grazia del battesimo, ma, a motivo della schiavitù e dell'ignoranza della loro mente, non poterono partecipare da vivi alla misteriosa comunione della grazia. Altri praticarono con successo la salmodia e la preghiera, ricchi di una grazia sempre attiva e liberi da ogni impaccio. Altri, quantunque fossero gente semplice, custodirono il silenzio fino alla fine, godendo soltanto della preghiera che, perfettamente, li ha uniti a Dio. I perfetti, come abbiamo detto, possono tutto nella loro forza che è Gesù Cristo al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen. Sull'uso del cibo Cosa posso dire del ventre che è il re delle passioni? Se riesci ad ucciderlo o ad annientarlo almeno per la metà, cerca di tener dura la tua conquista. E' una consorteria di diavoli e il ricettacolo delle passioni; per lui cadiamo, per lui ci rialziamo quando riusciamo a dominarlo... Secondo l'insegnamento dei Padri, l'alimentazione differisce molto: alcuni hanno bisogno di poco cibo, altri si accontentano del sufficiente per mantenersi forti, e sono soddisfatti quando il cibo sostiene le loro forze ed è conforme alle loro consuetudini. L'esicasta bisogna che in tutto sia parco, né deve lasciarsi andare ad eccessivi pasti. Quando lo stomaco è pesante la mente rimane annebbiata, e la preghiera non può essere praticata con chiarezza e costanza. Sotto l'influsso dei fumi del troppo cibo, uno diventa sonnacchioso, e desidera distendersi per dormire; da questo stato derivano le innumerevoli fantasticherie che nel sonno si precipitano nella mente. Chi vuole raggiungere la salvezza, e per amore del Signore, si fa violenza per condurre una vita di silenzio, deve contentarsi, a mio parere, di una libbra di pane, di tre o quattro bicchieri di vino e d'acqua al giorno, ed un po' di altri cibi che può avere a disposizione. Non mangi a sazietà; seguendo questo regime alimentare, consumando cioè con sobrietà ogni genere di cibo, eviterà da una parte la vanità, dall'altra non dimostrerà disprezzo per i doni di Dio che sono sempre buoni e sarà grato a Dio di tutto. Tale è il comportamento di chi è saggio. Quelli poi che sono di pusilla fede, troveranno vantaggioso l'astenersi da certi cibi; l'Apostolo consiglia tali uomini di nutrirsi di erbe, non credendo, essi, che Dio sia il loro unico sostegno. L'alimentazione ha tre modi di comportamento: l'astinenza, la sufficienza, l'abbondanza. L'astinenza significa alzarsi da tavola con un po' di fame; la sufficienza, significa né rimanere con la fame, né essere oberato dal cibo. Mangiare oltre la sazietà apre il varco alla follia del ventre, attraverso il quale passa la lussuria. Sii saldo in questa saggezza, scegli ciò che per te è il meglio, tenendo conto delle tue necessità senza mai travalicare i limiti. L'uomo perfetto, a dire dell'Apostolo, deve, "sia che sia sazio, sia che abbia fame, fare tutte le cose per amore di Cristo che lo rende forte". Sulla deviazione Voglio parlarti accuratamente della deviazione in modo che tu possa guardartene perché, per l'ignoranza, non subisca dei gravi danni e non perda la tua anima. La volontà umana è facilmente propensa a orientarsi verso la parte avversa; in modo particolare chi manca di esperienza è più esposto al nemico. Attorno ai principianti e agli stravaganti i demoni amano stendere i lacci dei pensieri e delle perniciose fantasie, e preparano dei tranelli per farli cascare, essendo la loro cittadella interiore nelle mani dei barbari. Non c'è da stupirsi se qualcuno abbia errato, o perso l'intelletto, avendo accettato la deviazione, seguendo cose contrarie alla verità, e, per mancanza di esperienza o per ignoranza, abbia visto o detto cose inverosimili. Può accadere che uno discorrendo da ignorante affermi una cosa per un'altra, e non sapendo esprimersi in modo giusto, turbi gli ascoltatori e esponga se stesso e gli esicasti alla derisione e allo scherno. Niente di strano che un principiante possa smarrirsi anche dopo molta fatica: è accaduto nel passato e nel presente a molti che cercano Dio. L'invocazione di Dio, la preghiera mentale è la più alta opera che l'uomo possa compiere, è il vertice di tutte le virtù come l'amore di Dio. Chi, temerariamente, intraprende il cammino che conduce a Dio, al puro culto divino, al possesso di Dio in se stesso, è facile preda dei demoni, se Dio l'abbandona. Cercando, con insolenza e presunzione, ciò che non corrisponde al suo sviluppo, si accanisce di raggiungerlo prima del tempo. Il misericordioso Dio, vedendo quanto siamo precipitosi nel volere le cose che sono al di sopra delle nostre possibilità, spesso non ci lascia soli nella tentazione, perché constatando la nostra presunzione ci riconduce alle giuste azioni, prima che diventiamo oggetto di derisione e di scherno ai demoni, di riso e disprezzo da parte degli uomini. Tu, se stai praticando il silenzio con serietà, desiderando l'unione con Dio, non permettere che un oggetto esteriore sensibile o mentale, esteriore o interiore, fosse pure l'immagine di Cristo, o la forma di un angelo o di un santo, o la luce immaginaria, si presenti alla tua mente, non accettarle. La mente possiede un potere naturale di fantasticare e, facilmente, si costruisce delle immagini fantastiche di ciò che desidera, se non si è vigilanti e si arriva in tal maniera a danneggiare se stessi. Il ricordo di cose buone o malvagie si imprime nella mente e la conduce a fantasticare. A chi succede questo invece di divenire un esicasta, diventa un sognatore. Per questo sii vigilante a non prestare subito fede e assenso, anche quando si tratta di una cosa buona, prima di avere interrogato un esperto e di avere a lungo investigato, per evitare ogni possibile rischio. In linea generale, sii diffidente di queste immagini, mantieni la mente libera da colori, immagini e forme. Se lavori a raggiungere la pura preghiera silenziosa, procedi con pace, ma con grande trepidazione e compunzione sotto la guida di sperimentati maestri. Versa continuamente lacrime per i tuoi peccati, con amara compunzione e col timore dei futuri castighi, e spaventando di essere separato in questo e nell'altro mondo, da Dio. La preghiera infallibile inviata da Dio, come pregustazione della vittoria, si è trasformata in danno per molti. Il Signore vuole mettere alla prova il nostro libero arbitrio per vedere da che lato esso pende. Chi nel suo pensiero vede qualche cosa nei sensi o nel pensiero, e pur ammettendo che esso venga da Dio, vi aderisce senza prima interrogare gli esperti, cadrà facilmente nell'errore essendo troppo disposto, propenso ad accettarla. Il principiante è bene che s'impegni nell'opera del cuore, essa non inganna, e non accetti nulla prima di aver trionfato nelle passioni. Dio non è dispiaciuto verso chi vigila severamente su se stesso e rifiuta di accettare ciò che da Lui viene senza prima interrogare ed investigare. Anzi, Dio loda la sua saggezza anche se in qualcosa lo ha offeso. Le domande non devono esser rivolte al primo che si incontra, ma a colui che ha il dono divino di dirigere gli altri, la cui vita è luminosa e che pur essendo povero arricchisce molti. Molti improvvisati a questo compito hanno danneggiato numerose persone ingenue, di ciò renderanno conto dopo la morte. Non tutti hanno la capacità di guidare gli altri: l'hanno coloro che hanno ricevuto tale mandato col dono del discernimento divino, come scrive l'apostolo di quel discernimento degli spiriti, voglio dire, che separa il bene dal male con la spada della parola. Ognuno può esser dotato di capacità discriminative sia pratiche che scientifiche, non tutti hanno il discernimento degli spiriti. La preghiera è ardente quando è accompagnata dall'invocazione a Gesù. Egli porta il fuoco nella regione del cuore. La sua fiamma brucia le passioni come pula, e riempie il cuore di gioia e di pace; scende in noi né da destra, né da sinistra e neppure dall'alto, erompe nel cuore come sorgente dallo Spirito datore di vita. Questa è la preghiera che devi desiderare di trovare e raggiungere nel cuore; conserva libera la mente da fantasticherie e spoglia di pensieri e ragionamenti. E non essere pavido. Colui che disse: Abbi fiducia sono io, non aver paura, è veramente in noi; Lui cerchiamo e Lui sempre ci protegge. Quando invochiamo il Signore non dobbiamo né aver paura, né sospirare. Se qualcuno si è smarrito ed ha perduto il senno, ciò fu, credimi, per aver seguito il proprio capriccio e orgoglio. Chi cerca Dio nella sottomissione, e con umiltà interroga chi è più esperto, non avrà da temere alcun danno per la grazia di Cristo che vuole salvare tutti gli uomini. Chi pratica la preghiera silenziosa segue sempre questa via regale. L'eccesso in qualunque direzione produce la presunzione che è seguita dallo smarrimento. Controlla il ritmo dei pensieri, stringendo un po' le labbra durante la preghiera, non ti preoccupare di quello delle narici come fanno gli stolti, per non soccombere all'orgoglio. Tre sono le qualità della preghiera silenziosa: l'austerità, il silenzio, la non considerazione di se stessi, cioè l'umiltà; queste devono essere praticate con fedeltà; continuamente dobbiamo verificare se sono la nostra dimora, perché dimenticandole non ci incamminiamo fuori di esse. L'una sostiene e custodisce l'altra, da esse nasce la preghiera e cresce in maniera perfetta. ( Gregorio il sinaita tratto dalla Filocalia).
Tre sono gli stati delle nature razionali: ci sono le nature a cui è toccata fin dall’inizio una vita incorporea, e che chiamiamo angeli; ci sono quelle che si sono unite alla carne, e che chiamiamo uomini; e ci sono quelle che con la morte si liberano dal corpo. A mio parere l’Apostolo divino, tenendo presenti nella sua profonda sapienza queste tre condizioni che si notano nelle anime, ha voluto alludere all’accordo nel bene che un giorno si stabilirà tra tutte le nature razionali. Egli ha chiamato celesti le nature angeliche e incorporee; terrestri quelle unite al corpo; sotterranee quelle che si sono staccate dal corpo, o gli altri esseri razionali, diversi da quelli già enumerati: a noi poco importa se si chiamano demoni, o spiriti, o in altro modo analogo. L’opinione comune e la tradizione scritturale ci hanno infatti convinti dell’esistenza di nature incorporee che avversano il bene e che, abbandonata volontariamente la condizione più alta, danneggiano la vita umana allontanandola dal bene e producendo in essa il suo contrario. Si dice che l’Apostolo le annoveri tra gli esseri sotterranei. Con queste sue parole egli allude al fatto che, una volta distrutto il male dopo un lunghissimo periodo di tempo, non rimarrà altro che il bene. Anche queste nature, infatti, riconosceranno concordemente la signoria di Cristo. Se le cose stanno così, nessuno ci può costringere a pensare ad un luogo sotterraneo quando si parla degli inferi: l’aria circonda da ogni parte la terra in misura uguale, di modo che non si può concepire una parte della terra priva di quest’involucro. (Gregorio di Nissa, L'anima e la risurrezione, pagg 77-78, edizioni Città Nuova).
Tuttavia per il tuo nome, o Signore, non abbandonarci per sempre, non disperdere la tua alleanza e non allontanare la tua misericordia da noi per la tua pietà, o Padre nostro che sei nei cieli, per la compassione del tuo Figlio unigenito e per la misericordia del tuo Santo Spirito. Non ricordarti dei nostri antichi peccati, ma rapidamente ci prevenga la tua misericordia, poiché divenimmo molto poveri. Aiutaci, Dio nostro Salvatore. Per la gloria del tuo nome, o Signore, salvaci e sii indulgente verso i nostri peccati per il tuo nome, o Signore , ricordandoti della nostra primizia che il tuo unigenito Figlio, accolta per benignità da noi, ha in nostro favore nei cieli, per poterci donare la ferma speranza della salvezza e perché non diventiamo peggiori per disperazione, mediante il suo prezioso sangue che versò per la vita del mondo; mediante i suoi santi apostoli e martiri che versarono il proprio sangue per il suo nome; mediante i santi profeti, padri e patriarchi, che lottarono per compiacere al tuo santo nome. Non trascurare la nostra supplica, o Signore, e non abbandonarci per sempre. Infatti noi non confidiamo nelle nostre giustificazioni, ma nella tua pietà, mediante la quale conservi la nostra stirpe. Supplichiamo ed invochiamo la tua bontà affinché il mistero a noi dispensato per la salvezza dal tuo unigenito Figlio non si trasformi per noi in condanna e tu non ci allontani dal tuo volto. Non detestare la nostra indegnità, ma abbi compassione di noi secondo la tua grande pietà e secondo la pienezza della tua misericordia cancella i nostri peccati, affinché senza condanna avvicinatici al cospetto della tua santa gloria, siamo ritenuti degni della protezione del tuo unigenito Figlio e non diventiamo reprobi, come servi malvagi, a causa dei peccati. Sì, o Signore padrone onnipotente, esaudisci la nostra supplica, poiché non conosciamo un altro all'infuori di te. Nominiamo il tuo nome: infatti tu sei colui che opera tutto in tutti e tutti ricerchiamo il tuo aiuto presso di te. Guarda dunque dal cielo, o Signore, ed osserva dall'abitazione della tua santa gloria. Dov'è il tuo zelo e la tua forza? Dov'è la pienezza della tua pietà e della tua misericordia, dal momento che tollerasti la nostra caduta? Infatti tu sei nostro Padre, poiché Abramo non ci conobbe ed Israele non ci riconobbe; ma tu, o Signore, Padre nostro, salvaci, poiché dall'inizio il tuo santo nome è su di noi, e quello del tuo unigenito Figlio e del tuo Santo Spirito. Perché ci lasciasti errare, o Signore, lontano dalla tua via? Non correggerci col bastone dei tuoi giudizi. Perché induristi i nostri cuori, affinché non ti temessimo? E ci abbandonasti all'autonomia dell'errore? Converti, o Signore, i tuoi servi, per la tua santa chiesa, per tutti i tuoi santi che furono nel tempo, affinché ereditiamo una piccola parte del tuo santo monte; i nostri avversari calpestarono il tuo santuario; divenimmo come all'inizio, quando non ci comandavi né era invocato il tuo nome su di noi. Se aprirai i1 cielo, un tremito prenderà da parte tua i monti e si scioglieranno come cera al cospetto del fuoco. Ed il fuoco brucerà i nemici e terribile sarà il tuo nome per i nemici. Quando compirai le cose gloriose, un tremito prenderà da parte tua i monti. Da tempo non udimmo né i nostri occhi videro Dio all'infuori di te. E le tue opere, che farai per coloro che aspettano 1a misericordia, si compiranno per coloro che praticano la giustizia e si ricorderanno delle tue vie. Ecco, tu ti adirasti e noi peccammo. Piuttosto noi peccammo e tu ti adirasti. Per questo errammo e tutti noi divenimmo come impuri, tutta la nostra giustizia come panno di donna appartata; e cademmo come foglie per i nostri peccati: così ci trasporterà il vento e non c'è chi invoca il tuo nome e chi si ricordi di accostarsi a te. E tu allontanasti i1 tuo volto da noi e ci abbandonasti per i nostri peccati. Ed ora, o Signore, tu sei nostro Padre, noi invece fango, tutti opera delle tue mani. Non adirarti troppo con noi e non ricordarti del tempo dei nostri peccati. E considera ora che tutti noi siamo tuo popolo. Sion, la città del tuo santuario, divenne deserta, come deserta divenne Gerusalemme. Va in maledizione l'abitazione del nostro santuario e la gloria che celebrarono i nostri padri divenne preda del fuoco e tutte le cose gloriose rovinarono, di fronte a tutto ciò sopportasti, o Signore, e tacesti e fin troppo ci umiliasti. Queste cose accaddero figurativamente al tuo antico popolo, ora invece si sono compiute realmente per noi. E divenimmo obbrobrio per i nostri vicini, i demoni; scherno e derisione per quelli intorno a noi . Ma tu guarda dal cielo e vedi e salvaci mediante il tuo santo nome e manifesta a noi gli inganni dei nostri nemici e liberaci dalle loro macchinazioni e non allontanare da noi il tuo aiuto, poiché noi non siamo in grado di vincere gli ostacoli, mentre tu sei capace di salvarci da tutte le avversità. Salvaci, o Signore, dalle difficoltà di questo mondo secondo la tua benignità affinché, dopo aver solcato il mare della vita con pura coscienza, presentandoci immacolati ed incorrotti al tuo terribile tribunale siamo ritenuti degni della vita eterna. (Da “Discorso ascetico” S. Massimo il Confessore).
Avete compreso, fratelli, che esiste un'arte, un certo metodo spirituale, per condurre rapidamente chi lo pratica alla libertà dalle passioni e alla visione di Dio. Siete convinti che la vita attiva, davanti a Dio, non è altro che il fogliame di una pianta, e che l'anima priva della custodia del cuore, il frutto, lavora inutilmente? Cerchiamo di non morire senza aver portato frutti, e di non soffrire inutili rimpianti. Domanda (a Niceforo). Dal tuo scritto abbiamo appreso il comportamento di quelli che furono amici graditi a Dio, e quindi che esiste un'attività che, liberando speditamente l'anima dalle passioni, l'unisce a Dio nell'amore e che essa bisogna sia praticata da chiunque si arruola nell'esercito di Cristo. Ogni dubbio è stato fugato e siamo pienamente persuasi. Ma cos'è l'attenzione della mente e qual'è il modo di acquistarla? Lo vorremmo sapere, ne siamo del tutto all'oscuro. Risposta : Nel nome di nostro Signore Gesù Cristo che ha detto: "Senza di me nulla potete fare". Dopo averlo invocato perché mi aiuti ed assista, mi proverò a descrivervi cosa sia l'attenzione e come, con l'aiuto di Dio, uno possa acquistarla. Alcuni santi hanno chiamato l'attenzione "vigilanza della mente", altri "custodia del cuore", altri "sobrietà", altri "silenzio mentale", altri con altri nomi. Questi nomi designano la stessa cosa; come il pane può essere chiamato panino o cornetto, è la stessa cosa. Impara accuratamente cosa sia l'attenzione e le sue caratteristiche. L'attenzione, è il segno del sincero cambiamento di mente; l'attenzione è la presenza dell'anima a se stessa, il distacco dal mondo e il ritorno a Dio. L'attenzione, è lo spoliamento dei peccati e il rivestimento della virtù. L'attenzione, è la ferma certezza del perdono dei peccati. L'attenzione, è il primo passo verso la contemplazione, meglio ancora ne è la base permanente: perché è per l'attenzione che Dio scende nella mente e vi si rivela. L'attenzione è la serenità della mente, più precisamente la sua permanente imperturbabilità per la misericordia di Dio. L'attenzione è la calma del pensiero, la dimora del costante ricordo di Dio, il potere che dona pazienza nelle prove. L'attenzione è l'origine della fede, della speranza, dell'amore, se uno non ha la fede non può sopportare le prove che vengono dall'esterno, e chiunque non le accetti con gioia non può dire al Signore: "Tu sei il mio rifugio e il mio baluardo". E se uno non pone nell'Altissimo il suo rifugio, non avrà l'amore nel profondo del cuore. Questa rettitudine della mente può essere raggiunta da molti, o anche da tutti mediante l'insegnamento. Pochi l'acquistano direttamente da Dio senza una guida, col vigore di un impulso interiore e l'ardore della fede. Ma l'eccezione non fa legge. Cerca perciò una guida sicura, le sue istruzioni ti indicheranno le possibili deviazioni che l'attenzione può subire in una direzione o in un'altra, i suoi eccessi e difetti stimolati dalle suggestioni del nemico. Avendo imparato dalle prove dolorose della tentazione, il maestro ti mostrerà il da farsi e ti indicherà correttamente il cammino spirituale che potrai percorrere senza difficoltà. Se ancora non hai una guida, cercala con ogni cura. Ma se nonostante la ricerca non trovi nessuno che possa guidarti, invoca Dio con umile cuore e con lacrime, supplicalo nella tua povertà e fa ciò che sto per dirti. Tu sai che la respirazione consiste nell'inspirare e nell'espirare aria. L'organo che a tale scopo serve è il cuore, esso è il principio della vita e del calore. Il cuore attira a sé il fiato per diffondere all'esterno il suo calore con l'espirazione e assicurarsi una temperatura ideale. Il principio o più precisamente lo strumento di questo ritmo sono i polmoni. Costruiti dal Creatore con un tenue tessuto, introducono ed estromettono l'aria come un soffietto, così che il cuore assorbendo nel respiro l'aria fredda ed emettendola riscaldata, mantiene intatta quella funzione che gli è stata affidata per l'equilibrio del corpo vivente. 1) Come già ho detto, mettiti seduto, raccogli il tuo spirito e introducilo nelle narici; è il cammino che l'aria segue per andare al cuore. Spingilo, forzalo a discendere nel cuore, insieme con l'aria inspirata Quando vi sarà giunto, vedrai la gioia che eromperà: nulla avrai da rimpiangere. Come uno che torna a casa dopo una lunga assenza non sa frenare la gioia di aver ritrovato la moglie e i figli; così lo spirito quando si unisce all'anima, è colmo di gioia e di ineffabile allegrezza. A questo punto, abituati a non fare uscire lo spirito con impazienza, le prime volte si sentirà smarrito in questa interiore reclusione e prigione. Ma, quando si sarà ambientato, non avrà alcun desiderio di sortire nelle consuete divagazioni; il regno dei cieli è dentro di noi. Chi volge nel suo intimo lo sguardo, e con pura preghiera cerca di dimorarvi, considera le cose esteriori prive di valore e di pregio. 2) Se fin da principio riesci a discendere nel cuore nel modo che ti ho descritto, ringrazia Dio! A lui dà gloria, esulta e sii fedele a questo esercizio, ti manifesterà le cose che ignori. A questo punto hai bisogno di un altro insegnamento: mentre il tuo pensiero dimora nel cuore, non stare silenzioso e ozioso, ma costantemente sii impegnato a gridare "Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio abbi pietà di me", e non ti stancare. Questa pratica tenendo lontano il tuo pensiero dalle divagazioni, lo rende invulnerabile e inattaccabile alle suggestioni del nemico, e ogni giorno lo eleva all'amore e alla nostalgia di Dio. 3) Ma se, nonostante tutti gli sforzi, non riesci ad entrare nel regno del cuore, come ti ho indicato, fa quello che sto per dirti, e con l'aiuto di Dio troverai ciò che stai cercando. Tu sai che nel petto di ogni uomo c'è la facoltà dell'interiore dialogo. Quando le nostre labbra sono silenziose, parliamo, desideriamo, preghiamo e cantiamo dei salmi nel nostro petto. Così, allontana ogni pensiero da questa interiore facoltà, e se veramente lo desideri puoi farlo, e introduci in essa l'invocazione: "Signore Gesù Cristo abbi pietà di me", e costringila a gridare queste parole dopo eliminato ogni altro pensiero. Quando, col tempo, ti sarai impadronito di questa pratica, ti aprirà la strada del cuore che ti ho descritto, e che raggiungerai indubbiamente, e che io stesso ho sperimentato. Se persevererai in questo esercizio con intenso desiderio e ardente attenzione, ti verrà incontro il coro delle virtù: l'amore, la gioia, la pace e tutte le altre. Per esse tutte le tue domande avranno la risposta in Cristo Gesù Signore nostro. A Lui insieme al Padre e allo Spirito Santo, la gloria, il potere, l'onore e l'adorazione, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen. (NICEFORO IL SOLITARIO tratto da “Discorso sulla sobrietà e la custodia del cuore pieno di notevole utilità” Filocalia volume III).
Il corpo di Cristo è stato glorificato nello stesso momento in cui fu condotto dal non-essere all'esistenza, di modo che la gloria della divinità deve essere detta anche gloria del corpo. Quel corpo santo non è mai stato estraneo alla gloria divina. Nella trasfigurazione il Cristo non è divenuto ciò che non era prima, ma è apparso ai suoi discepoli com'era, aprendo loro gli occhi, dando la vista a coloro che erano ciechi. Tutto diviene comune a Dio Verbo incarnato: ciò che appartiene alla carne e ciò che è divinità infinita; tuttavia si riconosce che la gloria comune ha un'origine diversa da quella della comune possibilità. Il divino prevale però sul creato e comunica al corpo lo splendore proprio della sua gloria, pur rimanendo di per sé, in quanto natura divina, non partecipe delle passioni, nel passibile (Giovanni Damasceno, Om. sulla trasfigurazione, PG 96,564-565).
Dura con pazienza nella tua fervente preghiera, e combatti le fonti di pensieri e preoccupazioni; esse infatti ti inquietano e ti disturbano per minare la tua fermezza. (Evagrio Pontico, La preghiera pura, Cap.IX).
Sforzati di conservare il tuo intelletto sordo e muto nel tempo della preghiera, e così potrai pregare. (Evagrio Pontico, La preghiera pura, Cap.XI).
Egli disse: “Lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello”, e allora pregherai sereno, poiché il ricordo delle offese annebbia la ragione di chi prega offuscandone la preghiera. (Evagrio Pontico, La preghiera pura, Cap.XXI).
La preghiera è elevazione della mente verso Dio. (Evagrio Pontico, La preghiera pura, Cap.XXXV).
Se desideri pregare, rinuncia a tutto per ereditare tutto. (Evagrio Pontico, La preghiera pura, Cap.XXXVI).
Prega anzitutto per essere purificato dalle passioni, liberato dall’ignoranza e infine mondato da ogni tentazione e sconforto. (Evagrio Pontico, La preghiera pura, Cap.XXXVII).
Se non vuoi patire i mali, non voler neanche metterli in atto, perché la seconda cosa è conseguenza infallibile della prima. Infatti, “ciascuno raccoglierà ciò che avrà seminato”. (Marco l’eremita, La legge spirituale, Cap.118).
Quando hai peccato, non imputarlo all’azione, ma all’intenzione mentale. Se infatti la mente non iniziasse la corsa, il corpo non la seguirebbe. (Marco l’eremita, La legge spirituale, Cap.120).
Dopo aver espulso dalla mente discorsiva ogni male volontario, dobbiamo combattere con le passioni allo stato di predisposizione. (Marco l’eremita, La legge spirituale, Cap.139). La predisposizione è un ricordo involontario dei mali precedenti: il lottatore gli impedisce di progredire fino al grado di passione, il vincitore lo riconduce fino al grado di accostamento. (Marco l’eremita, La legge spirituale, Cap.140).
L’accostamento è un moto del cuore privo d’immaginazioni, che i meditanti esperti arrestano come farebbe uno stretto passaggio. (Marco l’eremita, La legge spirituale, Cap.141).
Dove ci sono immagini di pensieri, è avvenuto anche l’assenso; l’accostamento infatti, che è incolpevole, è un moto privo d’immaginazioni. C’è chi fugge da queste ultime come un tizzone dal fuoco, e chi invece non torna indietro fino a che non sia divampata la fiamma. (Marco l’eremita, La legge spirituale, Cap.142).
Delle due nature di Cristo. 1. Ario riconosce tre ipostasi, ma nega la Monade e non dice la Santa Triade consustanziale. Sabellio riconosce la Monade ma nega la Triade, perché dice che il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo sono la stessa cosa. La Chiesa di Dio confessa la Monade e predica la Triade. Macedonio difende le stesse cose di Ario, perché considera lo Spirito Santo creatura. La Chiesa predica lo Spirito Santo consustanziale al Padre e al Figlio c afferma che Egli è Dio. Similmente riguardo all'uno della Santa Triade, Nestorio dice che c'è [in lui] una differenza naturale, ma non confessa l'unione, perché non dice che l'unione consegue dall'ipostasi. Eutiche riconosce l'unione ma nega la differenza secondo l'essenza e introduce una confusione delle nature. La Chiesa propone l'unione ipostatica a causa dell'indivisibilità, e la differenza per essenza a causa della non-confusione. 2. In che modo questa suprema unione può avere identità e alterità? O identità delle essenze e alterità delle persone, e viceversa? Così nella Santa Triade c'è identità di essenza e alterità di persone, perché noi confessiamo un'essenza unica e tre ipostasi. E nell'uomo c'è identità di persona e alterità di essenza, perché l'uomo è uno, ma [composto] di una essenza, l'anima, e un'altra, la carne. Similmente nel nostro Signore Gesù Cristo c'è unicità di persona e alterità di essenze, perché essendo una sola persona e ipostasi, di un'essenza è la divinità, di un'altra l'umanità. Come è impossibile dichiarare l'unione della Santa Triade senza dichiarare la differenza, così è assolutamente necessario, riguardo all'uno della Santa Triade, predicare sia l'unione sia la differenza. 3. Come non è con le stesse espressioni che sono significate differenza e unione riguardo alla Santa Triade, ma da una parte dicendo tre ipostasi si riconosce la differenza, e d'altra parte confessando l'unica essenza si riconosce l'unione, così anche riguardo all'uno della Santa Triade riconoscendo due nature è riconosciuta la differenza; e predicando una sola ipostasi composta, è riconosciuta l'unione. 4. Come noi anatematizziamo Ario, non perché dichiara la differenza per ipostasi nella Santa Triade, ma in quanto non afferma l'unione naturale, così anatematizziamo Nestorio, non perché riconosce la differenza naturale in Cristo, ma perché non afferma l'unione ipostatica. 5. Come anatematizziamo Sabellio, non perché dichiara l'unione naturale nella Santa Triade, ma in quanto non dichiara la differenza ipostatica, così anatematizziamo Eutiche non perché afferma l'unione ipostatica in Cristo, ma perché non riconosce la differenza naturale. 6. Non bisogna dire che la differenza ipostatica nella Santa Triade e la differenza naturale nell'uno della Santa Triade [sono percepite] con il senso, ma che sono concepite noeticamente con gli occhi del pensiero. E come mai da una parte esprimete nella Santa Triade le tre ipostasi con la differenza ipostatica e dall'altra non esprimete nell'uno della Santa Triade due nature in una sola ipostasi a causa della differenza naturale? 7. Come a causa della consustanzialità della Santa Triade si afferma una sola essenza, e a causa dell'alterità ipostatica tre ipostasi, così a causa dell'alterità di essenza del Logos e della carne si afferma due essenze, e per il fatto che non hanno ciascuna un'ipostasi propria, si deve affermare una sola ipostasi. 8. Come riguardo alla Santa Triade non diciamo che l'essenza è unica per la confusione delle tre ipostasi, e neanche che le ipostasi sono tre per la divisione dell'essenza unica, così riguardo all'uno d ella Santa Triade, non diciamo che l'ipostasi è unica per la confusione delle due nature, e neanche che le nature sono due per la divisione dell'ipostasi unica. 9. Colui che non dichiara in Cristo l'unione ipostatica con la differenza delle nature e un nestoriano; e colui che non afferma nell'unione ipostatica la differenza naturale è un eutichiano; colui infine che predica l'unione per ipostasi e la differenza naturale nell'uno, della Santa Triade conserva la fede regale e senza biasimo. 10. Colui dunque che dichiara la differenza e l'unione in Cristo, non elimina la differenza, né confonde l'unione. perché il divino Cirillo anatematizza quelli che sopprimono, a causa della differenza, l'unione per ipostasi e il concilio ecumenico [di Calcedonia] anatematizza quelli che, a causa dell'unione ipostatica, sopprimono la differenza naturale nell'uno della Santa Triade. (S. Massimo il Confessore, Opuscolo 13, da “Opuscoli teologici e polemici” Dehoniana libri-Pardes edizioni).
Definizione delle unioni. L'unione secondo l'essenza si applica alle ipostasi o individui. L'unione secondo l'ipostasi [si applica] alle essenze, cioè anima e corpo. L'unione secondo la relazione alle disposizioni di volere per cui c'è un solo volere. L'unione per prossimità alle tavolette per scrivere. L'unione per aggiustamento alle pietre [ p.es. di un muro]. L'unione per crasi, alla mescolanza di acqua e vino e simili. L'unione per impastatura a cose secche e umide come farina e acqua. L'unione per confusione ai solubili, come pece c cera c simili. L'unione per ammassamento a ciò che è secco: grano, orzo e simili. L'unione per fusione a ciò che si toglie e si rimette: un tizzone che si toglie e si rimette nel fuoco. L'unione per essenza è quella di entità di ipostasi differenti. L'unione per ipostasi è quella di entità di essenza differente. (S. Massimo il Confessore, Opuscolo 18, da “Opuscoli teologici e polemici” Dehoniana libri-Pardes edizioni).
Ai signori illustrissimi e reverendissirni fratelli e colleghi Damaso, Ambrogio, Brittone, Valeriano, Acolio, Anemio, Basilio, e agli altri santi vescovi raccolti nella grande Roma, il santo sinodo dei vescovi che professano la vera fede, riuniti nella grande Costantinopoli, salute nel Signore. E’ forse superfluo informare la Reverenza vostra, quasi che possa esserne all'oscuro, e narrare le innumerevoli sofferenze inflitteci dalla prepotenza ariana. Non crediamo, infatti, che la santità vostra giudichi così poco importante quanto ci riguarda, da esserne ancora all'oscuro, metterebbe anzi conto che se ne piangesse insieme. D'altra parte, le tempeste che si sono abbattute su di noi sono state tali, che non hanno certo potuto rimanervi nascoste; il tempo delle persecuzioni è recente, ne è ancora vivo il ricordo non solo in coloro che hanno sofferto, ma anche in chi per l'amore che li legava ad essi ha fatto proprie le loro sofferenze. Infatti solo ieri, per così dire, e l'altro ieri, alcuni sciolti dai vincoli dell'esilio, sono tornati alle loro chiese in mezzo a mille tribolazioni; di altri, morti in esilio, sono tornati solo i resti: alcuni, anche dopo il ritorno dall'esilio, fatti segno all'odio acre degli eretici, dovettero sopportare più amarezze nella propria terra che in terra straniera, raggiunti, come il beato Stefano, dalle loro pietre (1); altri lacerati da vari supplizi, portano ancora le stigmate di Cristo (2) e le ferite nel proprio corpo. Le perdite di ricchezze, le multe delle città, le confische dei beni dei singoli, gli intrighi, le prepotenze, le carceri, chi potrebbe contarle? Davvero che tutte le tribolazioni si sono moltiplicate contro di noi oltre ogni dire, forse perché scontassimo la pena dei nostri peccati, o forse perché Dio, clemente, voleva provarci con tante sofferenze. Di ciò siano rese grazie a Dio, il quale volle istruire i suoi servi attraverso prove così grandi (3), e secondo la sua grande misericordia ci ha condotto nuovamente al refrigerio (4). Certo sarebbe stato necessario per noi una lunga pace, e molto tempo, e molto lavoro per il miglioramento delle chiese, perché, cioè, finalmente potessimo ricondurre all'originario splendore della pietà il corpo della chiesa, oppresso come da lunga malattia, ricreandolo a poco a poco con ogni sorta di cure. In questo modo riteniamo di esserci liberati dalla violenza delle persecuzioni, e di aver ripristinato le chiese così a lungo dominate dagli eretici, dei lupi, tuttavia, ci danno molta molestia: scacciati dai loro recinti, rapiscono le pecore negli stessi pascoli boscosi, e tentano di tenere riunioni, e di suscitare sommosse popolari, senza nulla risparmiare pur di arrecare danno alle chiese. Come dicevamo, sarebbe stato necessario che potessimo occuparci di questi problemi per un tempo più lungo. In ogni modo, poiché, mostrando la vostra fraterna carità verso di noi, con lettere dell'imperatore, da Dio amato, avete invitato anche noi come veri membri al sinodo che per volontà di Dio avete convocato a Roma perché, essendo stati noi sottoposti allora da soli alle tribolazioni, ora in questa pia concordia degli Imperatori voi non regnaste senza di noi, ma anche noi, secondo la parola dell'apostolo, potessimo regnare insieme con voi (5), sarebbe stato nostro desiderio, se possibile, lasciare tutti insieme le nostre chiese, e venire incontro ai vostri desideri e alla (comune) utilità. Chi ci darà, infatti, le ali come quelle di una colomba per volare e posarci presso di voi (6)? Ma poiché questo avrebbe spogliato le nostre chiese, appena cominciato il rinnovamento, e la cosa sarebbe stata per moltissimi impossibile, ci eravamo radunati insieme a Costantinopoli, secondo l'invito delle lettere, mandate l'anno scorso dalla vostra carità, dopo il sinodo di Aquileia, all'imperatore Teodosio, caro a Dio. Eravamo preparati per questo solo viaggio fino a Costantinopoli, ed avevamo il consenso dei vescovi rimasti nelle diocesi solo per questo sinodo. Di un più lungo viaggio né prevedevamo la necessità, né avevamo avuto alcun indizio prima di venire a Costantinopoli. Inoltre l'imminenza della data fissata non lascia il tempo di prepararsi per una assenza più lunga, né di avvertire i vescovi della nostra stessa comunione rimasti nelle diocesi, e di chiedere il loro benestare. Poiché, dunque, questi ed altri simili motivi impedivano la partenza della maggior parte di noi, abbiamo preso l'unico partito che restava per il miglioramento delle cose e per corrispondere alla carità che ci avete dimostrato: e abbiamo pregato istantemente i venerabilissimi e onorabilissimi fratelli e colleghi nostri, i vescovi Ciriaco, Eusebio e Prisciano di affrontare la fatica di venir fino a voi; e così, per mezzo loro, vi abbiamo fatto conoscere i nostri propositi di pace e di unità, e vi abbiamo manifestato il nostro zelo per la retta fede. Noi, infatti, abbiamo sopportato da parte degli eretici le persecuzioni, le tribolazioni, le minacce degli imperatori, le crudeltà dei magistrati e ogni altra prova, per la fede evangelica confermata dai trecentodiciotto Padri di Nicea di Bitinia. Questa fede, infatti, dev'essere approvata da voi, da noi e da quanti non distorcono il senso della vera fede essendo essa antichissima e conforme al battesimo; essa ci insegna a credere nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, cioè in una sola divinità, potenza, sostanza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, in una uguale dignità, e in un potere coeterno, in tre perfettissime ipostasi, cioè in tre perfette persone, ossia tali, che non abbia luogo in esse né la follia di Sabellio con la confusione delle persone, con la soppressione delle proprietà personali, né prevalga la bestemmia degli Eunomiani, degli Ariani, dei Pneumatomachi, per cui, divisa la sostanza, o la natura, o la divinità, si aggiunga all'increata, consostanziale e coeterna Trinità una natura posteriore, creata, o di diversa sostanza. Riteniamo anche, intatta, la dottrina dell'incarnazione del Signore; non accettiamo, cioè l'assunzione di una carne senz'anima, senza intelligenza, imperfetta, ben sapendo che il verbo di Dio, perfetto prima dei secoli, è divenuto perfetto uomo negli ultimi tempi per la nostra salvezza. Queste sono, in sintesi, le principali verità della fede, che senza ambagi predichiamo. Esse vi procureranno anche una maggior soddisfazione, se vi degnerete di leggere il tomo composto dal sinodo di Antiochia, e quello pubblicato dal concilio ecumenico, a Costantinopoli, lo scorso anno. In essi abbiamo esposto la nostra fede assai ampiamente, ed abbiamo sottoscritto i nostri anatemi contro le recenti novità delle eresie. Quanto all'amministrazione delle singole chiese ha forza di legge l'antica norma, come sapete, e la disposizione dei santi padri di Nicea: che, cioè, in ciascuna provincia, e, se essi vorranno anche i vescovi confinanti con loro, si facciano le ordinazioni come richiede l'utilità delle chiese. Sappiate che, conforme a queste disposizioni, vengono amministrate le nostre chiese, e sono stati nominati i sacerdoti delle chiese più insigni. Della chiesa novella, per cosi dire, di Costantinopoli, che da poco, per misericordia di Dio, abbiamo strappato alle bestemmie degli eretici, come dalla bocca di un leone (7), abbiamo ordinato vescovo il reverendissimo e amabilissimo in Dio Nettario. Ciò è stato fatto al cospetto del concilio universale, col consenso di tutti, sotto gli occhi dell'imperatore Teodosio, carissimo a Dio, di tutto il clero, e con l'approvazione di tutta la città. Dell'antica e veramente apostolica chiesa di Antiochia di Siria, nella quale per prima fu usato il venerando nome di cristiani, i vescovi della provincia e della diocesi dell'oriente, radunatisi, consacrarono vescovo, canonicamente, il reverendissimo e da Dio amatissimo Flaviano, con l'approvazione di tutta la chiesa, che, unanime onorava quest'uomo. L'ordinazione è stata riconosciuta conforme alla legge ecclesiastica anche dalle autorità del concilio. Vi informiamo, inoltre, che il reverendissimo e carissimo a Dio Cirillo è vescovo della madre di tutte le chiese, la chiesa di Gerusalemme. A suo tempo egli è stato consacrato, conforme alle norme ecclesiastiche, dai vescovi della provincia, e spesso, in diverse circostanze, ha lottato strenuamente contro gli Ariani. Poiché, dunque, queste cose sono state compiute da noi legalmente e canonicamente, preghiamo la reverenza vostra di volersi rallegrare con noi, uniti scambievolmente dal vincolo dell'amore che viene dallo Spirito e dal timore di Dio che vince ogni umana passione, e antepone l'edificazione delle chiese all'amicizia ed alla benevolenza verso i singoli. In tal modo, in pieno accordo nelle verità della fede, e fortificata in noi la carità cristiana, cesseremo di ripetere l'espressione già biasimata dagli apostoli: Io sono di Paolo, io sono di Apollo; e io sono di Cefa (8), ma saremo tutti di Cristo, che non può esser diviso in noi; e, se Dio ce ne farà degni, conserveremo indiviso il corpo della chiesa e compariremo tranquilli dinanzi al tribunale di Dio (9). (LETTERA DEI VESCOVI RADUNATI A COSTANTINOPOLI A PAPA DAMASO E AI VESCOVI OCCIDENTALI (382)).
SENTENZA CONTRO I "TRE CAPITOLI" Il grande Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, secondo la parabola riferita dai Vangeli (1), distribuisce i talenti secondo le capacità di ciascuno, ed esige a suo tempo da essi il frutto proporzionato. Se, quindi, chi ha ricevuto un talento e l'ha conservato senza alcuna perdita, per non averlo trafficato e per non aver aumentato quanto aveva ricevuto viene condannato, come non sarà soggetto a più grave e terribile giudizio chi non solo l'avrà trascurato, ma sarà stato causa di scandalo anche per gli altri? E’ chiaro, infatti, a tutti i fedeli che quando si tratta della fede, non solo l'empio è condannato, ma anche colui, che, potendo impedire l'empietà, trascura la correzione degli altri. E’ per questo che noi, a cui è stato affidato il compito di governare la chiesa di Dio (2) temendo la maledizione minacciata a coloro che fanno con negligenza le cose di Dio (3), facciamo di tutto per conservare puro il buon seme della fede dalla zizzania dell'empietà, che viene seminata dal nemico (4). Vedendo, dunque, che i seguaci di Nestorio hanno tentato di gettare sulla chiesa di Dio la loro empietà per mezzo dell'empio Teodoro, che fu vescovo di Mopsuestia, ed i suoi empi scritti, ed inoltre per mezzo di ciò che empiamente scrisse Teodoreto, e della infame lettera, che si dice essere stata scritta da Iba al persiano Mari, siamo sorti prontamente per correggere quanto è accaduto, e per volontà di Dio e per comando del nostro piissimo imperatore, ci siamo riuniti in questa città imperiale. E poiché il piissimo Vigilio è presente in questa imperiale città, si sta occupando di tutto ciò che è stato scritto su questi tre capitoli, e li ha spesso condannati sia a voce che per iscritto; e poiché in seguito ha anche acconsentito a partecipare al concilio e a discutere su di essi insieme con noi, il piissimo imperatore - come si era convenuto - ha esortato sia lui che noi a radunarci insieme, dicendo che era conveniente che i sacerdoti portassero insieme a conclusione le questioni comuni. Fummo quindi costretti a chiedere che la sua riverenza volesse adempiere le sue promesse scritte, non sembrando giusto che dovesse lo scandalo dei tre capitoli crescere sempre più, con turbamento della chiesa. A favore di ciò gli ricordammo i grandi esempi degli apostoli, e le tradizioni dei padri. Quantunque, infatti, la grazia dello Spirito santo abbondasse in ognuno degli apostoli, e non avessero bisogno del consiglio degli altri per sapere ciò che dovessero fare, tuttavia sulla questione che allora si agitava, cioè se i pagani dovessero essere circoncisi, non vollero pronunciarsi prima di essersi riuniti in comune e aver confermato con le testimonianze delle divine Scritture ciascuno la propria opinione. Pertanto emisero su ciò una sentenza comune, scrivendo alle genti: E’ sembrato bene allo Spirito Santo e a noi non imporvi altro Peso che quello che è necessario, e cioè: che vi asteniate dalle carni immolate dinanzi ai simulacri (degli dèi), dal sangue, dagli animali soffocati, e dalla fornicazione (5). Anche i santi padri, lungo i secoli, si radunarono nei quattro santi concili, e, seguendo gli esempi degli antichi, presero insieme le decisioni relative alle eresie che erano sorte e ad altre questioni, avendo per certo, che nelle discussioni comuni, quando cioè si affrontano problemi che interessano l'una e l'altra parte, la luce della verità fuga le tenebre della menzogna. Nelle comuni dispute sulla fede, infatti, non è possibile che la verità si manifesti in modo diverso; perché ciascuno ha bisogno del suo prossimo, come afferma Salomone nei suoi Proverbi: Il fratello che aiuta il fratello, sarà esaltato come una città fortificata, ed è saldo come un regno dalle solide fondamenta (6). Dice ancora nell'Ecclesiaste: Due sono assai meglio che uno,- ed avranno abbondante compenso per il loro lavoro (7). Del resto, il Signore stesso dice: In verità, in verità, vi dico: se due di voi si raccoglieranno, sulla terra, qualsiasi cosa chiederanno, verrà loro concessa dal Padre mio che sta nei cieli. Dovunque, infatti, due o tre saranno radunati in mio nome, sarò con loro, in mezzo ad essi (8). Da noi tutti spesso invitato, mandati a lui dal nostro piissimo imperatore dei messi nobilissimi, Vigilio promise di esprimere personalmente il suo parere sulla questione dei tre capitoli. A questa risposta noi, memori, in cuor nostro, dell'ammonimento dell'Apostolo che ciascuno renderà ragione a Dio di se stesso (9), e temendo, nello stesso tempo, anche il giudizio che sovrasta coloro che scandalizzano anche uno solo dei più piccoli (10) - e quanto più, dunque, un imperatore così profondamente cristiano e popoli e chiese intere - memori anche di quanto fu detto da Dio a Paolo: Non temere; parla e non tacere, Perché io sono con te, e nessuno potrà nuocerti (11), noi, radunati insieme, prima di tutto ci siamo proposti di attenerci a quella fede che il signore nostro Gesù Cristo, vero Dio, ha trasmesso ai suoi santi apostoli, e, per mezzo di loro, alle sante chiese, e che i santi padri e dottori della chiesa, che vennero dopo di essi, trasmisero a loro volta ai popoli loro affidati. Abbiamo dichiarato di conservare intatta e di predicare alle sante chiese questa fede che hanno esposto più abbondantemente i 318 santi padri raccolti a Nicea, i quali ci hanno trasmesso il santo simbolo. Anche 150 radunati a Costantinopoli lo professarono e seguirono anch'essi la stessa fede e la chiarirono. Professiamo quella fede in cui convennero perfettamente i 200 santi padri raccolti la prima volta ad Efeso; e ciò che fu definito dai 630 a Calcedonia, intorno all'unica e medesima fede, che essi seguirono e predicarono. Abbiamo dichiarato, inoltre, di considerare condannati e anatematizzati quelli che, secondo le circostanze, sono stati condannati e anatematizzati dalla chiesa cattolica e dai quattro concilii ricordati. Fatta questa generale professione di fede, abbiamo iniziato l'esame dei tre capitoli [ ... ]. Richiamate, dunque, le cose da noi fatte, dichiariamo ancora che accettiamo i quattro santi concili: Niceno, Costantinopolitano, Efesino primo, Calcedonese e che quello che essi definirono della stessa e medesima fede, noi abbiamo predicato e predichiamo. Giudichiamo estranei alla chiesa cattolica quelli che non accettano queste cose. Condanniamo e scomunichiamo, con tutti gli altri eretici che sono stati condannati e scomunicati dai predetti quattro concili e dalla santa e apostolica chiesa, Teodoro, che fu vescovo di Mopsuestia e i suoi empi scritti; condanniamo e scomunichiamo quello che Teodoreto ha scritto ampiamente contro la retta fede, contro i dodici capitoli di s. Cirillo contro il primo concilio di Efeso, e quanto ha scritto a difesa di Teodoro e di Nestorio. Anatematizziamo, inoltre, l'empia lettera che si dice Iba abbia scritto a Mari, persiano: essa nega che Dio Verbo, incarnatosi dalla S. Madre di Dio e sempre vergine Maria, si sia fatto uomo; essa accusa di eresia Cirillo, di santa memoria, che invece insegna rettamente, anche quando scrive ad Apollinare. Questa lettera mentre accusa il primo concilio Efesino di aver deposto Nestorio senza sufficiente esame e discussione e chiama empi e contrari alla sacra fede i dodici capitoli di Cirillo, difende poi Teodoro e Nestorio e i loro dogmi scellerati e i loro scritti. Noi, dunque, anatematizziamo i tre predetti capitoli, cioè: l'empio Teodoro di Mopsuestia con i suoi scritti malvagi, quello che scrisse empiamente Teodoreto, l'iniqua lettera attribuita ad Iba, i loro difensori e quelli che scrissero o scrivono a loro difesa, o si peritano di definire rette le loro dottrine, o hanno preso o prendono addirittura le difese della loro empietà, adducendo l'autorità dei padri o del santo concilio di Calcedonia [ ... ]. ANATENIATISMI CONTRO I "TRE CAPITOLI" I. Chi non confessa che il Padre, il Figlio e lo Spirito santo hanno una sola natura o sostanza, una sola virtù e potenza, poiché essi sono Trinità consustanziale, una sola divinità da adorarsi in tre ipostasi, o persone, sia anatema. Uno, infatti, è Dio Padre, dal quale sono tutte le cose; uno il signore Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose; uno è lo Spirito Santo, nel quale sono tutte le cose (12). II. Se qualcuno non confessa che due sono le nascite del Verbo di Dio, una prima dei secoli dal Padre, fuori dal tempo e incorporale, l'altra in questi nostri ultimi tempi (13), quando egli è disceso dai cieli, s'è incarnato nella santa e gloriosa madre di Dio e sempre vergine Maria, ed è nato da essa, sia anatema. III. Se qualcuno afferma che il Verbo di Dio che opera miracoli non è lo stesso Cristo che ha sofferto, o anche che il Dio Verbo si è unito col Cristo nato dalla donna, o che egli è in lui come uno in un altro; e non confessa invece, un solo e medesimo signore nostro Gesù Cristo, Verbo di Dio, che si è incarnato e fatto uomo, al quale appartengono sia le meraviglie che le sofferenze che volontariamente ha sopportato nella sua carne, costui sia anatema. IV. Se qualcuno dice che l'unione del Verbo di Dio con l'uomo è avvenuta solo nell'ordine della grazia, o in quello dell'operazione, o in quello dell'uguaglianza di onore, o nell'ordine dell'autorità, o della relazione, o dell'affetto, o della virtù; o anche secondo il beneplacito, quasi che il Verbo di Dio si sia compiaciuto dell'uomo, perché lo aveva ben giudicato, come asserisce il pazzo Teodoro; ovvero secondo l'omonimia per cui i Nestoriani, chiamando il Dio Verbo col nome di Gesù e di Cristo, e poi, separatamente, l'uomo, "Cristo e Figlio", parlano evidentemente di due persone, anche se fingono di ammettere una sola persona e un solo Cristo, solo di nome, e secondo l'onore, e la dignità e l'adorazione; egli non ammette, invece, che l'unione del Verbo di Dio con la carne animata da anima razionale e intelligente, sia avvenuta per composizione, cioè secondo l'ipostasi, come hanno insegnato i santi padri; e quindi nega una sola persona in lui, e cioè il Signore Gesù Cristo, uno della santa Trinità, costui sia scomunicato. Poiché, infatti, l'unità si può concepire in diversi modi, gli uni, seguendo l'empietà di Apollinare e di Eutiche, e ammettendo l'annullamento degli elementi che formano l'unità, parlano di un'unione per confusione; gli altri, seguendo le idee di Teodoro e di Nestorio, si compiacciono della separazione, e parlano di una unione di relazione. La santa chiesa di Dio, rigettando l'empietà dell'una e dell'altra eresia, confessa l'unione di Dio Verbo con la carne secondo la composizione, ossia secondo l'ipostasi. Questa unione secondo la composizione nel mistero di Cristo, salvaguarda dalla confusione degli elementi che concorrono all'unità, ma non ammette la loro divisione. V. Se qualcuno intende l'unica persona del signore nostro Gesù Cristo come implicante più sussistenze, e con ciò tenta introdurre nel mistero di Cristo due ipostasi o persone, e se di queste due persone, da lui introdotte, parla di una secondo la dignità l'onore e l'adorazione, come hanno scritto nella loro pazzia Teodoro e Nestorio, e accusa il santo concilio di Calcedonia, quasi che abbia usato l'espressione "una sola sussistenza", secondo questa empia concezione; e non ammette, piuttosto, che il Verbo di Dio si è unito alla carne secondo Ripostasi e che, quindi, egli ha una sola ipostasi, cioè una sola persona; e che così anche che il santo sinodo di Calcedonia ha confessato una sola ipostasi del Signore nostro Gesù Cristo, costui sia anatema. La santa Trinità, infatti, non ha ricevuto l'aggiunta di una persona in seguito all'incarnazione di Dio Verbo, uno della santa Trinità. VI. Se qualcuno afferma che la santa gloriosa e sempre vergine Maria solo impropriamente e non secondo verità è madre di Dio, o che ella lo è secondo la relazione, nel senso che sarebbe nato da lei un semplice uomo, e non, invece il Dio Verbo, che si è incarnato dovendosi riferire, secondo loro, la nascita dell'uomo al Verbo Dio, in quanto presente all'uomo che nasceva; e chi accusa il santo sinodo di Calcedonia, di chiamare la vergine madre di Dio nel senso empio escogitato da Teodoro; o anche se qualcuno la chiama madre dell'uomo o madre di Cristo, intendendo con ciò che Cristo non sia Dio, e non la ritiene davvero, e secondo verità madre di Dio, per essersi incarnato da essa, in questi ultimi tempi, il Verbo Dio, generato dal Padre prima dei secoli, e che, quindi, piamente il santo sinodo di Calcedonia l'ha ritenuta madre di Dio, costui sia anatema. VII. Se qualcuno, dicendo "in due nature", non confessa che nella divinità e nella umanità si deve riconoscere il solo signore nostro Gesù Cristo, così che con questa espressione voglia significare la diversità delle nature, da cui senza confusione e in modo ineffabile è scaturita l'unità, senza che il Verbo passasse nella natura della carne, e senza che la carne si trasformasse nella natura del Verbo (l'uno e l'altra, infatti, rimangono ciò che sono per natura, pur operandosi l'unione secondo ipostasi; se costui, dunque, intende tale espressione come una divisione in parti nel mistero di Cristo; ovvero, pur ammettendo, nello stesso ed unico signore nostro Gesù Cristo, Verbo di Dio incarnato, la pluralità delle nature, non accetta solo in astratto la differenza dei principi da cui è costituito, non tolta certo in seguito all'unione (uno, infatti, è da due, e due in uno), ma in ciò si serve della pluralità delle nature per sostenere che esse sono separate e con una propria sussistenza, costui sia anatema. VIII. Se uno confessa che dalle due nature, divina e umana, è sorta l'unione, o ammette una sola natura incarnata del Verbo di Dio ma non intende queste espressioni secondo il senso dei santi padri, cioè che, avvenuta l'unione secondo Ipostasi della natura divina e della natura umana, un solo Cristo ne è stato l'effetto; ma con questa espressione tenta introdurre una sola natura o sostanza della divinità e della carne di Cristo, costui sia anatema. Dicendo, infatti, che il Verbo Unigenito si è unito alla carne secondo l'ipostasi, noi non affermiamo che si sia operata una confusione scambievole delle nature, ma che, rimanendo l'una e l'altra ciò che è, il Verbo si è unito alla carne. Di conseguenza, uno è anche il Cristo, Dio e uomo, consustanziale al Padre secondo la divinità, della nostra stessa natura, secondo l'umanità. Per questo, la chiesa di Dio rigetta e condanna sia coloro che dividono o separano secondo le parti il mistero della divina incarnazione di Cristo, sia coloro che le confondono. IX. Se qualcuno dice che Cristo deve essere adorato in due nature, con ciò introduce due adorazioni, una al Verbo .Dio, una all'uomo; o se qualcuno, mirando alla soppressione della carne, o alla confusione della divinità e dell'umanità, va cianciando di una sola natura o sostanza degli elementi uniti, e così adora il Cristo, ma senza venerare con una sola adorazione il Dio Verbo incarnato insieme con la sua carne, come la chiesa di Dio ha ricevuto dall'inizio, costui sia anatema. X. Se qualcuno non confessa che il signore nostro Gesù Cristo, crocifisso nella sua carne, è vero Dio, Signore della gloria ed uno della santa Trinità, costui sia anatema. XI. Chi non scomunica Ario, Eunomio, Macedonio, Apollinare, Nestorio, Eutiche, e Origene, insieme ai loro empi scritti, e tutti gli altri eretici, condannati e scomunicati dalla santa chiesa cattolica e apostolica e dai quattro predetti santi concili; inoltre, chi ha ritenuto o ritiene dottrine simili a quelle degli eretici che abbiamo nominato, e persiste nella propria empietà fino alla morte, sia anatema. XII. Se qualcuno difende l'empio Teodoro di Mopsuestia, il quale dice altro essere il Verbo di Dio ed altro il Cristo, sottoposto alle passioni della anima e ai desideri della carne, che si è liberato a poco a poco dai sentimenti inferiori, è migliorato col progresso delle opere, ed è divenuto perfetto nella vita; che è stato battezzato come semplice uomo, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, e attraverso il battesimo, ha ricevuto la grazia dello Spirito santo ed è stato stimato degno dell'adozione di figlio, e che, a somiglianza di una immagine dell'imperatore, viene adorato nella persona del Dio Verbo, e dopo la risurrezione è divenuto immutabile nei suoi pensieri e del tutto impeccabile. L'empio Teodoro ha anche detto che l'unione del Verbo di Dio con il Cristo è tale, quale l'apostolo afferma per l'uomo e per la donna: Saranno i due in una sola carne (14). Con altre innumerevoli bestemmie, egli ha osato dire che dopo la resurrezione il Signore quando soffiò sui suoi discepoli dicendo: Ricevete lo Spirito santo (15), non diede ad essi lo Spirito santo, ma soffiò solo simbolicamente. Egli ha detto anche che la confessione di Tommaso, quella che fece quando, palpate le mani e il costato del Signore, dopo la resurrezione, esclamò: Mio Signore e mio Dio (16), non è stata fatta da Tommaso nei riguardi di Cristo, ma che Tommaso, meravigliato per il miracolo della risurrezione, ha glorificato Dio che aveva risuscitato Cristo. E, ciò che è peggio, anche nel commento da lui fatto agli Atti degli apostoli, lo stesso Teodoro, paragonando il Cristo a Platone, a Mani, ad Epicuro, a Marcione, afferma che, come ciascuno di questi, trovata una propria dottrina, fece sì che i suoi discepoli si chiamassero Platonici, Manichei, Epicurci, Marcioniti, allo stesso modo avendo trovato il Cristo una dottrina, da lui hanno preso il nome i cristiani. Se quindi, qualcuno difende l'empio Teodoro, che sopra abbiamo nominato, e i suoi empi scritti, nei quali egli ha riversato le bestemmie cui abbiamo accennato ed altre innumerevoli contro il grande Dio e signore nostro Gesù Cristo; e non condanna lui e i suoi malvagi scritti, e quelli che lo accettano e lo scagionano, o affermano che ha esposto rettamente la dottrina, quelli che hanno scritto a suo favore e dei suoi empi scritti, quelli che la pensano o la pensarono un tempo come lui, e perseverarono in tale eresia fino alla morte, sia anatema. XIII. Se alcuno difende gli empi scritti che Teodoreto scrisse contro la vera fede, contro il primo, santo concilio di Efeso, contro s. Cirillo e i suoi dodici anatemi, e tutto ciò che egli compose in difesa di Teodoro e di Nestorio, empi, e degli altri che professano le loro idee, e li accettano, e accettano la loro empietà, e a causa di essi chiama empi i dottori della chiesa, quelli, cioè, che professano l'unione secondo l'ipostasi del Verbo di Dio; se, dunque, costui non anatematizza gli empi scritti suddetti, e coloro che hanno principi simili a questi, o li hanno avuti, e quanti hanno scritto contro la retta fede, e contro Cirillo, uomo santo, e i suoi dodici capitoli, e chi muore in tale empietà, costui sia anatema. XIV. Se qualcuno difende la lettera che si dice essere stata scritta da Iba al persiano Mari, che nega che il Dio Verbo, incarnatosi nella santa madre di Dio e sempre vergine Maria, si sia fatto uomo, e afferma che da essa sia nato un semplice uomo, che chiama tempio, in modo che altro sia il Dio Verbo, altro l'uomo; e accusa s. Cirillo, il quale ha predicato la vera fede dei cristiani, di essere eretico e di avere scritto come l'empio Apollinare; e rimprovera il primo santo concilio di Efeso, quasi che abbia senza sufficiente giudizio e discussione condannato Nestorio e definisce i dodici punti di s. Cirillo empi e contrari alla retta fede, questa lettera, empia essa stessa, prende le difese di Teodoro e di Nestorio e dei loro empi scritti e dottrine. Se, quindi, qualcuno difende questa lettera, e non anatematizza essa e quanti la difendono, e quanti dicono che essa, o anche una sua parte, è retta; e quelli che hanno scritto e scrivono in suo favore o a favore delle empietà che essa contiene, o tentano di giustificarla con tutte le sue empietà in nome dei santi padri e del santo concilio di Calcedonia, e sono rimasti fermi in queste idee fino alla morte, costui sia anatema. Fatta, dunque, a questo modo la professione delle verità, che abbiamo ricevuto sia dalla divina Scrittura, sia dall'insegnamento dei santi padri, e da quanto è stato stabilito intorno all'unica e vera fede dai predetti quattro sinodi; e pronunciata anche la condanna contro gli eretici e la loro empietà, e inoltre contro quelli che o hanno scusato o tentano di scusare i tre capitoli di cui abbiamo parlato, e che hanno perseverato e continuano a perseverare nel proprio errore; se qualcuno tentasse di trasmettere, insegnare, o scrivere alcunché in opposizione con quanto noi abbiamo disposto, se questi è vescovo o chierico, poiché agisce in modo alieno da quello proprio dei sacerdoti e dello stato ecclesiastico, sarà spogliato della sua dignità vescovile o di chierico; se poi fosse monaco o semplice laico, sarà anatema. (dal Secondo Concilio di Costantinopoli anno 553).
ESPOSIZIONE DELLA FEDE L'Unigenito figlio e verbo di Dio Padre, fattosi uomo, in tutto simile a noi fuorché nel peccato, Cristo, il vero nostro Dio, predicò apertamente nel Vangelo: Io sono la luce del mondo. Chi mi segue, non camminerà nelle tenebre, ma avrà il lume della vita (1); e di nuovo: Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace (2). Guidato dunque divinamente da questa celeste dottrina della pace, il nostro mitissimo imperatore, propugnatore della retta dottrina, avversario dell'errore, convocando questo nostro universale concilio, ha riunito l'intera compagine della chiesa. Questo santo ecumenico sinodo, dunque, rigettando l'empio errore che da qualche tempo va serpeggiando, e seguendo senza tentennamenti la retta via segnata dai santi ed eccellenti padri, approva in tutto, piamente, i cinque santi, ecumenici concili e, cioè, quello dei trecentodiciotto santi padri, raccoltisi a Nicea contro il folle Ario; dopo di questo, quello di Costantinopoli dei centocinquanta padri ispirati da Dio, contro Macedonio che impugnava lo Spirito, e l'empio Apollinare; similmente, il primo di Efeso, contro Nestorio, di mentalità giudaica, dove si radunarono duecento venerabili uomini; quello di Calcedonia, di seicentotrenta padri divinamente ispirati, contro Eutiche e Dioscoro, odiatori di Dio; e oltre questi, approva anche l'ultimo di essi, il quinto santo concilio, radunato proprio qui contro Teodoro di Mopsuestia, Origene, Didimo ed Evagrio, e contro le opere di Teodoreto, che egli scrisse contro i dodici capitoli del celebre Cirillo, e la lettera di Iba che si dice essere stata scritta a Mari il Persiano. Rinnovando quindi, in tutto, gli immutabili decreti della pietà, e scacciando le profonde dottrine dell'empietà, anche questo santo ed universale sinodo ispirato da Dio, suggella il simbolo emesso dai trecentodiciotto padri, e poi confermato dai centocinquanta, dalla mente divinamente ispirata, simbolo che anche gli altri santi concili accolsero con gioia e confermarono, per estinguere ogni pestifera eresia. Crediamo in un solo Dio... [seguono i simboli Niceno e Costantinopolitano]. Il santo e universale sinodo disse: Alla perfetta conoscenza e conferma della retta fede sarebbe stato sufficiente questo pio e ortodosso simbolo della grazia divina. Ma poiché non restò inattivo colui che fin dall'inizio fu l'inventore della malizia e che, trovando un aiuto nel serpente, per mezzo di esso introdusse la velenosa morte nella natura umana, così anche ora, trovati gli istrumenti adatti alla propria volontà: alludiamo a Teodoro, che fu vescovo di Fara; a Sergio, Pirro, Paolo, Pietro, che furono presuli di questa imperiale città; ed anche a Onorio, che fu papa dell'antica Roma; a Ciro, che fu vescovo di Alessandria, e a Macario, recentemente vescovo di Antiochia, e a Stefano, suo discepolo; trovati, dunque, gli istrumenti adatti, non si astenne, attraverso questi, dal suscitare nel corpo della chiesa gli scandali dell'errore; e con espressioni mai udite disseminò in mezzo al popolo fedele la eresia di una sola volontà e di una sola operazione in due nature di una (persona) della santa Trinità, del Cristo, nostro vero Dio, in armonia con la folle dottrina falsa degli empi Apollinare, Severo e Temistio; e cercò in tutti i modi di toglier di mezzo con ingannevole invenzione la perfezione dell'incarnazione dello stesso ed unico signore Gesù Cristo, nostro Dio, e introdusse, quindi, funestamente una carne senza volontà e senza operazione propria, benché fornita di vita intellettuale. Per questo Cristo, nostro Dio, ha suscitato un fedele imperatore, un nuovo David, avendo trovato un uomo secondo il suo cuore (3), il quale, conforme a quanto dice la Scrittura, non concede sonno ai suoi occhi, e riposo alle sue palpebre (4), fino a che non ha trovato, per mezzo di questa sacra adunanza voluta da Dio, una proclamazione perfetta della vera fede, secondo la parola del Signore: dove sono radunati dite o tre nel mio nome, io sono in mezzo ad essi (5). Il presente santo e universale concilio, accoglie con fede e saluta a braccia aperte la relazione del santissimo e beatissimo papa dell'antica Roma, Agatone, al piissimo e fedelissimo nostro imperatore Costantino [IV], che rigetta, nominatamente, quelli che hanno predicato e quelli che hanno insegnato, come è stato mostrato sopra, una sola volontà ed una sola operazione nel mistero dell'incarnazione di Cristo, vero nostro Dio; ammette, similmente, anche l'altra relazione sinodale, mandata dal santo sinodo dei centoventicinque vescovi, cari a Dio, tenuto sotto lo stesso santissimo papa, per contribuire alla tranquillità, dono di Dio. Il concilio le accoglie inquantoché sono in armonia sia col santo concilio di Calcedonia, sia col torno del santissimo e beatissimo papa della stessa antica Roma, Leone, mandato a Flaviano, uomo santo, che quel sinodo chiamò "colonna dell'ortodossia". Esse sono anche conformi alle lettere sinodali scritte dal beato Cirillo contro l'empio Nestorio e ai vescovi dell'Oriente. Seguendo i cinque santi concili ecumenici, e i santi ed eccellenti padri, in accordo con essi definisce e confessa il signore nostro Gesù Cristo, nostro vero Dio, uno della santa, consostanziale e vivificante Trinità, perfetto nella divinità e perfetto nella umanità; veramente Dio e veramente uomo, composto di anima razionale e di corpo, consostanziale al Padre secondo la divinità e, nello stesso tempo, consostanziale a noi nella sua umanità; simile a noi in tutto, meno che nel peccato (6), generato dal Padre, prima dei secoli, secondo la divinità, in questi ultimi tempi per noi e per la nostra salvezza (è nato) dallo Spirito santo e da Maria vergine, nel più vero senso della parola madre di Dio, secondo l'umanità; un solo e medesimo Cristo, figlio unigenito di Dio, da riconoscersi in due nature senza confusione, mutamento, separazione, divisione; senza che in nessun modo venga soppressa la differenza delle nature per l'unione, ma salvaguardando la proprietà dell'una e dell'altra, e concorrendo ciascuna a formare una sola persona e sussistenza; non diviso e scomposto in due persone, ma uno e medesimo figlio unigenito, Verbo di Dio, signore Gesù Cristo, come un tempo i profeti ci rivelarono di lui, e lo stesso Gesù Cristo ci insegnò, e il simbolo dei santi padri ci ha trasmesso. Predichiamo anche, in lui, due volontà naturali e due operazioni naturali, indivisibilmente, immutabilmente, inseparabilmente, inconfusamente, secondo l'insegnamento dei santi padri. Due volontà naturali che non sono in contrasto fra loro (non sia mai detto!), come dicono gli empi eretici, ma tali che la volontà umana segua, senza opposizione o riluttanza, o meglio, sia sottoposta alla sua volontà divina e onnipotente. Era necessario, infatti, che la volontà della carne fosse mossa e sottomessa al volere divino, secondo il sapientissimo Atanasio (7). Come, infatti, la sua carne si dice ed è carne del Verbo di Dio, così la naturale volontà della carne si dice ed è volontà propria del Verbo di Dio, secondo quanto egli stesso dice: Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà del Padre che mi ha mandato (8), intendendo per propria volontà quella della carne, poiché anche la carne divenne sua propria: come, infatti la sua santissima, immacolata e animata carne, sebbene deificata, non fu distrutta, ma rimase nel proprio stato e nel proprio modo d'essere, così la sua volontà umana, anche se deificata, non fu annullata, ma piuttosto salvata, secondo quanto Gregorio, divinamente ispirato, dice: "Quel volere, che noi riscontriamo nel Salvatore, non è contrario a Dio, ma anzi è trasformato completamente in Dio" (9). Ammettiamo, inoltre, nello stesso signore nostro Gesù Cristo, nostro vero Dio, due naturali operazioni, senza divisioni di sorta, senza mutazioni, separazioni, confusioni; e cioè: un'operazione divina e un'operazione umana, secondo quanto apertissimamente afferma Leone, divinamente ispirato: "Agisce, infatti, ciascuna natura in comunione con l'altra secondo ciò che ha di proprio; il Verbo opera ciò che è proprio del Verbo, il corpo compie ciò che è proprio del corpo" (10). Non ammetteremo, certamente, una sola naturale operazione di Dio e della creatura, perché non avvenga che attribuiamo all'essenza divina ciò che è stato creato, o riduciamo l'eccellenza della natura divina al rango di ciò che conviene alle creature: riconosciamo, infatti, dello stesso e medesimo Cristo i miracoli e le sofferenze secondo questo o quell'elemento delle nature da cui proviene e in cui bi l'essere, come disse il divino Cirillo. Insomma, restando fermo il concetto di inconfuso e di indiviso, riassumiamo tutto in quest'unica espressione: Credendo che uno della santa Trinità, e, dopo l'incarnazione, il signore nostro Gesù Cristo, è il nostro vero Dio, affermiamo che due sono le sue nature che risplendono nella sua unica sussistenza; in essa egli, durante tutta l'economia della sua vita, operò prodigi e soffrì dolori; e ciò in modo non apparente, ma reale, mentre la differenza delle nature in quell'unica sussistenza può conoscersi solo dal fatto che ciascuna natura, in comunione con l'altra, voleva ed operava conformemente al proprio essere. In questo modo, noi ammettiamo anche due naturali volontà ed operazioni, che concorrono insieme alla salvezza del genere umano. Stabilite, quindi, queste cose con ogni possibile diligenza e cura, definiamo non esser lecito ad alcuno presentare, ossia scrivere, comporre, credere, altra formula di fede, o insegnarla ad altri. Quelli poi, che osassero o comporre una diversa formula, o presentare, o insegnare, o trasmettere un altro simbolo a quelli che volessero convertirsi alla conoscenza della verità dall'Ellenismo, dal Giudaismo, o da qualsiasi altra setta; o tentassero di introdurre nuove voci, ossia nuovi modi di dire, per sconvolgere quanto da noi è stato definito, questi tali, se sono vescovi o chierici, decadono, i vescovi dall'episcopato, i chierici dalla dignità di chierici; se poi si tratta di monaci o di laici, siano anatematizzati. (dal Terzo Concilio di Costantinopoli anno 681).
Delle definizioni di separazione. Ogni distinzione degli esseri si produce per contrarietà o per opposizione cioè per distinzione o per negazione. Per esempio le realtà sensibili e noetiche (intelligibili) sono contrarie perché differenti per essenza, ma non sono in opposizione fra loro. Dunque, le une non eliminano le altre e così si ammettono le une con le altre nella loro separazione per contrarietà, cioè distinzione. La vita e la morte invece sono separate non per contrarietà, ma per opposizione, dunque per negazione; porre l'una è togliere l'altra, l'esistenza dell'una costituisce l'inesistenza dell'altra. Se dunque qualche cosa si oppone per principio ad un'altra, ne segue che è del tutto contraria. Se invece qualche cosa è contraria per principio ad un’altra, ne segue che non si oppone totalmente. O per essere più chiari, le essenze, attraverso le differenze che sono in loro, ammettono la separazione per contrarietà, come anima e corpo e tutto ciò che differisce secondo l'essenza. Invece ciò che riguarda l'essenza, come le qualità, è separato per opposizione come vita e morte e altre cose di questo genere. Tutte cose evidentemente che si eliminano reciprocamente. (S. Massimo il Confessore, Opuscolo 17, da “Opuscoli teologici e polemici” Dehoniana libri-Pardes edizioni).
"Allorché tutto gli sarà sottoposto, allora anche il Figlio si sottometterà a lui che gli ha sottoposto tutto, affinché Dio sia tutto in tutti" (1 Cor 15,28). Non so mai perché gli eretici, non comprendendo ciò che vuol dire l'apostolo con queste parole, degradino nel Figlio il significato della sottomissione. Essi non comprendono che la sottomissione di Cristo al Padre indica la beatitudine della nostra perfezione ed il coronamento dell'opera da lui intrapresa; poiché egli presenta al Padre non solo la norma del reggere e regnare, ristabilita in tutta la creazione, ma anche la norma dell'ubbidienza e della soggezione, ristabilita nel genere umano. Perciò, se consideriamo buona e salutare questa soggezione per la quale il Figlio è soggetto al Padre, consegue che dovremo considerare buona e utile anche la soggezione dei nemici al Figlio di Dio (1 Cor 15,25); e come la soggezione del Figlio al Padre significa reintegrazione perfetta di tutto il creato, così la soggezione dei nemici al Figlio significa salvezza in lui dei soggetti e reintegrazione dei perduti. Questa soggezione si realizzerà in determinati modi, norme e tempi: cioè tutto il mondo si assoggetterà al Padre non per violenza né per necessità che costringa alla soggezione, ma per la parola, la ragione, l'insegnamento, l'emulazione dei migliori, le buone norme e anche le minacce meritate e adatte, che a ragione sono indirizzate a quanti uomini trascurano la cura della loro utilità e salvezza. Infatti anche noi uomini, quando istruiamo i servi o i figli, finché non sono ancora nell'età della ragione, li costringiamo con le minacce e la paura; ma quando cominciano a comprendere che cosa sia il bene, l'utile, l'onesto, allora cessa il timore delle percosse, ed essi, persuasi dalla parola e dalla ragione, trovano soddisfazione in tutto ciò che è buono. (Origene, I Principi, 3,7-8).
1. Il preposito della casa e il secondo dovranno intrecciare venticinque bracciate di foglie di palma perché anche gli altri lavorino sul loro esempio. E se non saranno presenti, colui che presiede al loro posto si applicherà a questo lavoro e in questa stessa misura. 2. Vengano alla sinassi dopo esser stati chiamati e nessuno uscirà dalla cella prima che siano chiamati. Se qualcuno trasgredisce questi precetti, soggiacerà al solito rimprovero 3. Non si spingano i fratelli a lavorare di più, ma un'equilibrata fatica inciti tutti a lavorare e vi sia fra loro pace e concordia; si sottomettano volentieri ai superiori, stiano al loro posto sia quando sono seduti che quando camminano o stanno in piedi, e gareggino vicendevolmente in umiltà. 4. Se sarà stato compiuto qualche peccato, i padri dei monasteri potranno correggerlo e stabilire che cosa si debba fare. 5. Ma il preposito alla casa e chi è secondo dopo di lui avranno solamente il diritto di costringere i fratelli a sottomettersi alla penitenza per i singoli peccati o nella sinassi della casa o nella sinassi maggiore, quella cioè di tutti i fratelli. 6. Se un preposito è in viaggio, chi è secondo prenderà il suo posto sia per ricevere la penitenza dei fratelli, sia per qualunque altra cosa necessaria alla casa. 7. Se uno, all'insaputa del preposito e del suo secondo, sarà andato in un'altra casa o da un fratello di un'altra casa per chiedergli in prestito un codice o qualche altra cosa e in questo sarà trovato colpevole, sarà punito secondo le norme del monastero. 8. Chi vuole vivere senza macchia e senza disprezzo nella casa a cui è stato assegnato, dovrà osservare davanti a Dio tutto ciò che è stato ordinato. 9. Qualunque cosa occorra sia nel monastero che nei campi, se il preposito della casa è occupato, vi provveda il secondo. 10. È una grande gioia recitare le sei preghiere della sera sul modello della sinassi maggiore, nella quale tutti i fratelli sono riuniti insieme e le si recita così facilmente che non comportano fatica alcuna e non accade che la fatica ingeneri tedio. 11. Se uno viene da fuori ed è stanco per il caldo e gli altri fratelli stanno recitando le preghiere, se non può andare, non vi sarà costretto. 12. Quando i prepositi delle case istruiranno i fratelli sul modo di vivere la vita santa, nessuno sarà assente se non per gravissimi motivi. 13. I superiori che sono inviati all'esterno con i fratelli, finché resteranno fuori, avranno il potere dei prepositi e regoleranno ogni cosa secondo il loro arbitrio. E nei giorni fissati istruiranno i fratelli e, se tra loro nasce una qualche contesa, i superiori per diritto ascolteranno e giudicheranno la questione e riprenderanno il colpevole affinché, su loro ordine, facciano subito la pace con tutto il cuore. 14. Se uno dei fratelli proverà rancore contro il preposito della sua casa, o se il preposito stesso avrà qualche motivo di lamentela contro un fratello, dei fratelli di provata virtù e fedeltà dovranno ascoltarli e operare un giudizio. Se però il padre del monastero è assente o si è recato altrove, in un primo tempo lo aspetteranno. Se poi vedranno che rimane fuori troppo a lungo, allora ascolteranno il preposito e il fratello perché non accada che, sospendendo il giudizio, ne nasca una tristezza ancora più grande. Il preposito e il fratello che gli è sottomesso, come pure quelli che li ascoltano, facciano ogni cosa nel timore di Dio e non offrano occasione di discordia in cosa alcuna. 15. A proposito delle vesti. Se uno ne avrà di più rispetto a quelle prescritte, le consegnerà senza aspettare il richiamo del superiore al custode del guardaroba e non potrà entrarvi né richiederle, ma saranno a disposizione del preposito e di colui che gli è secondo. (PRECETTI E LEGGI del nostro padre Pacomio sulle sei preghiere della sera e sulla sinassi delle sei preghiere che si tiene nelle singole case).
L'essenza è dello stesso genere della natura e mostra ciò che è in sé; l'ipostasi mostra un [individuo] dell'essenza. L'essenza e l'inessenziato non sono la stessa cosa, come anche l'ipostasi e l'enipostatizzato, benché li si consideri l'uno nell'altro, sono diversi. L'inessenziato è ciò che è considerato nella natura e non esistente per sé; l'enipostatizzato è ciò che è nell'ipostasi, e non si trova in sé e per sé. Vale a dire che non è fatto di parti imperfette che concorrono in una unità, ma di perfetto e di imperfetto considerati nel loro concorso per confusione. L'ipostasi determina una persona per mezzo degli idiomi caratteristici. L'enipostatizzato mostra l'accidente che non è per sé, ma che ha l'essere in un altro c non è considerato in sé né fondato per sé, ma sempre considerato attorno all'ipostasi, come le qualità essenziali e quelle dette avventizie, le quali non sono un'essenza, né per sé, ma si trovano nell'essenza c senza di essa non hanno l'essere. Nessuna qualità, essenziale o avventizia, è un'essenza o una cosa fondata in sé, ma ogni suo carattere riguarda l'essenza, come i colori nel corpo, la scienza nell'anima; perché non si può parlare di colore senza la figura di un corpo o di scienza senza l'operazione dell'anima; così l'enipostatizzato e l'inessenziato non si concepiscono senza ipostasi o essenza. perché essi non hanno per sé l'esistenza, ma sono sempre considerati attorno all'ipostasi. Non bisogna ridurre l'enipostatizzato all'ipostasi, né riportare l'inessenziato all'essenza. Il fatto che alcuni dicano che la natura non è anipostatica è corretto da parte loro, ma mal compreso, perché il non anipostatico si riferisce a un'ipostasi ma non si identifica con l'ipostasi. Come se si dice che il corpo non è privo di forma o di colore si dice bene, ma si conclude male se si dice che il corpo è forma e colore e non che essi sono considerati nel corpo, così se si dice che la natura non è anipostatica e si identifica il non ipostatico con l'ipostasi, si giudica male. Che la natura non sia mai anipostatica non fa della natura un'ipostasi; e il non anipostatico non è considerato ipostasi poiché non vi si muta. Perché l'ipostasi è sempre una natura, e la forma un corpo. Non si potrebbe concepire un'ipostasi senza natura, né forma e colore senza un corpo. Ma la natura non è del tutto un'ipostasi. La natura possiede il logos comune dell'essere, e l'ipostasi anche quello dell'essere per sé. La natura possiede soltanto un logos di genere; l'ipostasi invece mostra l'individuo.
Del santo presbitero Clemente di Alessandria, dal libro Sulla Provvidenza. L'essenza è in Dio. Dio è un'essenza divina, eterna, senza principio, incorporea, incircoscrivibile, causa degli esseri. L'essenza è ciò che dappertutto fonda [l'essere]. La natura è verità delle realtà, loro inessenziato; secondo altri, l'origine di ciò che è venuto all'essere; secondo altri la provvidenza di Dio che dà l'essere e il come essere agli enti. Del sapientissimo Massimo Definizione dell'ipostasi Un'ipostasi composta è una essenza composta che abbraccia tutte le singole proprietà degli enti in un individuo particolare. Ciò che si considera di comune negli individui sotto uno stesso genere è ciò che caratterizza l'essenza o natura, principalmente negli individui sotto di lui, e generalmente il comune di tutti gli individui sotto un genere composto
Del santo Eulogio, papa di Alessandria , sette capitoli sulle due nature di nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. 1. Se per l'unione nostro Signore Gesù Cristo ha una sola natura dimmi: qual è quella che assume e quale quella che è assunta? E che diviene l'altra? Se esse esistono tutte e due, come può essercene una sola, se non è composta dalle due? E se è così, il Cristo non è forse di un'essenza diversa da quella del Padre, che non è composto? 2. Se non si riconosce che nostro Signore Gesù Cristo ha due nature, come è possibile parlare di una sola natura del Cristo dopo l'unione, e anche di unione? E se si confessa che il Cristo è composto da due nature, dimmi: quando il Cristo aveva due nature e quando è divenuto di una sola? 3. Il Logos di Dio è consustanziale alla carne che ha assunto o ha un'altra essenza? Ma se è consustanziale, come mai la Triade non è divenuta tetrade? E se la carne è di un'altra essenza rispetto al Logos di Dio, come può il Cristo non avere due nature? 4. Alcuni parlano di una sola natura incarnata del Logos di Dio; e io credo che voi diciate altrettanto. Ma se ciò si intende nel senso di una sola essenza di Dio e della carne, come può darsi che il creato e l'increato, l'eterno e il temporale siano la stessa cosa? Se è per il fatto che una natura ne ha un'altra o essa è «avuta» da un'altra, chi potrà dire che una e una non sono due ma una sola? 5. Se è una sola la natura del Logos di Dio e del Padre, come mai non è una sola la natura del Logos di Dio, del Padre e della carne? 6. Se il Logos di Dio e la carne non sono in niente due, come è possibile che il Logos di Dio e la carne non siano uno in tutto? E se il Logos di Dio e la carne sono uno in tutto, come è possibile che il Logos di Dio non sia carne e la carne Logos e coeterna e coessenziale con il Padre, come il Logos di Dio? Se invece il Logos e la carne non sono uno in tutto, come possono non essere due, il Logos e la carne? 7. Se è impossibile che il Logos di Dio e la carne siano uniti più del Logos di Dio e il Padre, come è possibile che il Logos di Dio unito e la carne non siano in niente due?
Sull'essenza, la natura e l'ipostasi. L'essenza è ciò che significa il comune e non circoscrivibile, cioè, [per esempio], l'uomo [in genere]. Perché chi dice questo significa la natura comune, senza circoscrivere con una parola un certo uomo, conosciuto in particolare e con un nome. Una natura è ciò che è riconosciuto in tutti quelli [individui] predicati di uno stesso genere. Un'ipostasi stabilisce e circoscrive il comune e il non circoscritto in un essere particolare, come «un tale». Un'ipostasi ha il generale e il particolare. Natura è per gli altri [i filosofi] il principio del moto e della quiete. Natura è questa esistenza in ciascuno Una natura si dice per il fatto di nascere. Una prima essenza (sostanza) è tutto ciò che esiste per sé: una pietra, per esempio. Una seconda, ciò che ha una crescita: una pianta, che cresce e perisce. Una terza è animata, sensibile: un cavallo. Una quarta, animata, sensibile, razionale: l'uomo. Perciò è venuto in ultimo, in quanto tra tutti ha un'anima immateriale e il nous, immagine di Dio. (S. Massimo il Confessore, Opuscolo 23, da “Opuscoli teologici e polemici” Dehoniana libri-Pardes edizioni).
1. A proposito delle dottrine che riguardano Dio molti, non distinguendo la sostanza comune dal concetto delle ipostasi, fanno coincidere i concetti e credono che non faccia differenza dire sostanza o ipostasi, per cui alcuni, che accolgono tali discorsi senza esaminarli, hanno deciso di affermare, come una sola sostanza, così anche una sola ipostasi, e inversamente, quelli che accettano le tre ipostasi credono che corrispondentemente si debba affermare la divisione delle sostanze secondo lo stesso numero. Per tal motivo, perché non succeda lo stesso anche a te, ti presento su questo argomento una trattazione riassuntiva. Il significato dei termini, per dirla in breve, è il seguente. 2. Di tutti i nomi, quelli che si predicano di più oggetti distinti per numero, hanno significato più generale, come, p. es., uomo. Infatti chi dice così indica col nome la natura comune e non definisce con la parola un singolo uomo, che appunto per il nome viene riconosciuto nella sua individualità. Infatti Pietro non è uomo più di Andrea, Giovanni, Giacomo. Il significato comune, che abbraccia ugualmente tutti coloro che ricadono sotto lo stesso nome, ha bisogno di una suddivisione, per cui noi riconosciamo non l’uomo in generale, ma Pietro o Giovanni. Altri nomi invece danno un’indicazione più particolare, per cui noi consideriamo con ciò che viene significato non la natura comune ma la delimitazione di una singola entità, che nulla ha in comune, nella sua individualità, con ciò che appartiene allo stesso genere, come, p. es., Paolo o Timoteo. Infatti tale parola non si estende alla natura comune, ma distinguendo dal significato generale, dà con i nomi l’indicazione di alcune entitità delimitate. Perciò se noi, assumendo sotto lo stesso riguardo due o più persone, come Paolo, Silvano, Timoteo, cerchiamo la definizione della sostanza degli uomini, non daremo una definizione della sostanza riguardo a Paolo, un’altra riguardo a Silvano e un’altra riguardo a Timoteo, ma la definizione che indicherà la sostanza di Paolo si adatterà anche agli altri, e sono fra loro consustanziali quanti sono indicati dalla stessa definizione della sostanza. Ma se, avendo appreso ciò che c’è di comune, uno si volge a considerare le proprietà individualizzanti, per le quali un’entità si distingue dall’altra, allora la definizione che indica ognuna di quelle entità non si adatterà completamente a quella che ne indica un’altra, anche se si trovano in loro alcune proprietà comuni. 3. Voglio dir questo: ciò che si predica in modo individuale è indicato dalla parola ipostasi. Infatti chi dice "uomo", per l’indeterminatezza del significato suscita in chi ascolta un’idea non definita, sì che dal nome viene definita la natura ma non indicata l’entità individuale sussistente, ch’è indicata dal suo nome particolare. Chi invece dice "Paolo" rileva, nell’entità indicata dal nome, la natura individuale sussistente. Questa è l’ipostasi: non la nozione indefinita di sostanza, che non trova alcuna stabilità per la genericità del significato comune; ma la nozione che distingue e definisce ciò che c’è di comune e indefinito in una qualche entità, mettendo in rilievo i caratteri individuali. Anche nella Scrittura questo modo di fare è usuale, oltre che in molti altri episodi, anche nella storia di Giobbe. Infatti quando il testo intraprende a parlare di lui, prima ricorda ciò che aveva di comune e lo dice "uomo", ma subito lo circoscrive con ciò che lo individualizza mediante l’aggiunta di "un certo". Così ha taciuto la descrizione della sostanza in quanto non avrebbe arrecato nulla di utile alla finalità del racconto, e invece caratterizza l’ "un certo" con le note individuali, e parlando del luogo, dei tratti distintivi del carattere e di tutto quanto Giobbe aveva ricevuto dall’esterno, lo separa e lo distingue rispetto al significato comune della parola "uomo". In tal modo la descrizione del personaggio risulta del tutto evidente dal nome, dal luogo, dai caratteri distintivi dell’anima e dagli elementi esterni che si conoscevano riguardo a lui. Se invece il testo avesse dato la definizione della sostanza, non si sarebbe fatta alcuna menzione di ciò ch’è stato detto nell’individuazione della natura. Infatti la definizione sarebbe stata la stessa che per Baldad il Sauchita, per Sophar il Mineo e per ognuna delle altre persone che vengono lì ricordate. Questo concetto della distinzione fra sostanza e ipostasi, che hai riconosciuto in ciò che riguarda noi uomini, se lo trasferirai alla dottrina che riguarda Dio non sbaglierai. Ciò che la mente ti suggerisce sul modo di essere del Padre (infatti non è possibile che l’anima si fondi su un concetto ben determinato, perché è convinta che l’idea di Dio è al di sopra di ogni concetto), questo stesso concetto tu penserai del Figlio e altrettanto dello Spirito santo. Infatti la nozione d’increato e incomprensibile è una sola e la stessa per il Padre, il Figlio e lo Spirito santo, perché non si dà che uno sia più increato e incomprensibile e l’altro lo sia meno. Poiché però bisogna avere una ben precisa distinzione nella Trinità grazie ai caratteri individuali, non assumeremo ciò che consideriamo comune o come, p. es., l’essere increato o al di là di ogni comprensione, o qualcosa del genere o per la distinzione di ciò ch’è individuale, e invece cercheremo soltanto ciò per cui il concetto di ogni singola persona possa essere distinto in modo chiaro e senza confusione da quello della divinità complessivamente considerata. 4. Mi sembra opportuno ricercare così questo concetto. Ogni bene che viene a noi dalla potenza divina è effetto della grazia che opera tutto in tutti, secondo quanto dice l’apostolo: "Tutto questo opera il solo e medesimo Spirito, dividendo a ciascuno come vuole" (1 Ep. Cor. 12, 11). Ma quando ricerchiamo se questa distribuzione di beni tocca a chi ne è degno avendo tratto origine soltanto dallo Spirito santo, ancora una volta la Scrittura c’indirizza a credere che la causa prima della distribuzione dei beni operati in noi per mezzo dello Spirito santo è il Dio Unigenito. Abbiamo appreso infatti dalla Sacra Scrittura che tutto è stato creato per mezzo di lui e sussiste in lui (Ev. Io. 1, 3; Ep. Col. 1, 17). Ma dopo che ci siamo innalzati a questo concetto, di nuovo guidati in alto come per mano dall’ispirazione divina apprendiamo che tutte le cose sono state tratte dal non essere all’essere grazie a quella potenza, ma neppure da questa senza principio, perché c’è una potenza sussistente senza essere stata generata e senza avere principio, che è causa della causa di tutti gli esseri. Infatti dal Padre deriva il Figlio per mezzo del quale sono state create tutte le cose, insieme col quale inseparabilmente noi consideriamo sempre anche lo Spirito santo. Infatti non è possibile pensare al Figlio senza essere stati prima illuminati dallo Spirito. Poiché dunque lo Spirito santo, da cui come fonte tutti i beni si diffondono sulla creazione, è connesso col Figlio insieme col quale inseparabilmente viene compreso, e d’altra parte il suo essere è collegato al Padre, che ne è la causa e dal quale anche procede, ha come segno distintivo della sua individualità secondo l’ipostasi il fatto di essere conosciuto dopo il Figlio e insieme con lui e di derivare l’essere dal Padre. Il Figlio poi, che per mezzo di sé e con sé fa conoscere lo Spirito che procede dal Padre ed è il solo che sia stato generato traendo splendore dalla luce ingenerata, nulla ha in comune col Padre o con lo Spirito santo quanto all’individualità dei caratteri distintivi, ma egli solo si fa conoscere dai segni che abbiamo detto. Infine Dio che è su tutti ha come segno distintivo della propria ipostasi l’essere Padre e il non aver derivato l’essere o lui solo o da altra causa, e per questo segno anch’egli viene conosciuto nella sua individualità. Perciò affermiamo che nella sostanza comune sono inconciliabili e incomunicabili i caratteri distintivi che rileviamo nella Trinità, grazie ai quali si mette in evidenza l’individualità delle persone che ci sono state tramandate nel deposito di fede, perché ognuna di esse viene compresa per i propri caratteri distintivi separatamente dalle altre, così che per tali segni noi troviamo ciò che separa le ipostasi una dall’altra. Di contro, per il fatto di essere infinita, incomprensibile, increata, non contenuta in un luogo e per tutti i caratteri di questo genere, non c’è alcuna differenza nella natura che dà la vita mi riferisco al Padre, Figlio, Spirito Santo , ma si rileva in loro una comunanza continua e indivisibile. E lo stesso ordine d’idee, per cui comprendiamo la magnificenza di ognuna delle entità che sono oggetto di fede nella santa Trinità, ci permette di procedere a considerare senza alcuna differenza la gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, perché non c’è alcun intervallo fra Padre, Figlio e Spirito santo, a causa del quale il pensiero si trovi a procedere nel vuoto. Nulla c’è infatti che s’inserisca in mezzo a loro: non c’è un’altra entità sussistente oltre la natura divina, tale da poterla dividere in sé stessa per l’inserzione di un elemento estraneo; e neppure un intervallo di vuoto insussistente tale da interrompere l’armonia interna della sostanza divina, disunendo il continuo con l’interposizione del vuoto. Ma chi considera il Padre, lo considera in sé stesso e insieme comprende col pensiero anche il Figlio. Chi poi pensa al Figlio, non tiene separato lo Spirito del Figlio, ma conseguentemente secondo l’ordine e unitamente secondo la natura, rappresenta in sé la fede nei tre composta in unità. Chi poi nomina soltanto lo Spirito, in questa professione comprende insieme anche colui cui lo Spirito appartiene. E poiché lo Spirito è di Cristo e deriva da Dio, come dice Paolo (Ep. Rom. 8, 9), come chi tira un capo della catena tira insieme anche l’altro capo, così chi trae a sé lo Spirito, come dice il profeta (Ps. 118, 131), per mezzo di questo tira insieme anche il Figlio e il Padre. E se uno tiene veramente il Figlio, lo terrà da ambedue le parti, traendo insieme da una parte suo Padre e dall’altra il suo Spirito. Infatti né può essere separato dal Padre colui che è sempre nel Padre né può essere mai diviso dal suo Spirito colui che opera tutto in lui. Analogamente colui che ha accolto il Padre, ha accolto insieme effettivamente anche il Figlio e lo Spirito santo. In nessun modo infatti è possibile pensare a divisione o separazione, così da considerare il Figlio separatamente dal Padre e da dividere lo Spirito dal Figlio. Invece noi ravvisiamo in loro sia comunanza sia distinzione in modo indicibile e inconcepibile, perché nè la differenza delle ipostasi interrompe la continuità della natura né la comunanza secondo la sostanza elimina l’individualità delle proprietà caratteristiche. Non meravigliarti perciò se affermiamo che la medesima realtà è insieme unita e distinta e se, come in enigma, immaginiamo una nuova e straordinaria distinzione congiunta e congiunzione distinta. Se infatti uno ascolta il nostro discorso non per gusto di discutere e calunniare, gli è possibile trovare qualcosa del genere anche nella realtà sensibile. 5. Intendete comunque le mie parole come esempio e ombra della verità, non come la verità stessa delle cose, perché non è possibile che ciò che consideriamo negli esempi si adatti perfettamente a ciò per cui facciamo uso degli esempi. Come dunque affermiamo che da ciò che appare ai nostri sensi si può dedurre insieme la distinzione e l’unità? Hai già osservato qualche volta in primavera lo splendore dell’arcobaleno nelle nubi, quell’arco dico che siamo soliti definire iride, e che gli esperti affermano formarsi talvolta quando una certa umidità si mescola con l’aria, poiché la violenza del vento espelle sotto forma di pioggia l’umidità e la spessa nuvolosità che si è formata nell’atmosfera. Sostengono che si formi così. Quando il raggio del sole, penetrando obliquamente nella parte densa e oscura dell’ammasso di nubi, imprime direttamente il suo cerchio su una nube, si ha, per così dire, una riflessione e un ritorno della luce su sé stessa, perché il fulgore è respinto in senso opposto dall’elemento umido e brillante. Poiché infatti la natura di uno scintillio luminoso è tale che esso si ripercuote all’indietro su sé stesso se viene a cadere su una superficie liscia, e risulta circolare questa figura formata dal raggio sulla parte umida e liscia dell’aria, necessariamente anche l’aria che circonda la nube a causa dello splendore luminoso viene circoscritta secondo la figura della circonferenza solare. Orbene, questa luminosità è insieme continua in sé stessa e divisa. Poiché infatti presenta molti colori e molte forme, grazie alla varietà dei colori si mescola con sé stessa in modo tale che sfugge al nostro sguardo e, senza farcene accorgere, sottrae ai nostri occhi la confluenza dei vari colori gli uni con gli altri, così che non distinguiamo la zona intermedia fra l’azzurro e il rosso, dove avviene insieme la mescolanza e la separazione di un colore dall’altro, e neppure quella fra il rosso e il purpureo o fra questo e il colore dell’ambra. Poiché infatti i riflessi luminosi di tutti i colori si mostrano tutti insieme, brillano di lontano e ci sottraggono i segni del loro congiungersi gli uni con gli altri, essi sfuggono ad un esame, così ch’è impossibile accertare fino a che punto della zona luminosa c’è il rosso o il verde, e da che punto un colore comincia a non essere più tale quale lo scorgiamo nel suo brillare di lontano. Come dunque nell’esempio riconosciamo con chiarezza le differenze dei colori ma non possiamo percepire la separazione di uno dall’altro, così considera che lo stesso ragionamento possa essere applicato alla dottrina che riguarda Dio: le proprietà delle ipostasi, come un colore di quelli che appaiono nell’arcobaleno, risplendono in ognuna delle persone che crediamo nella santa Trinità, ma quanto alla proprietà secondo natura non si può concepire alcuna differenza dell’una con l’altra, ma le proprietà distintive individuali risplendono a ciascuna nella sostanza comune. Infatti anche nell’esempio una sola è la sostanza che riflette quella luce multicolore, quella che è riflessa dal raggio del sole, ma lo splendore di ciò che appare ha molti aspetti, e così la ragione c’insegna anche per mezzo delle cose create a non farci turbare senza motivo dai discorsi che riguardano la dottrina, quando ci imbattiamo in argomenti di difficile comprensione e ci troviamo in difficoltà quanto al consenso da dare a ciò che viene detto. Come infatti per ciò che si mostra ai nostri occhi l’esperienza ci è apparsa più valida dell’esame della causa, così anche riguardo alle dottrine trascendenti più valida della comprensione razionale è la fede che c’insegna la distinzione nell’ipostasi e l’unione nella sostanza. Perciò, dato che il discorso ha rilevato ciò che è comune e ciò ch’è particolare nella santa Trinità, il concetto della comunanza si riferisce alla sostanza, mentre l’ipostasi è segno individuante di ciascuno dei tre. 6. Ma forse qualcuno penserà che il discorso che abbiamo fatto sull’ipostasi non si accorda col concetto di ciò che dice l’apostolo riferendosi al Signore: "Riflesso della sua gloria e impronta dell’ipostasi" (Ep. Hebr. 1, 3). Se infatti abbiamo ammesso che l’ipostasi è il complesso delle proprietà individuali di ciascuno e abbiamo convenuto che, come per il Padre si considera qualcosa d’individuale per cui egli solo è riconosciuto, analogamente anche per il Figlio crediamo lo stesso, come mai qui la Scrittura attribuisce il nome di ipostasi soltanto al Padre e definisce il Figlio forma dell’ipostasi, caratterizzato dalle proprietà distintive non sue ma del Padre? Se infatti l’ipostasi è segno individualizzante di ciascuna esistenza e siamo d’accordo che proprietà del Padre è di esistere senza essere stato generato, e d’altra parte il Figlio assume forma grazie alle proprietà del Padre, allora non rimarrà più caratteristica per eccellenza del solo Padre l’esser detto ingenerato, dal momento che anche l’esistenza del Figlio viene caratterizzata dalla proprietà individualizzante del Padre. 7. Ma noi affermiamo che qui il discorso dell’apostolo mira ad un altro fine, in vista del quale si è servito di queste parole ed ha parlato di riflesso della gloria e di impronta dell’ipostasi. Perciò chi lo considererà attentamente nulla troverà che vi contrasti con quanto abbiamo detto, ma che il discorso è condotto sulla base di un concetto particolare. Infatti il discorso dell’apostolo si occupa non di come le ipostasi siano distinte l’una dall’altra grazie all’evidenza dei segni caratterizzanti, bensì di come far comprendere la realtà, l’indissolubiità e l’unità della relazione del Figlio con il Padre. Infatti non ha detto: "Egli che è la gloria del Padre", pur se questa è la verità, ma ha tralasciato questo concetto come risaputo e invece, per insegnarci che la forma della gloria non è una per il Padre e un’altra per il Figlio, definisce la gloria dell’Unigenito riflesso proprio della gloria del Padre e così, con l’esempio della luce, ci dispone a considerare insieme inseparabilmente il Figlio col Padre. Come infatti la luce deriva dalla fiamma ma non esiste in un secondo momento dopo la fiamma, perché appena risplende la fiamma risplende insieme anche la luce, così l’apostolo vuole che si pensi che il Figlio deriva dal Padre, senza che l’Unigenito sia diviso dall’esistenza del Padre dall’interposizione di un intervallo, ma in modo che insieme con la causa si comprenda sempre ciò che da essa deriva. Allo stesso modo, quasi a spiegare il concetto esposto in precedenza, parla di impronta dell’ipostasi per guidarci con esempi corporei alla comprensione delle realtà invisibili. Come infatti il corpo è sempre compreso in una figura, ma una è la nozione della figura e altra quella del corpo e la definizione che si dà di una delle due entità non coincide con quella dell’altra; e tuttavia, anche se logicamente uno distingue la figura dal corpo, pure la natura non accetta la distinzione ma considera in modo unitario corpo e figura, così l’apostolo crede che si debba pensare intorno al Padre e al Figlio. In questo modo anche se la dottrina della fede insegna la differenza delle ipostasi senza confusione e con netta distinzione, però ci presenta anche, con ciò che si è detto, l’aderenza e quasi l’esistere insieme del Figlio col Padre, non nel senso che da parte sua l’Unigenito non esista in ipostasi ma perché egli non accetta nulla di intermedio nella sua unione col Padre. Così, chi consideri attentamente con gli occhi dell’anima l’impronta dell’Unigenito comprende insieme, col pensiero, anche l’ipostasi del Padre, non perché si sia cambiata o confusa insieme la proprietà individuale che rileviamo in loro, così da immaginare la nascita per il Padre e l’ingenerabiità per il Figlio, ma nel senso che non è possibile, separandoli l’uno dall’altro, considerare di per sé quello solo che resta. Infatti, quando si nomina il Figlio, non è possibile non comprendere col pensiero anche il Padre, perché il nome di figlio, con la sua relazione, significa insieme anche il padre. 8. Dato perciò che chi ha visto il Figlio vede il Padre, come dice il Signore nel Vangelo (Ev. Io. 14, 9), per questo l’apostolo definisce l’Unigenito impronta dell’ipostasi del Padre. E perché possiamo conoscere meglio il concetto, prenderemo anche le altre espressioni dell’apostolo, in cui definisce il Figlio immagine di Dio invisibile e ancora immagine della sua bontà (Ep. Col. 1, 15; Sap. 7, 26), non perché l’immagine differisca dal modello per la nozione di invisibilità e bontà, ma perché si dimostri che è la stessa cosa che il modello, anche se è altra rispetto a lui. Infatti non sussisterebbe il concetto dell’immagine se non possedesse completa evidenza e mancanza di ogni differenza. Perciò chi osserva la bellezza dell’immagine, comprende anche il modello; e chi comprende col pensiero quella ch’è, per così dire, la forma del Figlio, si rappresenta l’impronta dell’ipostasi del Padre, guardando uno per mezzo dell’altro, non perché scorga l’ingenerabilità del Padre nell’immagine (altrimenti infatti questa sarebbe perfettamente la stessa cosa e non altra rispetto al Padre), ma perché riconosce la bellezza ingenerata in quella generata. Come chi in uno specchio limpido osserva l’immagine della figura che vi si forma, ha piena conoscenza della persona che viene riprodotta, così chi conosce il Figlio, tramite la conoscenza del Figlio accoglie nel suo cuore l’impronta dell’ipostasi del Padre. Infatti tutto ciò ch’è del Padre si contempla nel Figlio e tutto ciò ch’è del Figlio è del Padre (Ev. Io. 16, 15), poiché tutto il Figlio sta nel Padre e a sua volta egli ha in sé tutto il Padre (Ev. Io. 14, 10). In tal modo l’ipostasi del Figlio diviene come forma e figura della conoscenza del Padre e l’ipostasi del Padre si fa conoscere nella forma del Figlio, anche se sussiste in essi, per la chiara distinzione delle ipostasi, la proprietà individuale che abbiamo rilevato. (S. Basilio il Grande, Lettera 38).
"Vedendo le folle il Signore salì sul monte e, sedutosi, lo raggiunsero i suoi discepoli; dischiusa la bocca li ammaestrava dicendo: Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli" (Mt 5,1). Quale discepolo del Logos, tra coloro che si sono radunati, è degno di ascendere con Lui dalla terra, dalle cavità terrestri e dai bassi pensieri, fino al monte spirituale della superiore contemplazione? Questo monte mette in fuga ogni ombra che proviene dai cumuli crescenti della malvagità; esso è circonfuso da ogni lato dal raggio della luce vera e nell'aria pura della verità permette di vedere tutto dall'alto, tutto quanto è invisibile a coloro che sono rinchiusi nella caverna. Lo stesso Logos divino, chiamando beati quelli che sono ascesi con Lui, spiega quali e quante siano le realtà che si vedono da questa altura; mostra, per esempio, con un dito, qui il regno dei cieli, là l'eredità della terra superiore; poi mostra la misericordia, la giustizia, la consolazione, l'avvenuta parentela di tutto il creato con Dio e il frutto delle persecuzioni, che è divenire familiari di Dio; il Logos mostra poi quante altre cose è a loro possibile vedere, indicando con il dito, dall'alto del monte, ciò che è scorto dalla superiore visione, attraverso la speranza. Dal momento che il Signore ascende al monte, ascoltiamo Isaia che grida: "Venite, ascendiamo al monte del Signore" (Is 35,4). Se anche ci asteniamo dal peccato, fortifichiamo, come indica la profezia, le mani abbandonate nella stanchezza e le ginocchia indebolite! se infatti saremo sulla sommità, troveremo colui che medica ogni malattia ed ogni infermità, prendendo su di sé le nostre debolezze e caricandosi delle nostre malattie. Pertanto corriamo anche noi per ascendere al monte, perché stabiliti con Isaia sulla sommità della speranza, possiamo vedere dall'alto tutti quei beni che il Logos mostra a coloro che lo seguono sulla vetta. Il Logos divino dischiuda anche per noi la bocca e ci insegni quelle verità il cui ascolto è beatitudine. Siano per noi l'inizio della contemplazione di quanto abbiamo detto, le parole iniziali del suo insegnamento. "Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli". Se un uomo, avido di ricchezze, trovasse delle lettere che indicano il luogo di un tesoro e se il luogo che contiene il tesoro richiedesse, a coloro che aspirano alle ricchezze lì sepolte, molto sudore e fatica, forse quell'uomo perderebbe coraggio di fronte alle fatiche? Forse trascurerebbe il guadagno? Stimerebbe forse più dolce della ricchezza il non dover sopportare nessuna fatica per lo sforzo? No, certamente no! Chiamerebbe, anzi, tutti i suoi amici a questa impresa e, radunato attorno a sé, da ogni parte e per quanto fosse possibile, l'aiuto necessario allo scopo, grazie al numero della manodopera farebbe suo il bene nascosto. Questo, fratelli, è quel tesoro indicato dalla lettera, ma il bene prezioso è nascosto dall'oscurità. Anche noi, dunque, che aspiriamo all'oro incorrotto, facciamo uso delle molte "mani" della preghiera, così che la ricchezza venga per noi alla luce e tutti ci dividiamo equamente il tesoro e ognuno lo possegga intero. La spartizione della virtù, infatti, è di tale natura che, pur venendo divisa tra tutti coloro che se ne contendono il possesso, in ciascuno è presente tutta intera, senza diminuire in coloro che vi partecipano. Nella spartizione della ricchezza terrena, infatti, colui che ha tratta per sé la parte più grande, commette ingiustizia verso coloro che volevano dividere in parti uguali; infatti rende più piccola la parte dei compagni, chi sovrabbonda nella sua. La ricchezza spirituale, invece, fa come il sole, che si distribuisce a tutti coloro che guardano verso di lui e rimane intero in ciascuno. Poiché dunque si spera, dopo la fatica, un guadagno uguale per ciascuno, uguale per noi tutti sia la collaborazione, attraverso la preghiera, nel richiedere ciò che cerchiamo. Sul concetto di beatitudine: indica la realtà divina che trascende ogni facoltà umana Per prima cosa, io dico, bisogna pensare attentamente alla beatitudine, cosa mai essa sia. Beatitudine è il possesso di tutte le cose che sono pensate come bene, a cui non manchi nulla di ciò che un desiderio buono può volere. Per noi potrebbe diventare più chiaro il significato di beatitudine; confrontandolo con il suo contrario. Il contrario di beato è infelice. L'infelicità è la tribolazione nelle prove penose e non volute. L'atteggiamento delle persone che si trovano in queste due situazioni è diametralmente opposto. Sicuramente, infatti, l'uomo che si stima beato, gioisce di ciò che gli è posto innanzi per il suo godimento e se ne compiace, l'uomo che si ritiene infelice, al contrario, si rattrista e si addolora della sua presente condizione. Ciò che è da ritenere veramente beato, dunque, è la divinità stessa. Qualsiasi cosa, infatti, noi stabiliamo che essa sia, la beatitudine è quella vita incorrotta, è il bene ineffabile e incomprensibile, è l'inenarrabile bellezza, è la carità stessa, è la sapienza, la potenza, la luce vera, la sorgente di ogni bontà, la potenza che sovrasta ogni cosa; è il solo amabile, è ciò che permane perennemente inalterato, è il compiacimento senza fine, letizia eterna di cui, se uno dicesse tutto ciò che può, non direbbe nulla di ciò che la sua dignità comporta. Il pensiero, infatti, non può giungere a comprendere ciò che la beatitudine è e se anche riuscissimo a pensare, riguardo ad essa, qualche cosa di ciò che è più sublime, l'oggetto del nostro pensiero non potrebbe essere comunicato con nessun discorso. Nell'uomo "immagine di Dio" si riflettono i "caratteri" della beatitudine trascendente. Cristo rivela questi caratteri oscurati dal peccato. Poiché chi plasmò l'uomo lo fece ad immagine di Dio, si dovrebbe, di conseguenza, ritenere beato ciò che è chiamato con tale denominazione per partecipazione alla vera beatitudine. Come per la bellezza fisica il bello archetipo è presente nel volto vivente e sostanziale e viene al secondo posto, per imitazione, ciò che si mostra nell'immagine, così, anche la natura umana, che è immagine della beatitudine trascendente, reca impressa in se stessa il carattere della bellezza del bene, ogni qual volta mostra in sé le impronte dei beati caratteri. Ma poiché la lordura del peccato rovinò la bellezza dell'immagine, giunse chi ci lavò con la sua acqua, acqua vivente che zampilla per la vita eterna, così che noi, deposta la vergogna del peccato, fossimo di nuovo rinnovati, secondo la forma della beatitudine. E, come nell'arte della pittura, l'intenditore potrebbe dire agli inesperti che è bella quella figura composta da certe parti del corpo: da una certa capigliatura, da certe orbite oculari, da una certa linea della sopracciglia, da una certa posizione delle guance, insomma da tutte quelle parti, una per una, per cui la bellezza della forma è completa, così anche colui che dipinge la nostra anima per imitazione dell'unica beatitudine, descrive nel discorso, una per una, le disposizioni che tendono alla beatitudine e dice, prima di tutto: "Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli". Ma che guadagno trarremo dalla munificenza, se non ci sarà chiarito il significato riposto in quelle parole? Anche nell'arte medica, infatti, molti farmaci preziosi e di difficile reperimento, rimangono inutili e sconosciuti, per coloro che non li conoscono, finché non si apprenda dalla Medicina a che cosa sia utile ciascuno di essi. La povertà di spirito è la povertà di vizi. Che cosa è dunque la povertà di spirito che permette di impadronirsi del regno dei cieli? Nella Scrittura abbiamo imparato due generi di ricchezza; una è ricercata con sollecitudine, l'altra è condannata. è ricercata la ricchezza della virtù, rigettata quella materiale terrena, poiché una è possesso dell'anima, l'altra, al contrario, è conforme all'inganno dei beni sensibili. Perciò il Signore vieta di accumulare quel tipo di tesoro che giace esposto al pasto delle tarme e all'insidia dei ladri [Mt 6,19]. Egli ordina invece di avere sollecitudine per la ricchezza di quei beni superiori che la corruzione non può intaccare. Parlando di tarme e di ladro Egli indicò colui che rovina i tesori dell'anima. Se dunque si oppongono la povertà e la ricchezza, certamente, secondo l'analogia, anche la povertà che è insegnata nella Scrittura è doppia. L'una è da rigettare, l'altra è da stimarsi beata. Colui che è povero di temperanza, o del prezioso bene della giustizia, o della sapienza, o della prudenza, o di qualsiasi altro tesoro prezioso, risulta povero e privo di beni, mendico, afflitto per la privazione e da compassionare per la povertà di beni preziosi. Colui che, al contrario, è povero volontariamente di tutto ciò che viene pensato come male e non tiene nessun tesoro diabolico custodito nei suoi magazzini, ma vivendo di spirito si guadagna, grazie ad esso, il tesoro della povertà dei vizi, questo dovrebbe trovarsi in quella povertà beata indicata dal Logos, il cui frutto è il regno dei cieli. La povertà di spirito, come umiltà d'animo, è uno degli attributi divini che l'uomo può imitare. Ma torniamo ad occuparci del tesoro, e non discostiamocene, rivelando, grazie allo scavo della parola, ciò che è nascosto. "Beati -Egli dice- i poveri di spirito". è già stato detto prima, e ora di nuovo sarà ripetuto, che lo scopo della vita secondo virtù è la somiglianza con Dio. Ma ciò che è impassibile e privo di corruzione sfugge completamente all'imitazione degli uomini. Non è possibile, infatti, che la vita immersa nelle passioni si renda simile alla natura che è impassibile. Se dunque, come dice l'Apostolo [1Tm 6,15], solo il divino è da stimarsi beato e la comunione di beatitudine avviene per gli uomini mediante la Somiglianza di Dio e, infine, l'imitazione del divino è impossibile, allora la beatitudine è irraggiungibile per l'uomo. Ma vi sono degli attributi della divinità che vengono proposti come possibili da imitare per coloro che vogliono. Quali sono dunque questi attributi? Mi sembra che per povertà di spirito il Logos intenda l'umiltà d'animo volontaria. Come modello di quest'ultima l'Apostolo ci mostra la povertà di Dio, quando dice di Lui "pur essendo ricco, si fece povero a causa nostra, perché noi diventassimo ricchi grazie alla sua povertà" [2Cor 8,9]. Considerando dunque che tutte le altre perfezioni contemplate nella natura divina oltrepassano la misura della natura umana e che l'umiltà è connaturale e congeniata a noi che camminiamo sul suolo terrestre e che siamo fatti di terra e verso la terra rifluiamo, se tu, per quanto è possibile alla tua natura, avessi imitato Dio, ti saresti rivestito tu stesso della forma della beatitudine. E nessuno creda che conquistare la perfezione dell'umiltà d'animo sia cosa semplice o priva di fatica. Al contrario, nulla di ciò che è praticato per virtù è in ugual modo faticoso. Perché? Perché mentre l'uomo che aveva ricevuto i buoni semi dormiva, il seme principale della messe contraria, che è presso il nemico della nostra vita, la zizzania della superbia, attecchiva. Il nemico, infatti, nello stesso modo e per la stessa causa per cui precipitò sulla terra, trascinò nella comune rovinosa caduta il misero genere umano e non vi è per la natura umana nessun altro male simile a quello che si generò per la superbia. Poiché dunque la passione dell'alterigia è in qualche modo naturale per quasi tutti coloro che partecipano della natura umana, il Signore inizia da qui le beatitudini. Egli raccomanda, per estirpare la superbia dalla nostra costituzione, quale male primordiale, di imitare Colui che si fece povero di sua volontà, che è l'unico veramente felice, perché noi, per quanto ci è possibile, diventiamo simili a Lui, resi somiglianti dalla scelta di farsi poveri e miriamo alla comunione della beatitudine. Sia in noi, dice l'Apostolo [Fil 2,5-7], questo sentimento che fu anche di Cristo, che pur esistendo in forma di Dio, non ritenne oggetto di rapina il suo essere uguale a Dio, ma umiliò se stesso assumendo forma di schiavo. Che cosa c'è di più umile per il re degli esseri di entrare in comunione con la povertà della nostra natura? Re dei re, signore dei signori, liberamente prese la forma della schiavitù. Il giudice di ogni cosa diviene tributario di coloro che detengono il dominio. Il signore della creazione scende in una grotta, colui che ha tutto nelle sue mani non trova posto nell'albergo, ma è esposto in una mangiatoia di animali irragionevoli. Lui che è puro e privo di commistione, accoglie la lordura della natura umana e attraversando tutta la nostra povertà, giunge fino all'esperienza della morte. Guardate qual è la misura della povertà volontaria! La vita gusta la morte; il giudice è condotto a giudizio; il signore della vita di tutti gli esseri è soggetto alla sentenza del giudice; il re di tutte le potenze sopramondane non sfugge alle mani dei carnefici. Perciò, dice l'Apostolo, volgi lo sguardo al modello e alla misura dell'umiltà d'animo. Vanità della superbia: gli invalicabili limiti della condizione terrena. Mi pare giusto, però, esaminare subito attentamente anche l'assurdità del vizio contrario, così che la beatitudine diventi per noi effettiva una volta che l'umiltà d'animo sia realizzata con completa facilità. Come infatti i medici esperti, una volta tolta la causa che origina la malattia, hanno facilmente ragione del male, così anche noi, smorzata la superbia di coloro che sono accecati dalla febbre del ragionamento, rendiamoci facilmente accessibile la via dell'umiltà d'animo. Come si potrebbe meglio mostrare la vanità dell'alterigia, da quale altro punto si potrebbe partire, se non indicando quale sia la natura umana? Colui, infatti, che volge lo sguardo a se stesso e non alle realtà che lo circondano, non dovrebbe, ragionevolmente, incorrere in questo vizio. Che cosa è dunque un uomo? Vuoi che pronunci il più solenne e il più pregevole dei discorsi? Ma anche colui che vuole ornare la nostra condizione e rendere più grande di quanto non sia la nobiltà umana, afferma che l'origine della natura dell'uomo viene dal fango; la nobiltà e la grandiosità dell'orgoglio hanno dunque la stessa natura del mattone. Se poi intendi per origine della natura umana la generazione, continua e alla portata di tutti, vattene, non proferir parola a questo proposito, non mormorare, non rivelare, come dice la Legge, la vergogna del padre e della madre, non rendere pubblico, con la parola, ciò che avrebbe bisogno di nascondimento e di profondo silenzio. E non arrossire, fantoccio di terra, cenere tra non molto, tu che trattieni in te stesso il soffio di breve durata, come quello di una bolla, tu che sei pieno di superbia e ardente di alterigia e che gonfi la mente con il tuo pensiero vano! Non vedi entrambi i confini della vita dell'uomo, come essa inizia e in che cosa termina? Ma tu ti insuperbisci nella giovinezza e guardi al fiore dell'età e ti orni della primavera degli anni perché le tue mani smaniano per la voglia di muoversi e i tuoi piedi sono leggeri nel saltare e la treccia fluttua nell'aria. La prima barba si delinea sulle guance e la tua veste fiorisce nel colore della porpora; sono ricamati per te i tessuti di seta, istoriati con scene di guerra o di fiere o con altre storie; tu guardi anche i calzari, accuratamente lucidati di nero, resi piacevoli dai disegni sui fermagli. A tutto ciò volgi lo sguardo e non guardi te stesso. L 'inganno delle passioni: la vita come "sogno"; la vita come "messa in scena". Ti mostrerò io, come in uno specchio, chi sei e quale sei. Non hai visto al cimitero i misteri della nostra natura? L'ammucchiarsi continuo delle ossa, i crani denudati delle carni, che ispirano qualche cosa di pauroso e di orrido, dagli occhi svuotati? Hai visto le bocche che digrignano i denti e il resto delle membra in balia del caso? Se hai visto questi spettacoli in essi hai contemplato te stesso. Dove sono, dunque, i segni della presente età fiorente? La bellezza fiera che lampeggia negli occhi sotto l'arcata delle sopracciglia? Dove la dritta narice che sta nel mezzo delle belle guance? Dove le chiome che scendono sul collo, le trecce che circondano le tempie? Dove le mani che tirano l'arco, i piedi che cavalcano? Dove sono la porpora, il bisso, la sopravveste, la cintura, i sandali, il cavallo, la corsa, il fremito? Dov'è tutto ciò, per cui ora cresce la tua superbia? Dov'è, in quell'ossame, ciò per cui ora ti innalzi e insuperbisci? Che sogno è mai questo, così privo di consistenza? Che fantasie oniriche sono mai? Quale ombra è così inconsistente, sfuggendo al tatto, come il sogno della gioventù che svanisce nel momento stesso in cui appare? Rivolgo queste considerazioni a coloro che in gioventù, a causa dell'incompiutezza dell'età, sono fuori di senno. Che cosa si potrebbe dire, poi, di coloro che sono ormai arrivati a quel punto in cui l'età è avanzata, la cui condotta è inquieta e in cui la malattia della superbia aumenta? Essi pongono a tale condotta malata il nome di carattere. Un'elevata posizione di comando e lo spadroneggiare grazie ad essa, sono il fondamento di tale superbia. Sono affetti da questa passione, infatti, sia coloro che sono al potere, sia coloro che si preparano ad esso e succede anche che i racconti relativi al potere, rinfocolino di nuovo la malattia già cessata. Quale parola sarà in grado di penetrare nelle loro orecchie ostruite dalla voce degli araldi? Chi persuaderà coloro che sono in questa situazione, a non ritenersi diversi da chi va in trionfo sotto un baldacchino? Anche tra loro vi sono di quelli, che pur curati nella persona, secondo l'arte degli esperti, con la veste di porpora cosparsa d'oro, pur seguendo il trionfo sotto il baldacchino, non si lasciano penetrare per nulla, per simili circostanze, dalla malattia della superbia. Essi mantengono la stessa disposizione d'animo prima e durante il corteo trionfale e non si rattristano quando scendono da cavallo e quando si spogliano della loro pompa. Coloro invece, che per la loro carica, vanno in trionfo sulla scena della vita, non considerando né il vicino passato né il prossimo futuro, scoppiano come bolle al soffio. Costoro si gonfiano nella stessa maniera di una bolla alla voce stentorea dell'araldo e si applicano la forma di un volto altrui, mutando l'espressione naturale del proprio viso in un atteggiamento grave e pauroso; escogitano una voce più terribile della propria, trasformandola in un verso feroce, per spaventare chi ascolta. Non rimangono entro i limiti umani, ma rivendicano per sé la potenza e l'autorità divina. Si credono, infatti, signori della vita e della morte perché, chi tra loro è giudice, per gli uni decide l' assoluzione, per gli altri stabilisce la condanna a morte; non considerano chi è veramente il signore della vita umana; lui solo definisce l'inizio e la fine dell'essere. Questo sarebbe perciò sufficiente a reprimere l'orgoglio: vedere molti potenti rapiti sulla stessa scena del comando, dal mezzo dei loro seggi e trasportati nelle tombe sotto cui il piano sostituisce la voce degli araldi. Come può dunque essere signore della vita altrui colui che è straniero alla propria? Costui, dunque, se è povero di spirito, volgendo lo sguardo a Colui che per noi, liberamente si è fatto povero e guardando a colui che condivide la stessa dignità di natura, non sarà arrogante verso il suo simile, ingannato dalla tragica finzione del potere, e sarà veramente felice di cambiare l'umiltà momentanea con il regno dei cieli. La povertà beata è anche la povertà materiale. Non rigettare, fratello, anche l'altro discorso, relativo alla povertà che ci avvicina alla ricchezza celeste. "Vendi tutti i tuoi beni -dice il Signore- dalli ai poveri, poi seguimi e avrai un tesoro nei cieli" [Mt 19,27]. Simile povertà, in effetti, non mi sembra in disaccordo con quella che è ritenuta beata. "Guarda tutto ciò che avevamo; abbandonatolo ti abbiamo seguito! -dice il discepolo al Signore- che cosa dunque ci sarà per noi?". Qual è la risposta? "Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli". Vuoi comprendere chi sia il povero di spirito? è colui che ha fatto il cambio del benessere materiale con la ricchezza celeste, colui che si scuote di dosso la ricchezza terrestre come un peso, per essere trasportato in alto nell'aria, come dice l'Apostolo [1Ts 4,17], elevato su una nube fino a Dio. L'oro è un bene pesante, pesante è ogni genere di materia ricercata con cura per la ricchezza. Leggera ed elevante è invece la virtù. Certo sono opposte una all'altra la pesantezza e la leggerezza. è dunque impossibile che diventi leggero colui che ha spinto se stesso nella pesantezza della materia. Se dunque è necessario salire alle cose di lassù, diventiamo poveri di ciò che trascina in basso, perché possiamo dimorare anche noi nelle regioni superiori. Quale sia il modo ce lo indica il salmo: "Egli ha dato con larghezza ai poveri, la sua giustizia rimane nei secoli dei secoli" [Sal 111,9]. Colui che spartisce i suoi beni con il povero, si stabilirà dalla parte di Colui che si fece povero per noi. Si fece povero il Signore: non aver paura neanche tu della povertà! Ma Colui che si fece povero per noi, regna su tutto il creato. Se dunque tu ti farai povero con chi si fece povero, regnerai anche tu con chi regna. "Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli"; voglia il cielo che anche noi siamo fatti degni di questo regno, in Cristo Gesù, nostro Signore, a cui è la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen. (Beatitudini: Prima orazione (San Gregorio di Nissa), beati i poveri in spirito)
La scala delle beatitudini: il principio della consequenzialità. Coloro che salgono in alto con una scala, quando calcano il primo gradino, grazie ad esso si portano su quello superiore e, di nuovo, il secondo gradino conduce al terzo colui che sale e questo al successivo e quello al gradino dopo di lui. Così anche colui che sale, sollevandosi dal luogo in cui si trova sempre più su, arriva fino al culmine della salita. Con quale mira inizio da queste considerazioni? A me pare che l'ordine delle beatitudini si disponga quasi come quello dei gradini, rendendo facilmente percorribile al discorso la salita dall'una all'altra. Colui, infatti, che è salito con la mente al primo grado della beatitudine, per una necessaria consequenzialità dei pensieri, raggiunge quello successivo, sebbene il discorso, ad un primo momento, sembri strano. "Non è possibile -dirà forse colui che ascolta- che, seguendo la disposizione dei gradini, l'eredità della terra venga dopo il regno dei cieli; se il discorso doveva seguire la natura degli esseri, era più conseguente che la terra fosse posta prima del cielo, dal momento che per noi l'ascesa è dalla terra al cielo". Ma se saremo, per così dire, sollevati in alto dalla parola divina e se ci stabiliremo nelle regioni superiori alla volta celeste, troveremo là la terra sovraceleste che è lasciata in eredità a coloro che hanno vissuto secondo virtù; non deve pertanto sembrare errato l'ordine della sequenza delle beatitudini: prima i cieli, poi la terra che ci è proposta da Dio nelle promesse. La pedagogia linguistica del Logos Tutto ciò che si manifesta ai sensi del corpo è totalmente affine al sensibile. Sebbene, infatti, il cielo sembri essere superiore per l'elevatezza del luogo, tuttavia è inferiore all'essenza intellettuale, che è impossibile raggiungere con il ragionamento, senza che questo, prima, oltrepassi con la ragione ciò che è raggiunto dai sensi. Nessuna meraviglia, dunque, se la regione superiore è chiamata con il nome di terra; infatti il Logos, che è sceso verso di noi perché a noi non era possibile elevarci fino a Lui, è disceso fino alla pochezza del nostro udito. Perciò Egli ci consegna i misteri divini con parole e nomi a noi conosciuti, facendo uso di quei suoni che la consuetudine della vita umana comprende. Nella promessa precedente a questa, infatti, chiamò quell'indicibile beatitudine celeste "regno". Intendeva, dunque, qualche cosa di simile a ciò che comporta il regno terreno? Dei diademi circonfusi dello splendore delle pietre? Vesti splendenti di porpora che mandano dolci riflessi agli occhi bramosi? Intendeva forse vestiboli, tendaggi, troni sublimi, dorifori ed ogni altro spettacolo di questo genere, tragica rappresentazione, sulla scena della vita, di coloro che esaltano il fasto del potere più del dovuto con simili spettacoli? Ma poiché il nome di regno è qualche cosa di grande e superiore a tutte le aspirazioni degli uomini durante la vita, Egli fece uso, per questo, di tale nome per indicare i beni superiori; nello stesso modo, se ci fosse stata per gli uomini un'altra realtà, superiore al regno, certamente Egli avrebbe elevato l'anima dell'uditore al desiderio dell'indicibile felicità con il nome di quella. Non era possibile, infatti, che con nomi propri fossero rivelati agli uomini quei beni che trascendono la sensazione e la conoscenza umana. Infatti dice l'Apostolo: "Occhio non vide e orecchio non udì, né entrò in un cuore di uomo" [1Cor 2,9]. Ma perché la beatitudine sperata non sfugga alla nostra mira, ascoltiamo quanto ci vien detto su questi beni ineffabili, così, come è possibile alla miseria della nostra natura. L'omonimia, pertanto, non trascini di nuovo la tua ragione dalla terra sopra i cieli a quella di quaggiù, ma, se sei stato elevato dal Logos con la beatitudine precedente e sei entrato nella speranza celeste ricerca con me quale sia quella terra che è eredità non di tutti, ma solo di quelli giudicati degni di quella promessa per la mansuetudine della vita. Il grande Davide, che la Sacra Scrittura testimonia essere stato, tra i suoi contemporanei, mansueto e paziente, credo avesse previsto questa terra per ispirazione dello Spirito e che già possedesse per fede quanto sperava, quando diceva: "Credo di vedere i beni del Signore nella terra dei viventi" [Sal 26,13]. Io dico che il profeta non ha chiamato terra dei viventi questa, che produce tutto ciò che è mortale e di nuovo disgrega tutto ciò che da essa si genera; egli sapeva che terra dei viventi è quella in cui la morte non ha accesso, in cui la via dei peccatori non è battuta, su cui non si mostra traccia di vizio, su cui il seminatore di zizzania non traccia il solco con l'aratro della malvagità; è la terra che non produce punte e spine; in essa vi è l'acqua del riposo, il luogo verdeggiante, la fonte divisa in quattro rivi, la vite coltivata dal Dio dell'universo e quante altre cose ascoltiamo, per via di enigmi, dall'insegnamento ispirato da Dio. Se il nostro intelletto considera la terra sublime che si contempla sopra i cieli, in cui è fondata la città del Re, di cui si raccontano cose gloriose, come dice il profeta [Sal 86,3], a buon diritto non dovremmo stupirci dell'ordine consequenziale delle beatitudini. Non sarebbe conveniente, io credo, che fosse questa quaggiù la terra di benedizioni offerte alla speranza di coloro che, come dice l'Apostolo, saranno rapiti sulle nubi per l'incontro, nell'aria, con il Signore e così saranno con Lui per sempre. Che necessità hanno, ancora, della terra di quaggiù coloro la cui vita è sospesa alla speranza? Infatti "saremo rapiti sulle nubi per l'incontro con il Signore, nell'aria, e così saremo con Lui per sempre" [1Ts 4,17]. Non sempre la mitezza è virtù; carattere dinamico della virtù. Ma vediamo di quale virtù sia premio l'eredità di quella terra. "Beati i miti -dice infatti il Signore- perché erediteranno la terra". Che cos'è la mitezza? Perché il Logos chiama beata la mitezza? Non mi pare sia giusto ritenere egualmente virtù tutti quanti gli aspetti della mitezza, se si intende come suo significato l'esser placido o, unicamente, l'essere lento nelle reazioni. Nelle corse, infatti, chi va con calma non ha miglior successo di chi si affretta e nel pugilato chi ha difficoltà di movimento non sottrae la corona della vittoria al suo avversario. Anche noi corriamo per il premio della chiamata superiore. L'apostolo Paolo ci indica, simbolicamente, di accrescere la velocità della corsa quando dice "Correte così da ottenere" [1Cor 9,24]. Egli stesso, infatti, con un movimento sempre più impetuoso si spingeva in avanti, lasciandosi alle spalle il passato; egli era anche un pugile veloce ed agile: stabile sui suoi passi, con le mani ben armate, non lanciava nel vuoto, vanamente, l'arma che teneva in mano, ma assaliva l'avversario al momento opportuno, percuotendolo nel corpo. Vuoi conoscere l'arte del pugilato di Paolo? Guarda le ferite dell'antagonista, guarda le lividure del rivale, i segni di chi è stato vinto! Certamente tu non ignori il rivale che gli si contrappone attraverso la carne e che Paolo rende livido con l'arte del pugilato, lacerandolo con le unghie della continenza; il rivale le cui membra egli uccide con la fame, la sete, il freddo, la nudità e su cui getta le impronte del Signore; non ignori il nemico che egli vince nella corsa, lasciandolo dietro a sé perché i suoi occhi non siano ottenebrati, mentre quello corre avanti. Se dunque Paolo è veloce e scattante nelle gare, Davide allunga i passi nell'inseguimento dei nemici [Sal 17,17ss] e lo sposo nel Cantico è paragonato ad un capriolo per l'agilità del movimento [Ct 8,9], poiché spicca balzi sui monti e salta sulle alture (e si trovano molti simili esempi in cui vale di più la velocità del movimento della mitezza), in che senso, qui, il Logos, quasi in forma di precetto, chiama beata la mitezza? "Beati i miti -Egli dice infatti- perché erediteranno la terra". Quella terra, certamente, che è feconda di bei frutti, su cui ondeggiano le fronde dell'albero della vita, che è irrigata dalle fonti delle grazie spirituali, su cui germina la vera vite, il cui agricoltore, noi udiamo, è il Padre del Signore. Ma sembra che il Logos ci insegni tale sapienza: grande è la prontezza verso il vizio e la natura inclina al peggio. Come avviene per i corpi: la pesantezza li fa rimanere del tutto immobili rispetto a ciò che è in alto, ma se vengono fatti cadere a capofitto da una altura superiore, precipitano in basso con tale stridore, poiché il loro peso accresce il loro moto, che la velocità acquistata supera la possibilità di descrizione a parole. Poiché in questi casi la prontezza è pericolosa, dovrebbe essere stimato beato ciò che è pensato nella disposizione contraria rispetto ad essa. E questa è la mitezza che è l'atteggiamento tardo e lento rispetto agli impulsi della natura. Come il fuoco, che ha una natura che si muove sempre verso l'alto, è immobile verso la direzione contraria, nello stesso modo la virtù, che è pronta e veloce verso le realtà superiori non diminuendo mai di velocità, si arresta di fronte all'impulso contrario. Poiché dunque, secondo la nostra natura, la velocità nei vizi sovrabbonda, giustamente è chiamata beata la lentezza nei loro confronti. Infatti la quiete nei confronti dei vizi è testimonianza di movimento verso ciò che è superiore. Per rendere chiaro il discorso sarebbe meglio fare degli esempi tratti dalla vita. Il movimento della libera scelta di ciascuno ha una doppia direzione: secondo il suo arbitrio si dirige verso ciò che gli sembra opportuno, di qui la saggezza, di là dissennatezza. Ora ciò che si dice, in particolare, dell'aspetto, questo si intenda anche, in generale. La condotta dell'uomo, infatti, si scinde compIetamente negli impulsi contrari: l'irascibilità si oppone alla mitezza, l'orgoglio alla moderatezza, l'invidia alla benevolenza, la disposizione amorevole e pacificante alla malevolenza. All'uomo è impossibile l'apátheia: la mitezza come misura delle passioni. Poiché dunque la vita dell'uomo è materiale, le passioni riguardano le cose materiali e ognuna di esse ha un veloce ed irrefrenabile impulso alla pienezza del piacere (la materia, infatti, è pesante e trascina in basso) per questo il Signore non chiama beati coloro che vivono raccolti in se stessi, estranei alle passioni (non è infatti possibile, durante un'esistenza materiale, condurre perfettamente una vita completamente immateriale e impassibile), ma dichiara che la mitezza è il limite della virtù accettabile nella vita della carne ed afferma che è sufficiente per la beatitudine l'essere mite. Egli, infatti, non prescrive assolutamente alla natura umana l'impassibilità. Non è degno di un giusto legislatore, infatti, ordinare quanto è impossibile alla natura. è come se uno volesse trasferire in una vita aerea quanto vive d'acqua o, di nuovo, trasferire nell'acqua quanto vive di aria. Conviene, invece, che la legge sia proporzionata alla potenza corrispondente e sia secondo natura. Per questo la beatitudine non esorta ad esser privi di passioni ma esorta alla misura ed alla mitezza. Il primo caso, infatti, è possibile solo fuori della natura, il secondo, invece, è realizzabile tramite la virtù. Se dunque la beatitudine stabilisse la completa immobilità nei confronti del desiderio, vana ed inutile per la vita sarebbe la benedizione. Chi, infatti, potrebbe raggiungere tale meta, essendo un'unione di carne e sangue? Ora, Egli non dice che è condannato colui che ha desiderato in qualche circostanza, ma colui che si è attirato la passione con premeditazione. Il fatto che nascano talvolta simili impulsi è predisposto, spesso, dalla debolezza a cui è mischiata la natura e non è intenzionale. Non lasciarsi trascinare dall'impeto della passione come in un torrente, ma rimanere in piedi, coraggiosamente, di fronte ad essa e respingere con i ragionamenti la passione, questa è opera di virtù! Beati dunque coloro che non sono facili ai movimenti passionali dell'anima, ma sono mantenuti calmi dalla ragione; in essi, il ragionamento, tenendo a freno come una briglia gli impulsi, non lascia che l'anima sia trascinata nel disordine. Si potrebbero notare, nella passione dell'iracondia, degli aspetti così negativi da farci considerare ancor meglio quanto sia beata la mitezza. Infatti, non appena una parola, un'azione o il sospetto di cose più spiacevoli abbia sollevato una simile malattia ed il cuore ribolla nel sangue, anche l'anima si drizza per la vendetta. Come i racconti mitici trasformano, per una sorta di droga, in forme di esseri irrazionali, così improvvisamente si può vedere l'uomo diventare per l'ira un porco o un cane o una pantera o un altro simile animale; l'occhio è iniettato di sangue; il capello è dritto e irsuto; la voce si fa aspra e irritata nelle parole; la lingua è intorpidita dalla passione e non risponde più agli stimoli interni; le labbra sono serrate, non articolano parole e non riescono a tener chiuso nella bocca l'umore che si è formato a causa della passione, ma espellono con le mani e i piedi ed ogni atteggiamento del corpo, poiché ciascuna delle membra è disposta dalla passione. Se dunque l'iracondo fosse ridotto in tal modo e colui che volge lo sguardo alla beatitudine riuscisse, invece, a calmare il male con sguardo fermo e voce tranquilla, come un medico cura con la sua arte chi si comporta in modo indecente a causa di una malattia mentale, non dirai tu stesso, confrontando i due, che miserabile e nauseante è il primo, ridotto ad animale e beato è il mite, che non perverte la sua dignità per il vizio del vicino. Che il Logos abbia dinanzi agli occhi soprattutto questa passione è chiaro dal fatto che ci prescrive la mitezza dopo l'umiltà. Sembra infatti che si ottenga l'una dall'altra e che il fondamento dell'umiltà sia come una madre per l'habitus della mitezza. Infatti se tu elimini l'orgoglio della condotta, la passione dell'ira non ha occasione di nascere. La tracotanza e il disonore sono la causa di simile debolezza negli iracondi. Il disonore non ha appiglio su coloro che si sono educati nell'umiltà. Se uno, infatti, avesse purificato il ragionamento dall'inganno umano e vedesse la pochezza della natura di cui partecipa, da quale principio trae origine e a quale fine si conduce l'estrema brevità di questa vita, e vedesse il sudiciume unito alla carne e la povertà della natura che non basterebbe a se stessa per il proprio sostentamento, se non supplisse alla necessità con l'abbondanza degli animali; se vedesse, costui, oltre a ciò, anche dolori, afflizioni e disgrazie ed i vari generi di mali a cui soggiace la vita umana e da cui non vi è nessuno che sia libero e immune per natura, guardando con cura queste cose, con l'occhio dell'anima purificato, non si adirerebbe facilmente per la mancanza di onori. Al contrario, riterrebbe un inganno l'onore presentatogli, per qualche ragione, dal suo vicino, poiché non c'è per noi, in natura, nulla che possa avere comunanza con l'onore, salvo l'anima, il cui onore non consiste in ciò che si cerca in questo mondo. Il vantarsi per la ricchezza, infatti, il gloriarsi per la nobiltà, il mirare alla gloria, l'apparire superiore al vicino per quelle cose di cui consistono gli onori umani, tutto ciò costituisce una distruzione dell'anima. Se l'ira non è presente, la vita trascorre calma e tranquilla. Ora, ciò non è null'altro che la mitezza, il cui fine è la beatitudine e l'eredità della terra celeste in Cristo Gesù, a cui è la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen. (Beatitudini: Seconda orazione (San Gregorio di Nissa), beati i miti perché erediteranno la terra).
Paradossalità della terza beatitudine. Non siamo ancora saliti sulla cima, ma siamo appena alle pendici del monte dei pensieri. Sebbene noi abbiamo già superato due cime, elevati attraverso le beatitudini alla beata povertà e alla mitezza, che è più in alto della povertà, il Logos ci conduce oltre verso cime più sublimi e ci mostra nelle beatitudini anche la terza, successiva altura. Noi dobbiamo correre verso questa cima, rifuggendo da ogni lentezza e dal peccato, che è sempre in agguato con i suoi allettamenti, come dice l'Apostolo [Eb 12,22], affinché, divenuti leggeri ed agili sulla vetta, ci avviciniamo, grazie all'anima, alla luce più pura della verità. Perché dunque viene detto: "Beati coloro che piangono, perché saranno consolati"? Riderà colui che ha una mentalità mondana e dileggerà il Logos. Se sono chiamati beati coloro che passano la vita in ogni sorta di disgrazie, conseguentemente saranno stimati miseri coloro che conducono un'esistenza esente da dolori e da sciagure. E così, enumerando le specie delle disgrazie, aumenterà la derisione generale, mentre costui presenta alla sguardo i mali della vedovanza, le pene dell'essere orfani, le perdite finanziarie, le sciagure navali, l'esser fatti prigionieri in guerra, le sentenze ingiuste in tribunale, l'esilio, le confische di proprietà, la perdita dell'onore. Ricorderà le disgrazie portate dalle malattie, come mutilazioni e amputazioni ed ogni sorta di deturpamento fisico. Esporrà dettagliatamente nel suo discorso, qualsiasi genere di male si presenti in questa vita agli uomini, colpisca esso il corpo o l'anima. Grazie a ciò costui mostrerà, seguendo la sua opinione, quanto siano ridicole le parole che chiamano beati coloro che piangono. Ma noi che siamo poco preoccupati di coloro che hanno una considerazione meschina e misera dei pensieri di Dio, ci occuperemo, per quanto possibile, della ricchezza profonda che giace in ciò che è stato detto, affinché sia chiaro, anche attraverso questa spiegazione, quanto è grande la differenza della mentalità carnale e mondana, da quella sublime e celeste. Beato è il pianto che segue il riconoscimento dei peccati. è facile, in un primo momento, ritenere beato quel pianto che segue gli errori ed i peccati, secondo l'insegnamento di Paolo sulla tristezza. Egli dice [2Cor 7,10] che non esiste un'unica forma di tristezza, ma una è mondana, l'altra opera secondo Dio. Il frutto della tristezza mondana è la morte; l'altra opera la salvezza negli afflitti grazie alla conversione. Un simile dolore dell'anima non può essere considerato estraneo all'essenza stessa della beatitudine, dal momento che l'anima, avvertito il deterioramento, deplora la vita passata nel vizio. E come nelle malattie fisiche in cui una qualche parte del corpo sia diventata inerte per un danno ricevuto: l'assenza di dolore è segno che la parte è morta, ma se, grazie ad una particolare cura medica, la sensibilità vitale è restituita di nuovo al corpo, sia il paziente, che prova pena, sia i dottori, che gli somministrano la cura, gioiscono della parte che già torna a provar dolore, ritenendo un ottimo argomento di guarigione, del mutarsi, cioè, della malattia in salute, il fatto che la parte torna ad avvertire ciò che le provoca sensazioni dolorose Così, come dice l'Apostolo, alcuni, dopo aver consegnato se stessi ad una vita di peccato senza più dolersene, divenuti come morti ed inerti nei confronti della vita virtuosa, non si rendono per nulla conto di ciò che fanno; se però una parola medicamentosa avesse presa su di loro, curandoli con dei rimedi come medicamenti brucianti e bollenti (parlo delle cupe minacce del giudizio futuro) e sconvolgesse il loro cuore profondamente con la paura di ciò che li attende (paura della geenna, del fuoco inestinguibile, del verme che non muore, dello stridore di denti, del pianto perpetuo e delle tenebre esteriori) e strofinando su di loro, che sono intorpiditi dai piaceri, ogni genere di medicamento, come i farmaci amari e bollenti, li riconducesse a rendersi conto della vita in cui si trovano, questa parola li renderebbe beati avendo procurato alla loro anima quella dolorosa sensazione. Nello stesso modo anche Paolo fustiga con la parola colui che ha violato il letto nuziale del padre, fino a quando non prende coscienza del suo peccato. Dopo che la medicina della correzione ha penetrato quell'uomo, egli inizia a consolarlo, come se fosse già divenuto beato per il pianto, "perché -egli dice- non venga assorbito da un dolore troppo forte" [2Cor 2,7]. Anche questa riflessione, relativa alla considerazione propostaci dalla beatitudine, che passa, in un certo qual modo, attraverso la sovrabbondanza del peccato della natura umana, non ci sia inutile per una vita da condurre secondo virtù; ci è stato ora mostrato il pianto della conversione come rimedio. Il pianto beato come nostalgia dell'origine. Ma a me sembra che il Logos voglia significare qualche cosa di più profondo di ciò che è stato ora detto sulla durevole efficacia del pianto, consigliandoci di pensare qualche cosa d'altro a questo riguardo. Se infatti ci volesse indicare solo il pentimento dell'errore, sarebbe più conseguente chiamare beati coloro che hanno pianto, non coloro che piangono sempre. Come, nel paragone con la vita passata nella malattia, secondo l'esempio precedente, chiamiamo beati coloro che sono stati curati, non coloro che vengono curati sempre: il durare della cura, infatti, è segno del persistere dell'infermità. Anche per un'altra ragione a me sembra giusto non rimanere ancorati a quell'unica considerazione, come se il Logos avesse attribuito la beatitudine solo a coloro che piangono per i peccati. Troveremo, infatti, molti uomini che hanno condotto una vita irreprensibile e la cui virtù, secondo la testimonianza della stessa voce divina, fu lodevole in ogni cosa. Quale avidità troviamo in Giovanni, quale idolatria in Elia? Che peccato, piccolo o grande, la storia riconosce nella loro vita? E che dunque? Forse il Logos riterrà estranei alla beatitudine coloro che fin da principio non si sono ammalati e non sono ricorsi all'efficacia di quel rimedio (intendo il pianto della conversione)? Non sarebbe assurdo credere che simili uomini siano da respingere dalla beatitudine divina perché non peccarono e non curarono il loro peccato con il pianto? O forse sarà più pregevole peccare piuttosto che vivere senza peccato, se solo a coloro che si convertono viene attribuita la grazia del Consolatore? "Beati coloro che piangono -Egli dice infatti- perché saranno consolati". Seguendo, dunque, per quanto è possibile, Colui che fa salire alle vette più alte, come dice il profeta Abacuc, mettiamoci di nuovo alla ricerca del significato delle parole dette, affinché impariamo a quale tipo di pianto viene offerta la consolazione dello Spirito Santo. Vedremo prima di tutto, una buona volta, che cosa sia nella vita umana il pianto e per quale ragione si verifichi. è chiaro per tutti che il pianto è una cupa disposizione dell'anima, che si verifica per una privazione di ciò che risulta desiderato. Tale disposizione non trova spazio in coloro che trascorrono una vita lieta. Prendiamo per esempio un uomo fortunato nella vita a cui tutto va secondo corrente, dolcemente: egli si allieta della sposa, gode dei suoi figli, è fortificato dall'aiuto dei suoi parenti; è rispettato nel foro e stimato dai potenti; è terribile per gli avversari e non disprezza quelli a lui soggetti; è disponibile con gli amici, ricco, piacevole, affabile, privo di dolori, con un fisico vigoroso: egli ha tutto quanto sembra essere apprezzato in questo mondo. Un uomo tale esulta di gioia per ciascuna delle cose che gli offre il presente. Se però lo colpisce un mutamento di questa prosperità (una separazione da chi è a lui più caro o una perdita di proprietà o un danno alla salute arrecato da una qualche disgrazia), allora, con il venir meno di ciò che lo allieta, nascerebbe la disposizione contraria che prima abbiamo chiamato pianto. E dunque vero il discorso fatto prima a questo proposito, cioè che il pianto è la sensazione dolorosa per la privazione di quello che piace. Se abbiamo compreso che cosa sia il pianto dell'uomo, ciò che è chiaro sia guida a ciò che non è ancora conosciuto, perché diventi manifesto che cos'è il pianto che è chiamato beato a cui consegue la consolazione. Se infatti in questo mondo la causa del pianto è la privazione dei beni che ci appartengono, nessuno si dovrebbe lamentare della perdita di un bene sconosciuto. Conviene prima conoscere quale sia, una volta per tutte, veramente, questo bene, in seguito conviene considerare la natura umana. Così infatti accadrà che conseguiremo cosa sia il pianto chiamato beato. Prendiamo ad esempio coloro che vivono in un luogo tenebroso: c'è chi è stato partorito nella tenebra e chi, invece, abituato a godere della luce esterna, è recluso in seguito ad una violenza; la disgrazia presente non ha colpito entrambi nello stesso modo. Uno, infatti, conoscendo ciò di cui è stato privato, ritiene grave la perdita della luce, l'altro, invece, non conoscendo del tutto tale dono, continua a vivere senza affliggersi, poiché, allevato nelle tenebre, ritiene di non essere privato di nessun bene. Perciò il desiderio di godere della luce condurrà l'uno ad escogitare ogni stratagemma per vedere di nuovo ciò di cui è stato privato con la violenza; l'altro, invece, invecchierà vivendo nelle tenebre, poiché ignora il meglio, giudicando buona per sé la situazione presente. Così è anche nella considerazione proposta. Colui che ha potuto contemplare il vero bene e poi ha preso coscienza della povertà della natura umana, riterrà la sua anima completamente sventurata, perché la vita presente non trascorre in quel bene. A me, dunque, sembra che il Logos chiami beato non il dolore ma la conoscenza del bene a cui sopraggiunge l'affezione del dolore, perché nella vita non è presente ciò che si cerca. Il bene di cui siamo stati privati trascende le nostre facoltà è conseguente, dunque, ricercare quale sia mai quel bene da cui la tenebrosa caverna della natura umana in questa vita non è illuminata. Il nostro desiderio non volge forse lo sguardo verso ciò che è indeterminabile e incomprensibile? Quale dei nostri ragionamenti è in grado di investigare la natura di ciò che cerchiamo? Quale significato di nomi o parole può darci un'idea adeguata alla luce superiore? Come chiamerò ciò che non può essere contemplato? Come esporrò ciò che è immateriale? Come mostrerò ciò che sfugge alla vista? Come comprenderò ciò che non ha grandezza, quantità, qualità, ciò che sfugge ad ogni raffigurazione? Ciò che non si trova in nessun punto dello spazio e del tempo? Ciò che non rientra in nessun confine e sfugge ad ogni tentativo di limitazione da parte dell'immaginazione? Ciò la cui opera è vita, ed è la sostanza di tutto ciò che è pensato come bene? Ciò in relazione a cui la contemplazione del pensiero coglie i concetti ed i nomi più elevati? Divinità, regno, potenza, eternità, incorruttibilità, letizia ed esultanza e qualsiasi concetto o parola elevata. In che modo, dunque, e con quali ragionamenti può offrirsi alla vista ciò che viene contemplato senza essere visto, che dona l'essere a tutti gli enti, che, essendo lui stesso ciò che sempre è, non ha bisogno di divenire? Ma perché il nostro discorso non si sforzi invano, tendendo verso quelle realtà che sono incomprensibili, cessiamo di investigare sulla natura dei beni superiori, dal momento che è impossibile che tale realtà giunga alla nostra comprensione; dalla nostra ricerca abbiamo guadagnato solo tanto quanto è possibile dedurre dal fatto stesso di non poter vedere ciò che cerchiamo: farsi un'idea della grandezza delle realtà che sono oggetto della nostra ricerca. Quanto più crediamo che il bene è, per sua natura, superiore alla nostra conoscenza, tanto più cresce in noi il pianto, perché il bene da cui per sorte siamo separati, è di natura così elevata e grande, che non possiamo contenere neppure la sua conoscenza. La condizione originaria dell'uomo e le conseguenze del peccato originale. Di questo bene, che supera ogni facoltà di comprensione, noi eravamo una volta partecipi. La partecipazione a quel bene che supera ogni pensiero era tale nella nostra natura, che l'essere umano, formato ad immagine del prototipo, secondo una perfetta somiglianza, sembrava essere un secondo bene. Tutti quegli aspetti che noi ora contempliamo a livello congetturale, relativamente a quel bene, riguardavano anche l'uomo in una condizione di incorruttibilità e di beatitudine: l'esser padroni di se stessi e non essere soggetti alla signoria di nessun altro; una vita libera dai dolori e dagli affanni e trascorsa nei luoghi più divini; l'uomo godeva anche di una contemplazione del bene pura e spoglia di ogni velo. Tutto questo, in poche parole, ci indica enigmaticamente il racconto della creazione, quando dice che l'uomo è creato ad immagine di Dio, vive in paradiso e si nutre di ciò che cresce in quel luogo. Vita e conoscenza, poi, e le realtà simili, sono frutto di quelle piante. Se dunque tutto questo ci apparteneva, come potrebbe non dolersi della disgrazia chi confronti, contrapponendole nel paragone, la presente miseria con la beatitudine di allora? Ciò che era stato esaltato è stato abbassato; ciò che era anche fatto secondo un'immagine celeste fu ricondotto in terra; ciò che era stato destinato a regnare, fu ridotto in schiavitù; ciò che era destinato alla creazione immortale, fu corrotto dalla morte; ciò che trascorreva la vita nella delizia del paradiso, fu trasferito in questo luogo di malattie e di fatiche; ciò che si nutriva di impassibilità ha preso in cambio la vita soggetta alle passioni e caduca; ciò che era libero da servaggio e padrone di sé, ora è tiranneggiato da tanti e tanti mali che non è neppure possibile contare il numero dei tiranni. Ciascuna delle passioni che si agita in noi, infatti, qualora abbia preso il sopravvento, diventa padrona di chi ha reso schiavo. Impossessatasi, infatti, dell'acropoli dell'anima, come un tiranno, la passione maltratta chi le è assoggettato tramite gli stessi sudditi, facendo uso dei nostri ragionamenti come dei servi, per ciò che le pare; così l'ira, la paura, l'ignavia, l'audacia, la passione del dolore e del piacere, l'odio, la vendetta, la mancanza di pietà, la rudezza, l'invidia, l'adulazione, la memoria delle offese e l'indolenza e tutte le passioni che pensiamo contrapposte in noi, sono l'enumerazione dei tiranni e dei padroni che asserviscono l'anima al proprio potere come un prigioniero di guerra. Se poi si considerassero le disgrazie che colpiscono il corpo, quelle che sono intrecciate ed unite alla nostra natura (intendo tutte le specie di malattie di cui il genere umano non aveva esperienza in origine) le nostre lacrime aumenterebbero in gran misura, considerando, nel confronto, i dolori contro i beni, dopo aver opposto i mali alle realtà migliori. Colui che chiama beato il pianto sembra dunque dare questo ineffabile insegnamento: l'anima volga lo sguardo verso il vero bene e non si immerga nell'inganno della vita presente. Non è possibile, infatti, vivere senza lacrime per chi consideri attentamente la realtà e non ritenere immerso nei dolori colui che è sprofondato nei piaceri della vita. La stessa cosa è possibile osservare negli animali; la costituzione della loro natura è degna di pietà (che cosa c'è, infatti, di più penoso della privazione della ragione?); essi non hanno nessuna coscienza della loro sorte sventurata e conducono la vita secondo un determinato piacere; il cavallo se ne va superbo; il toro si prepara alla lotta sollevando la polvere; il cinghiale rizza le setole; i cagnolini giocano; i vitelli saltano qui e là ed è possibile vedere ciascuno degli animali manifestare il piacere attraverso segni particolari; se essi avessero una qualche conoscenza del dono della ragione, non lascerebbero regolare la loro vana e misera vita dal piacere. Così è anche per gli uomini che non hanno alcuna conoscenza dei beni di cui la nostra natura è stata privata; questi trascorrono la vita presente nel piacere. è conseguente al trascorrere la vita presente nei piaceri il non ricercare le realtà migliori. Ma se uno non cerca non troverà ciò che tocca in sorte solo a coloro che ricercano. Il Logos chiama dunque beato il pianto, non perché lo giudichi qualche cosa di felice in se stesso, ma per ciò che segue ad esso. Necessità dell'esperienza del male Il discorso, nel suo insieme, mostra che per gli uomini è beato il pianto in relazione alla consolazione. Dice infatti il Signore: "Beati coloro che piangono" e non termina qui il discorso, ma aggiunge: "Perché essi saranno consolati". Colui che preconobbe questa verità fu, a mio parere, il grande Mosè nelle mistiche osservanze della Pasqua (o, piuttosto, fu il Logos che le predispose in lui); egli prescrisse al suo popolo pane azzimo nei giorni festivi [Es 12,8]. Per il pasto, poi, come companatico, egli stabilì le erbe amare, affinché imparassimo, attraverso simili enigmi, che non si può aver parte a quella mistica festa in altro modo, che mescolando liberamente le amarezze di questa esistenza con la vita semplice ed azzima. Anche il grande Davide, pur vedendo il culmine della fortuna umana a cui era giunto (intendo il regno), aggiunse con larghezza "erbe amare" alla sua vita, languendo nel gemito e piangendo per il prolungamento del suo soggiorno nella carne; egli, venendo meno per il desiderio di realtà più grandi, esclama: "Ahimè, perché il mio soggiorno fu prolungato?" [Sal 119,5]. Altrove, tenendo fisso lo sguardo ai tabernacoli divini, egli dice di esser venuto meno dal desiderio, giudicando molto più prezioso per sé essere tra gli ultimi là, piuttosto che primeggiare nel presente [Sal 83]. Se uno volesse conoscere in modo più profondo la potenza di questo pianto che viene chiamato beato, consideri tra sé il racconto di Lazzaro e del ricco, in cui la dottrina ci si rivela più apertamente. "Ricordati -dice Abramo al ricco- che tu hai già ricevuto la tua parte di beni durante la vita, similmente Lazzaro la sua parte di mali; perciò ora egli è consolato, tu, invece, soffri"[Lc 16,25]. E ciò risulta giusto, poiché l'assenza di volontà, o piuttosto la cattiva volontà ci ha allontanato dal disegno buono che Dio ha stabilito per l'uomo. Infatti, nonostante Dio avesse prescritto che il nostro godimento del bene fosse scevro di male e avesse proibito che si mescolasse al bene l'esperienza di ciò che è male, poiché noi, per la nostra voracità, ci riempimmo volontariamente del contrario (intendo, cioè, quando gustammo della disobbedienza alla parola di Dio), per questo la natura umana deve ora fare esperienza di entrambi, partecipare in parte al pianto e in parte alla gioia. Poiché ci sono due dimensioni dell'esistenza e la vita viene considerata in duplice modo, proprio a ciascuna delle due dimensioni, per questo vi sono anche due tipi di gioia: una in questa esistenza, l'altra in quella che è proposta alla nostra speranza. Dovremmo stimare cosa beata il riservarci per la vita eterna la parte di gioia relativa ai veri beni e portare a compimento l'onere del dolore in questa vita breve e fugace, stimando un danno non l'esser privati di qualcuno dei piaceri di questo mondo, ma l'essere sviati dalle realtà migliori per il godimento dei piaceri. Se dunque è considerata cosa beata il possedere, nei secoli infiniti, la gioia senza fine, che dura per sempre, bisogna che l'umana natura abbia gustato anche le realtà contrarie. Non è più difficile, ora, vedere il senso delle parole: "beati coloro che ora piangono": essi, infatti, saranno consolati per i secoli infiniti, la consolazione avviene mediante la partecipazione del Consolatore. Il dono della consolazione è infatti azione propria dello Spirito di cui anche noi possiamo essere resi degni, per grazia del Signore nostro Gesù Cristo, a cui è la gloria per i secoli dei secoli. Amen. (Beatitudini: Terza Orazione (San Gregorio di Nissa), Beati coloro che piangono)
La sazietà come malattia dell'anima Quelli che conoscono l'arte medica dicono che chi soffre di stomaco e non ha appetito, poiché dei succhi e delle secrezioni cattive scorrono nella parte superiore del ventre, sembra essere sempre pieno e sazio e, per questa ragione, maldisposto verso il cibo giovevole, perché il suo appetito naturale è stato rovinato da una sazietà malata. Se gli viene somministrata una cura medica, di modo che i succhi rinchiusi nella cavità dello stomaco, con una porzione lassativa siano portati via, accade che gli ritorni l'appetito per un pasto giovevole e nutriente, perché il cibo esterno non disturba più la sua natura; segno della salute ritrovata è questo prendere cibo non per necessità ma con desiderio e appetito. Che scopo ha per me questo preludio? Proseguendo in modo conseguente il Logos, che ci conduce per mano ai gradini più alti delle beatitudini, e che, secondo le parole del profeta, ha disposto i bei sentieri dell'ascesa nel nostro cuore [Sal 83,6], ci mostra, dopo le vie di cui si è parlato, anche quest'altra quarta via ascensiva: "Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati". Per questo credo che sia bello, dopo aver purificato la sazietà e la pienezza dell'anima, resuscitare in noi, per quanto è possibile, l'appetito beato di tale cibo e di tale bevanda. Non è possibile, infatti, che un uomo sia forte, senza che un cibo sufficiente sostenga la sua forza, né è possibile che si riempia senza mangiare, o che si nutra senza appetito. Poiché dunque la forza è un bene e la forza si mantiene con una sufficiente sazietà, questa poi è prodotta dal cibo e il cibarsi viene dall'appetito, quest'ultimo, che è principio e causa della nostra forza, dovrebbe esser ritenuto cosa beata per gli esseri viventi. Consideriamo il cibo sensibile: non tutti desiderano le stesse cose, ma spesso l'appetito dei commensali si distingue secondo i generi dei cibi. C'è quello a cui piacciono i cibi dolci ed un altro che ha la passione per quelli bollenti e dal sapore piccante; c'è chi prova piacere nei sapori salati e chi preferisce quelli aspri. Spesso, poi, accade che non tutti abbiano l'inclinazione al cibo che è loro giovevole; infatti, se uno è predisposto, per alcuni fattori propri della sua costituzione, ad una malattia, accresce il male con il genere di cibo sbagliato; se invece propende per i cibi che gli giovano, senza dubbio vivrà in salute grazie al cibo che gli conserva il suo buon stato. Lo stesso si dica anche del cibo dell'anima: i desideri di ciascuno non tendono alla stessa cosa. Alcuni tendono alla gloria o alla ricchezza o allo splendore mondano; il desiderio di altri è impegnato con i piaceri della tavola, altri prendono, come cibo velenoso, l'invidia. Vi sono di quelli, poi, il cui desiderio è il bello secondo natura e questo è, sempre e per tutti, ciò che non è preferibile in grazia di altro, ma è desiderabile in se stesso, rimanendo sempre uguale e non essendo mai offuscato da sazietà. Per questo il Logos non chiama beati semplicemente coloro che hanno fame, ma coloro il cui desiderio tende alla vera giustizia. La giustizia secondo i "filosofi" Cos'è dunque la giustizia? Io credo, infatti, che sia necessario, innanzi tutto, rivelare con un discorso che cosa essa sia, cosicché, manifestatosi il bello secondo giustizia, si metta in moto in noi il desiderio della bellezza di ciò che si è manifestato. Non è infatti possibile essere desiderosi di ciò che non appare e la nostra natura è come pigra e priva di slanci per ciò che non conosce, se non si fa un'idea della cosa desiderabile grazie all'udito o alla vista. Dicono, dunque, coloro che hanno investigato su questo problema, che la giustizia è un habitus che distribuisce ugualmente a ciascuno secondo il merito. Viene chiamato giusto uno che, assunta l'autorità di distribuire delle sostanze, mira all'uguaglianza e misura la largizione in base alla necessità dei partecipanti. Se uno, investito del potere di giudicare emette una sentenza non secondo simpatia o odio, ma, seguendo la natura dei fatti, punisce i colpevoli, emette una sentenza di grazia per gli innocenti e formula un giudizio secondo verità per le rimanenti controversie, anche quest'uomo è chiamato giusto. Così è anche per colui che fissa i tributi ai sudditi, qualora proporzioni il tributo alla possibilità, e, sia esso padrone di casa o governatore di una città o re di popoli, governi i sudditi con imparzialità, non lasciandosi trascinare, approfittando del suo potere, da istinti irrazionali, ma giudicando con prontezza colui che gli è soggetto, cercando di armonizzare la sua sentenza con il modo di vivere dei sudditi. Coloro che definiscono il giusto con tale disposizione, riferiscono al discorso della giustizia tutti questi comportamenti. La giustizia secondo l'intelligenza della fede Io, però, volgendo lo sguardo alla sublimità della legge divina, immagino che ci sia da pensare qualche cosa di più rispetto a ciò che è stato detto su questa giustizia. Se infatti la parola di salvezza è comune per tutta la natura umana, il trovarsi nelle situazioni suddette non è proprio di ogni uomo (a pochi, infatti, spetta il regnare, il comandare, il giudicare, il sovraintendere a beni o a qualsiasi altra amministrazione). La massa degli uomini rientra nel numero dei sudditi e dei soggetti ad amministrazione. Come si potrebbe dimostrare che la vera giustizia è quella che non riguarda tutti nello stesso modo per natura? Se infatti, stando ai discorsi dei sapienti pagani, lo scopo della giustizia è l'uguaglianza e se, d'altra parte, l'eccellenza della posizione implica disuguaglianza, non è possibile credere che il discorso prima esposto sulla giustizia sia vero, poiché viene immediatamente confutato dalla disuguaglianza della vita. Qual è dunque la giustizia che riguarda tutti e il cui desiderio si offre ugualmente a tutti coloro che hanno lo sguardo rivolto alla mensa evangelica? Che uno sia ricco o povero, che serva o sia signore, che sia nobile di nascita o schiavo, nessuna condizione né aggiunge né toglie nulla al discorso della giustizia. Se, infatti, simile giustizia si trovasse solo in colui che ha raggiunto una certa potenza o eccellenza, come potrebbe essere giusto quel Lazzaro, gettato alle soglie della casa del ricco, che non aveva nessuna carica, nessuna potenza o casa o mensa o qualcun altro di quegli apparati che servono alla vita, attraverso cui è possibile che operi tale giustizia? Se dunque la giustizia consiste nel comandare o nel distribuire o nell'amministrare qualche cosa, colui che non si trova in queste situazioni è del tutto escluso dalla giustizia. Come dunque potrebbe essere stimato degno del riposo colui che non ha nulla di ciò attraverso cui si caratterizza la giustizia secondo il discorso dei più? Dobbiamo perciò cercare quel genere di giustizia il cui frutto è colto da chi la desidera secondo la promessa: "Beati -dice infatti il Signore- coloro che hanno fame di giustizia, perché saranno saziati". Dannoso, per la salvezza, non è l'istinto, ma l'eccedere i limiti dell'utilità. è necessario che noi acquisiamo una grande scienza delle molte e varie cose che si offrono al nostro possesso, su cui si esercita il desiderio della natura umana, così da riuscire a distinguere, tra i cibi, ciò che nutre e ciò che nuoce, affinché ciò che sembra essere assunto dall'anima come cibo non procuri morte e rovina anziché vita. Non è inopportuno, forse, attraverso un'altra delle questioni poste dal Vangelo, chiarire il senso di ciò. Colui che condivise con noi tutto, fuorché il peccato, e che fu partecipe con noi di tutte le sofferenze, non giudicò la fame un peccato, né si rifiutò di fare esperienza di quella affezione, ma accolse l'istinto della natura che tende al nutrimento. Infatti rimase digiuno quaranta giorni, poi ebbe fame; quando volle, diede infatti alla natura l'occasione di fare il suo compito. Ma l'inventore delle tentazioni, quando si accorse che la fame era riuscita a pervadere anche il Signore, decise di eccitare l'istinto con le pietre. Questo significa pervertire il desiderio del cibo naturale in ciò che è estraneo alla natura. Dice infatti il tentatore: "Comanda che queste pietre diventino pane" [Mt 4,3]. Quale danno ha recato l'arte dell'agricoltore? Per quale ragione sono disprezzati i semi così da disprezzare il nutrimento che ne deriva? perché è misconosciuta la sapienza del Creatore, come se non nutrisse convenientemente l'umanità grazie ai semi? Se infatti la pietra appare ora più idonea come fonte di nutrimento, significa dunque che la sapienza di Dio ha fallito, dato che la provvidenza nei confronti della vita umana è manchevole. "Comanda che queste pietre diventino pane". Questo il tentatore ripete ancora oggi a coloro che sono messi alla prova dal proprio desiderio e, mentre lo dice, egli, per lo più, spinge coloro che lo guardano a fare il pane dalle pietre. Quando, infatti, l'istinto travalica i limiti necessari dell'utilità, di cos'altro potrebbe trattarsi se non di un consiglio del diavolo che, in quel passo del Vangelo abolisce il nutrimento che viene dai semi ed eccita l'istinto verso ciò che è estraneo alla natura? Si nutrono di pietre coloro che hanno posto il loro pane nell'avidità, che si sono procurati con le loro ingiustizie mense ricche e fumanti; l'apparato dei loro pranzi è una messa in scena escogitata per lo sbalordimento dei presenti, esorbitante rispetto alla necessità della vita. Che cosa c'è di comune tra la necessità della vita e l'argento che non può essere mangiato e che è accumulato in maniera tale da essere pesante e difficile da trasportare? Che cos'è la fame? Non è il desiderio di ciò di cui si ha bisogno? Quando l'efficacia del nutrimento svanisce, ciò che rimane è riempito di nuovo da una aggiunta appropriata. Il pane, infatti, o qualche cosa d'altro di mangiabile, è ciò a cui mira la natura. Se uno conduce dunque dell'oro alla bocca, anziché del pane, curerà forse il suo bisogno? Se dunque qualcuno cerca materie non commestibili in luogo del cibo, ha a che fare con le pietre, poiché una cosa cerca la natura, in un'altra è occupato lui. Dice la natura, esprimendosi esclusivamente per la sensazione della fame, che ora ha bisogno di cibo: dopo ciò bisogna introdurre di nuovo, in ricambio, nel corpo, quanta energia si è dileguata. Ma tu non ascolti la natura! Tu non gli dai, infatti, ciò che cerca, ma ti preoccupi che la tua tavola si appesantisca di argento e ricerchi i cesellatori del metallo. Osservi curiosamente la storia rappresentata dalle immagini scolpite nei vari metalli, come se fossero riportate nelle incisioni, grazie alla precisione della tecnica artistica, le passioni e i costumi degli uomini; così puoi riconoscere l'ardore dell'oplita quando solleva la spada per uccidere, la sofferenza di chi è colpito, quando, contorcendosi per la ferita mortale, sembra che gema attraverso l'immagine; inoltre guardi l'impeto del cacciatore e la ferocia della fiera e quante altre cose gli uomini vani, con simili minuziosità, amano riprodurre sui materiali destinati alle mense. La natura desiderava bere, tu, invece, prepari tripodi costosi, lavatoi, crateri, anfore ed altre migliaia di oggetti che non hanno nulla in comune con l'utilità desiderata. Non è dunque evidente che tu, operando così, dai ascolto a colui che ti consiglia di guardare la pietra: spettacoli turpi, drammi sensuali attraverso cui gli uomini si spianano la via della sequela dei vizi, alimentando il cibo della licenziosità? Questo è il consiglio che dà il nemico relativamente al cibo; questi alimenti, anziché l'uso corretto del pane, egli consiglia, volgendo lo sguardo alle pietre. Colui che distrugge le tentazioni, però, non bandì dalla natura la fame, come se fosse la causa dei mali, ma, rigettando solamente la futilità che si era introdotta per consiglio del nemico, lasciò che la natura si amministrasse entro i propri limiti. Come coloro che filtrano il vino non misconoscono la parte utile in esso, per il fatto che vi è mescolata la schiuma, ma, separando il superfluo con un filtro, non rifiutano l'uso della parte pura, così il Logos, che esamina e discerne ciò che è estraneo alla natura con una sottile ed attenta visione, non bandì la fame, considerandola principio di conservazione della nostra vita, ma filtrò e rigettò le futilità che si erano intrecciate al bisogno, quando disse di conoscere quel pane che nutre veramente: quello che grazie alla Parola di Dio si adatta alla nostra natura. Se dunque Gesù ebbe fame, si dovrebbe stimare l'aver fame cosa beata, quanto questa operi anche in noi, ad imitazione del Signore. Se dunque conosciamo ciò di cui ebbe fame il Signore, conosceremo fino in fondo la potenza della beatitudine che ci è ora proposta. L'appetito beato è il desiderio della volontà di Dio, che è la salvezza dell'uomo. Di che genere è dunque il cibo che Gesù non si vergognò di desiderare? Egli dice ai discepoli dopo il dialogo con la samaritana: "Il mio cibo è fare la volontà del Padre mio" [Gv 4,34]. è manifesta, poi, la volontà del Padre, che vuole che tutti gli uomini siano salvati e che giungano alla conoscenza della verità. Ora, se Lui desidera che noi siamo salvati e se il suo cibo è la nostra vita, noi abbiamo imparato che uso fare di questa disposizione dell'anima. Qual è dunque? Che noi abbiamo fame della nostra salvezza! Che abbiamo sete della volontà divina, che è la nostra salvezza. Come sia dunque possibile comportarci in occasione di simile fame, lo abbiamo imparato ora nella beatitudine. Chi desiderò infatti la giustizia di Dio trovò ciò che è veramente desiderabile. Egli colmò il suo desiderio non in uno soltanto dei modi in cui questo appetito può trovare compimento: non desiderò, infatti, la partecipazione alla giustizia solo come cibo; l'appetito sarebbe infatti incompleto se rimanesse in questa sola disposizione; ora Dio rese questo bene anche bevanda per indicare, attraverso la sensazione della sete, il calore e il bruciore del desiderio. Divenuti infatti, in un certo senso, aridi ed infiammati al momento della sete, prendiamo la bevanda con piacere, come cura per la nostra situazione. Poiché di un unico genere è l'appetito del cibo e della bevanda, diversa, tuttavia, è la disposizione per ciascuna di queste due sensazioni, il Logos, per prescriverci il vertice del desiderio per il bene, chiama beati coloro che provano questi due bisogni nei confronti della giustizia, la fame e la sete, come se fosse sufficiente che ciò che si desidera si armonizzasse reciprocamente con entrambi i desideri e diventasse nutrimento solido per chi ha fame e sostanza da bere per colui che con la sete si attira la grazia. "Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati". è da ritenere cosa beata, dunque, aver appetito della giustizia; ma se uno provasse la stessa affezione per la temperanza o per la sapienza o per la prudenza o per qualsiasi altra forma di virtù, questa il Logos non la stimerebbe forse beata? L'unità della virtù. Probabilmente ciò che è stato detto ha questo significato: la giustizia è solo uno degli aspetti che si pensano riferiti alla virtù. Spesso la Sacra Scrittura, per consuetudine, con la menzione della parte comprende l'intero; così fa quando interpreta la natura divina con alcuni nomi: "Io sono il Signore -dice la profezia, come se provenisse dalla persona di Dio- questo è il mio nome eterno, memoriale di generazione in generazione" [Is 42,8], e di nuovo dice altrove: "Io sono Colui che è" [Es 3,1] e altrove: "Io sono misericordioso" [Es 22,27]. La Sacra Scrittura sa chiamare Dio anche con altri innumerevoli nomi che indicano la sua sublimità e magnificenza, così, grazie ad essi, noi abbiamo imparato che quando la Sacra Scrittura ne cita uno, tacitamente, tutto l'elenco dei nomi è pronunciato insieme ad esso. Non è ammissibile, infatti, che quando Dio viene chiamato "Signore", non sia anche secondo tutti gli altri nomi; piuttosto attraverso quel nome, ognuno degli altri viene richiamato. Perciò abbiamo imparato che la parola divinamente ispirata sa comprendere, attraverso una, molte parti. Anche qui, dunque, il Logos, dicendo che la giustizia è offerta a coloro che ne hanno fame e che per questo sono detti beati, indica attraverso questa forma di virtù anche tutte le altre, così che sia stimato ugualmente beato anche colui che ha fame di prudenza, di coraggio, di temperanza e di qualsiasi altro aspetto sia compreso dal concetto stesso di virtù. Non è infatti possibile che una forma della virtù, separata dalle rimanenti, sia per se stessa la virtù perfetta. Se con essa, infatti, non fossero contemplati gli altri beni, sarebbe del tutto necessario che prendesse posto il suo contrario. E contraria alla temperanza la licenziosità, alla prudenza la sconsideratezza e per ciascuna cosa concepita come bene, ce n'è una concepita come suo contrario. Se dunque tutte le virtù non fossero contemplate insieme con la giustizia, sarebbe impossibile che ciò che resta fosse bene. Non si potrebbe dire, infatti, che la giustizia è stolta o temeraria o licenziosa o qualsiasi altro vizio. Se il discorso della giustizia esclude tutto ciò che è cattivo, essa senza dubbio comprende in sé ogni bene. Bene è, poi, tutto ciò che è secondo virtù. Dunque, in questo caso, con il nome di giustizia è indicata ogni virtù; coloro che hanno fame e sete di essa sono chiamati beati dal Logos che annuncia loro la pienezza di quanto desiderano. "Beati -Egli dice- coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati". Il "cattivo infinito": vanità del desiderio, incompiutezza del godimento. Ciò che è stato detto a me pare significhi questo: nulla di ciò per cui ci si dà da fare, in questa vita, per il piacere, soddisfa coloro che si affannano per esso, ma, come afferma in qualche passo la Sapienza enigmaticamente: "Un vaso bucato è l'occupazione nei piaceri" [cfr Prv 23,27]; attingendo sempre al piacere con ansia, coloro che si danno da fare in queste occupazioni mostrano una fatica che non trova mai pieno compimento, poiché, mentre versano sempre qualche cosa nell'abisso del desiderio, aggiungendo piacere a piacere, non saziano il desiderio. Chi sa il limite dell'avarizia che si dovrebbe realizzare quando gli avari raggiungono l'oggetto ricercato? Chi, smanioso di gloria, si acquieta nell'imbattersi in ciò che cercava? Chi ha saziato il piacere nelle musiche, negli spettacoli o nella pazzia e nella smania per il ventre e per il sesso, che risultato trae da tale godimento? Non se ne vola via, forse, proprio quando si avvicina, ogni forma di godimento alimentato dal corpo, non rimanendo in coloro che l'hanno toccato neppure per brevissimo tempo io? Impariamo dunque dal Signore questo sublime insegnamento: solo la ricerca della virtù che è in noi ha solide e reali basi. Colui, infatti, che si è comportato rettamente, secondo qualcuna delle virtù sublimi come la temperanza, la moderatezza, il timor di Dio o qualcun altro degli insegnamenti divini ed evangelici, non gode di una gioia transitoria ed instabile per ogni azione retta, ma la sua gioia è costante, permanente e si estende a tutto lo spazio della vita. Perché? Perché queste azioni è possibile compierle sempre. Non c'è un momento particolare in tutto lo spazio della vita in cui siamo sazi di compiere il bene. La temperanza, infatti, la purezza, ciò che è costante in ogni bene ed è immune dal male, è sempre in opera; finché si volga lo sguardo alla virtù si ha anche una gioia durante tutto l'operare. Per coloro che si riversano in stolti desideri, invece, anche se l'anima è completamente rivolta alla licenziosità, non è possibile un godimento continuato. Infatti la sazietà arresta il desiderio goloso del cibo, il piacere di colui che beve viene spento insieme con la sete; così è per tutte le altre cose di questo genere: hanno bisogno di un certo tempo e di un certo intervallo perché, illanguiditosi il senso di piacere e di pienezza, l'appetito di colui che gode sia eccitato di nuovo. Il possesso della virtù, invece, in coloro in cui si sia stabilito una volta per tutte con sicurezza, non è misurato dal tempo né limitato dalla sazietà, esso offre sempre a coloro che vivono secondo virtù, una esperienza dei beni che gli sono propri, sempre pura, nuova e al suo colmo. Perciò il Logos di Dio promette la pienezza a coloro che hanno fame di questi beni, una pienezza che non ottunde con la sazietà, ma riaccende l'appetito. Questo è dunque l'insegnamento datoci dal Signore mentre predicava dal sublime monte dei pensieri: il nostro desiderio non si tenga occupato in nulla di ciò che è tale da essere irraggiungibile per coloro che vi aspirano, la cui fatica risulta perciò vana e assurda; è come per coloro che inseguono il vertice della loro ombra: la loro corsa porta all'infinito, poiché sempre, velocemente, ciò che è inseguito si sottrae all'inseguitore. L'appetito si volga invece là dove lo sforzo, per chi lo compie, diviene possesso. Colui, infatti, che ha desiderato la virtù, fa del bene un proprio possesso, poiché vede in sé ciò che desiderava. Beato perciò chi ebbe fame di temperanza: sarà infatti riempito di purezza. La pienezza poi, come è stato detto, non respinge, ma rafforza l'appetito, ed entrambe le parti, pienezza e desiderio, si accrescono reciprocamente con equità. Infatti il possesso dell'oggetto desiderato tiene dietro al desiderio della virtù e, d'altra parte, il bene inesauribile, interiorizzato, ha portato gioia all'anima. La natura di questo bene, infatti, è tale che non reca dolcezza, a colui che ne gode, solo nel presente, ma offre all'anima, come frutto, la gioia in ogni momento del tempo. Infatti il ricordo di ciò che è stato vissuto rettamente, la vita presente, se è condotta virtuosamente, l'attesa della ricompensa, rallegrano l'uomo retto ed io credo che tale ricompensa, nuovamente, non consista in altro che nella virtù, che è frutto di coloro che operano rettamente e premio per le opere rette. Il cibo di cui aver fame e sete è Cristo, il Logos di Dio, che è la vera virtù. Se poi si rende necessario rivolgersi ad un discorso, per certi versi ardito, dirò che il Signore mi sembra proporre se stesso all'appetito degli ascoltatori, quando parla di virtù e giustizia. Il Signore, che divenne per noi sapienza di Dio, giustizia, santità, redenzione, ma anche pane che discende dal cielo, acqua vivente! Di che cosa confessa di aver sete Davide, offrendo a Dio questa beata sofferenza dell'anima, quando dice in un salmo: "L'anima mia ha sete di Dio, il forte, il vivente; quando giungerò e comparirò al cospetto di Dio?" [Sal 41,3]. Quel Davide, che a me sembra essere stato introdotto dalla potenza dello Spirito nelle magnifiche dottrine del Signore, predisse a se stesso la pienezza di simile appetito; dice infatti: "Nella giustizia comparirò al tuo cospetto, sarò saziato al vedere la tua gloria" [Sal 16,15]. Questa è dunque la vera virtù secondo il mio discorso: ciò che è privo di commistione con il peggio e che comprende ogni concetto relativo al meglio. E questo è lo stesso Logos Dio, la virtù che ha coperto i cieli, come spiega Abacuc [3,3], e giustamente sono stati chiamati beati coloro che hanno fame di questa giustizia di Dio. Perciò, a colui che ha gustato Dio, come dice il salmo [33,9], accade così: avendo ricevuto Dio in se stesso, diviene ripieno di ciò di cui aveva sete e fame, secondo la promessa di Colui che dice: "Io e il Padre verremo e prenderemo dimora presso di lui" [Gv 14,23], avendo già preso dimora lì, evidentemente, lo Spirito. Così a me pare che anche il grande Paolo, che aveva gustato dei frutti ineffabili del paradiso, fosse pieno di ciò che aveva gustato, pur rimanendo sempre affamato. Paolo confessa, infatti, di essere stato riempito dall'oggetto del suo desiderio, quando dice: "Vive in me Cristo" [Gal 2,20], e si protende sempre in avanti, come se fosse affamato, dicendo: "Corro non perché ho già ottenuto o sono già perfetto, ma perché possa comprendere" [Fil 3,13]. Ci sia consentito dire, ipoteticamente, secondo il nostro arbitrio, qualche cosa che non si trova in natura. Come per il cibo materiale, se nulla di ciò che è preso come nutrimento venisse rigettato, ma fosse assunto tutto intero per l'aumento della statura del corpo, i corpi si dovrebbero alzare notevolmente, perché il nutrimento giornaliero alimenta la grandezza, così quella giustizia ed ogni virtù che la segue rende sempre più alti quelli che vi partecipano, perché, mangiata alla maniera del cibo spirituale, non viene eliminata accrescendo continuamente la grandezza. Dunque, se vomitata ogni sazietà del vizio, pensiamo a quella beata fame, abbiamo fame della giustizia di Dio perché possiamo giungere alla sua pienezza, in Cristo Gesù nostro Signore, a cui è la gloria nei secoli dei secoli. Amen. (Beatitudini: Quarta Orazione (San Gregorio di Nissa), Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati)
Forse, ciò in cui fu istruito, enigmaticamente, Giacobbe con una visione, quando vide una scala che dalla terra giungeva all'altezza del cielo e Dio che stava sopra di essa [Gen 28,10ss], è qualche cosa di simile a ciò che ora anche a noi propone l'insegnamento delle beatitudini, che solleva a pensieri sempre più alti coloro che ascendono grazie ad esso. Io credo, infatti, che in quella occasione sia stata rappresentata al patriarca, sotto la forma della scala, la vita secondo virtù, perché lui stesso imparasse ed insegnasse alla sua discendenza, che essere innalzati a Dio non consiste in altro che in questo: con lo sguardo sempre fisso verso l'alto e con l'incessante desiderio delle realtà superiori, non amare la sosta nelle azioni rette già compiute, ma anzi ritenere una perdita il non toccare la realtà posta più in alto. Anche qui, dunque, l'elevatezza delle beatitudini che si sorreggono una sull'altra, ci predispone ad accostarci a Dio, il vero beato, che è stabilito al di sopra di ogni beatitudine. Certamente, come ci accostiamo al sapiente attraverso la sapienza e al puro attraverso la purezza, così anche dobbiamo assimilarci al beato attraverso le beatitudini. La beatitudine, nel senso più vero, è propria di Dio; perciò anche Giacobbe narrò che Dio poggiava sopra tale scala. La partecipazione alle beatitudini non è dunque null'altro se non comunione con la divinità, alla quale il Signore ci innalza attraverso ciò che è stato detto. A me sembra, dunque, che Egli, con il fatto di far precedere alla conseguenza l'indicazione della beatitudine, renda in un certo qual modo "dio" colui che ascolta e comprende il discorso. "Beati -Egli dice infatti- i misericordiosi, perché troveranno misericordia". Io so che in molti passi della Sacra Scrittura i santi chiamano con il nome di "misericordioso" la potenza divina. Così fa Davide negli inni, così Giona nella sua profezia, così il grande Mosè, più volte, nella Legge. Se dunque la denominazione di "misericordioso" spetta a Dio, a cos'altro ti invita il Logos se non a divenire "dio", come se tu fossi modellato secondo un attributo proprio della divinità? Se infatti Dio è chiamato "misericordioso" nella Scrittura divinamente ispirata e da stimarsi veramente beata è la divinità, dovrebbe essere evidente il pensiero conseguente: se uno, pur essendo uomo è misericordioso, egli è reso degno della beatitudine divina, essendo in lui quell'attributo con cui è designato Dio. "Misericordioso è il Signore e giusto; il nostro Dio ha misericordia" [Sal 114,5]. Come dunque può non essere cosa beata che un uomo sia chiamato con il nome con cui è appellato Dio per il suo agire, e lo diventi realmente? Ora, anche il divino apostolo invita con parole proprie ad essere zelanti per i doni più grandi; lo scopo di quest'invito, per noi, non è di persuaderci a desiderare il bene (è infatti spontaneo per la natura umana avere inclinazione per il bene), ma ci è rivolto perché non sbagliamo nel giudizio del bene. Infatti soprattutto in ciò fallisce la nostra vita: nel non poter comprendere con chiarezza che cosa sia il bene per natura e che cosa sia ciò che è supposto tale per errore. Se infatti il male si fosse presentato nella vita spoglio, senza valersi di nessuna apparenza di bene, il genere umano non avrebbe disertato a suo favore. Noi abbiamo dunque bisogno di giudizio per comprendere le parole che ci sono proposte, perché, edotti riguardo alla vera bellezza del pensiero che è contenuto in esse, ci conformiamo ad essa. Come la concezione di Dio è insita naturalmente in ogni uomo ma, rimanendo sconosciuto chi sia veramente Dio, si genera l'errore riguardo l'oggetto dei nostri pensieri (alcuni, infatti, venerano la vera divinità, contemplata nel Padre nel Figlio e nello Spirito Santo, altri, invece, andarono errando in assurde concezioni, supponendo che tale divinità fosse nel creato; perciò, la deviazione, seppur di poco, dalla verità ha aperto la strada alle empietà), così, se non comprendessimo il vero senso del concetto proposto, noi, erranti, subiremmo una perdita della verità non da poco. La misericordia come amore reciproco e "simpatia" nata dalla carità. Che cosa è dunque la misericordia e relativamente a cosa si esercita? E come può essere detto beato colui che riceve in cambio ciò che dà? Dice infatti il Signore: "beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Il senso più accessibile del contenuto del detto esorta l'uomo all'amore reciproco e alla simpatia poiché, per l'ineguaglianza e la varietà dei fatti della vita, non tutti vivono nelle stesse condizioni, né per la reputazione, né per la costituzione fisica, né per i rimanenti beni. La vita, il più delle volte, si divide in opposti: in schiavitù e in signoria, in ricchezza e povertà, in fama e disonore, in deformità fisica e in buona salute, scindendosi in tutti gli opposti di questo genere. Perché dunque fosse pareggiato ciò che è scarseggiante con ciò che abbonda e riempito ciò che è mancante con ciò che è in eccesso, fu prescritta agli uomini la misericordia per i più bisognosi. Non è possibile, infatti, sentire l'impulso a curare la disgrazia del vicino, se la misericordia non ha suscitato nell'anima simile istinto. Si pensa alla misericordia, infatti, come al contrario della durezza di cuore. Come l'uomo duro di cuore e furioso è inaccessibile per coloro che gli si avvicinano, così l'uomo compassionevole e misericordioso è come addolcito per la sua disposizione verso il bisognoso, diventando, per colui che è afflitto, ciò che il suo spirito angosciato ricerca. La misericordia è, come qualcuno potrebbe interpretare comprendendola con una definizione, una afflizione volontaria prodottasi per i mali altrui. Se poi non avessimo dimostrato pienamente il senso di quel concetto, si potrebbe forse spiegarlo più pienamente con un altro discorso. Misericordia e una disposizione di canti verso coloro che si trovano in situazioni penose. Come infatti la durezza di cuore e la ferocia traggono origine dall'odio, la misericordia è come generata dalla carità, non potendo esistere senza di lei. Se si volesse poi sviscerare in modo più penetrante la caratteristica propria della misericordia, si troverebbe che è un ardore nella disposizione di carità unita all'affezione del dolore. Infatti si ricerca con ardore la comunione dei beni con tutti in ugual modo, amici e nemici. La volontà di condividere le pene è poi caratteristica propria solo di coloro che sono dominati dalla carità. D'altra parte si è senza dubbio d'accordo nel riconoscere che la carità è la cosa più eccellente tra quante si perseguono in questa vita. La misericordia è poi ardore di carità. è dunque da ritener beato in senso proprio colui che si trova in tale disposizione d'animo, poiché è come se avesse toccato il vertice della virtù. Nessuno, poi, consideri la virtù solo nella dimensione materiale; se così fosse simile rettitudine di comportamento sarebbe possibile solo a chi ha una certa potenza a far bene, invece a me sembra più giusto vedere simile rettitudine nella scelta. Se infatti uno avesse soltanto voluto il bene, ma gli fosse stato impedito di compierlo, il non poterlo attuare non lo renderebbe per nulla inferiore, nella disposizione d'animo, a colui che ha manifestato la sua intenzione nei fatti. Se ora si è colto il senso della beatitudine, dovrebbe risultare superfluo spiegare quanto sia grande il guadagno che ne deriva alla vita, perché sono evidenti perfino ai semplici i risultati felici per la vita di questo consiglio. Se infatti, per ipotesi, ci fosse in tutti una simile disposizione d'animo verso l'inferiore, non ci sarebbe più né superiore né inferiore; la vita non si differenzierebbe più nell'opposizione dei nomi. La fame non affliggerebbe più l'uomo, né lo umilierebbe la schiavitù, né lo addolorerebbe il disonore, ma tutto sarebbe comune a tutti e un'uguaglianza di diritti e un'egual libertà di parola avrebbe cittadinanza nell'esistenza umana, poiché chi governa si porrebbe volontariamente allo stesso livello del resto dei cittadini. Se ciò accadesse non sarebbero più comprensibili dei motivi di inimicizia: resterebbe inattiva l'invidia, sarebbe morto l'odio e sarebbero esiliati il ricordo delle ingiurie, la menzogna, l'inganno, la guerra (tutti frutti del desiderio di avere di più). Una volta bandita quella disposizione di inimicizia, vengono rigettati completamente i germi della malvagità, come venissero da una malvagia radice. Alla abolizione della malvagità dovrebbe subentrare l'elenco dei beni: pace, giustizia e tutta la sequela di ciò che è pensato in relazione al meglio. Quale situazione, dunque, si potrebbe ritenere più beata del vivere così, senza più riporre la nostra sicurezza in catenacci o pietre, sicuri dell'aiuto reciproco? Come l'uomo duro di cuore e feroce si rende ostili coloro che hanno fatto esperienza della sua selvatichezza, così, al contrario, tutti noi diventiamo ben disposti verso il misericordioso, poiché naturalmente la misericordia genera carità in coloro che partecipano di essa. La misericordia, dunque, come dimostra il discorso, è madre della benevolenza, pegno di carità e legame di ogni disposizione amichevole. Che cosa potrebbe essere pensato di più saldo, in questa vita, di questa sicurezza? Perciò a buon diritto il Logos chiama beato il misericordioso, poiché beni tanto grandi si manifestano in questo nome. Ma non è sconosciuta a nessuno l'utilità per la vita di tale consiglio. La sentenza finale di Dio è speculare rispetto alla libera scelta dell'uomo. A me pare, poi, che il senso di tale passo, con la scelta del tempo futuro, sveli ineffabilmente qualche cosa di più grande di ciò che viene inteso immediatamente. "Beati i misericordiosi -dice infatti il Signore- perché troveranno misericordia", come se per i misericordiosi la ricompensa secondo misericordia fosse posta dopo. Dunque, per quanto ne siamo capaci, tralasciato questo significato facile da comprendere e scoperto con facilità dalla gran parte della gente, accingiamoci, secondo il possibile, a penetrare con il pensiero oltre il velo. "Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia". In queste parole è possibile imparare qualche cosa di più sublime anche per la dottrina: Colui che fece l'uomo a sua immagine, ripose nella natura della sua opera i principi di tutti i beni, affinché nessun bene si introducesse in noi dall'esterno, ma fosse in noi il potere di ciò che vogliamo, traendo il bene dalla nostra natura come da un forziere. Infatti impariamo, da una parte per il tutto, che non è possibile altrimenti che uno incontri ciò che desidera senza che lui stesso si faccia dono del bene; perciò una volta il Signore disse a coloro che l'ascoltavano: "Il regno di Dio è dentro di voi" [Lc 17,21] e "chiunque chiede ottiene, chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto" [Mt 6,7-8]. Così l'ottenere ciò che desideriamo, il trovare ciò che cerchiamo, l'introdurci dove desideriamo, sono in nostro potere, qualora lo vogliamo, e sono legati alla facoltà del nostro animo. Insieme con questo, conseguentemente, si stabilisce anche il pensiero contrario: anche l'inclinazione verso il peggio ha luogo senza che si eserciti nessuna necessità esterna; essa si realizza nel momento stesso in cui compiamo la scelta, venendo all'essere solo allora. Il male, in se stesso, secondo la propria sostanza, non può essere trovato da nessun'altra parte al di fuori della scelta. Da ciò si mostra chiaramente la facoltà di autogoverno e di autodeterminazione di cui il Signore della natura ha dotato gli uomini, facendo dipendere ogni cosa, sia buona, sia malvagia, dalla nostra libera scelta e si mostra anche chiaramente che il giudizio divino, facendo seguito con un'incorruttibile e giusta sentenza alle scelte fatte secondo il nostro proponimento, a ciascuno distribuisce quanto ognuno si sia trovato a procurarsi; a coloro che, come dice l'Apostolo [Eb 12,7], cercano gloria e onore con la perseveranza nelle buone opere, Dio dà la vita eterna, ma a coloro che disubbidiscono alla verità e danno credito all'ingiustizia, Dio distribuisce collera e afflizione e tutti quanti i nomi che indicano la triste retribuzione. Come gli specchi corretti mostrano l'immagine dei volti tali quali sono i volti, sereni per coloro che sono sereni, cupi per coloro che sono corrucciati (e nessuno farebbe colpa alla natura dello specchio se apparisse cupa l'immagine dell'originale caduto nell'abbattimento), così anche il giusto giudizio di Dio si conforma alle nostre disposizioni, rendendoci dal suo ricompense tali quali sono le azioni che abbiamo compiuto. "Venite -dice il Signore- benedetti" e "Andatevene maledetti" [Mt 25,34-41]. C'è qualche necessità esterna per cui quelli di destra siano chiamati con dolcezza e quelli di sinistra con tono cupo? I primi non ottennero misericordia per il loro comportamento e i secondi non resero duro contro di loro il volere divino per il comportamento duro contro i loro simili? Il ricco, che si rallegrava nel lusso, non ebbe pietà del povero che stava afflitto davanti al suo portone e perciò recise per sé la possibilità della misericordia e quando ebbe bisogno di misericordia non fu ascoltato. Questo non perché una sola goccia comporti una perdita per la grande fonte del paradiso, ma perché la goccia di misericordia non può mischiarsi con la durezza di cuore. Che c'è in comune, infatti, tra luce e tenebre? Quello che l'uomo semina raccoglierà, dice l'Apostolo [Gal 6,8], poiché chi semina nello spirito raccoglierà dallo spirito vita eterna. Io credo che la semina sia la scelta dell'uomo e la raccolta la ricompensa che segue la scelta. Fecondo è il frutto dei beni per coloro che hanno scelto simile raccolta; penosa la raccolta di spine per coloro che hanno gettato nella vita semi spinosi. è del tutto necessario, infatti, che uno raccolga la stessa cosa che ha seminato e non è possibile altrimenti. "Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia". Quale parola umana potrebbe penetrare la profondità dei pensieri contenuti in questo discorso? La misericordia più profonda è verso se stessi, privati, per il peccato, della dignità originaria. L'assolutezza e l'infinità di tali parole ci induce a ricercare qualche cosa di più di ciò che è stato detto. Il Signore, infatti, non ha aggiunto chi sono coloro verso cui è necessario che si operi la misericordia, ma disse semplicemente: "Beati i misericordiosi". Forse il Logos, attraverso le parole dette, ci orienta enigmaticamente in tal senso: il concetto di misericordia è conseguente alla sofferenza che è chiamata beata. Nella beatitudine precedente, infatti, era beato colui che aveva trascorso la vita di quaggiù nella sofferenza, in questa beatitudine a me sembra che il Logos indichi la stessa dottrina. Come noi, infatti, rimaniamo colpiti dalle disgrazie altrui, quando ad alcuni dei nostri amici accadono sventure non volute: o sono stati cacciati dalla casa paterna, o si sono salvati, privi di tutto, da un naufragio, o sono caduti nelle mani dei pirati o dei briganti, oppure sono diventati schiavi da liberi che erano, o prigionieri di guerra da benestanti; oppure coloro che fino a quel momento erano in vista in una forma di benessere per la loro vita, hanno ricevuto in cambio qualche altra disgrazia del genere. Come dunque, di fronte a simili sventure, nasce nella nostra anima una compartecipazione dolorosa, sarebbe forse molto più opportuno che avessimo la stessa disposizione riguardo a noi stessi, considerando il colpo subito dalla nostra vita contro la nostra dignità. Quando infatti consideriamo quale era la nostra splendida casa da cui siamo stati gettati fuori; come siamo caduti nelle mani dei briganti; come, sprofondando nell'abisso di questa vita, siamo stati denudati; a quali e quanti padroni ci siamo legati invece di vivere in maniera libera ed autonoma; come abbiamo spezzato la beatitudine della vita con morte e corruzione; è dunque possibile, se cogliamo questi pensieri, che la nostra anima si occupi delle sventure altrui e non si disponga a misericordia nei propri confronti, considerando ciò che aveva e da quale condizione è stata cacciata? Che cosa c'è di più miserevole di questa prigionia? Invece della delizia del paradiso abbiamo ricevuto in sorte, nella vita, questo luogo soggetto a malattie e a fatiche. In cambio di quella libertà dalle passioni, abbiamo preso in sorte innumerevoli passioni. In cambio di quel modo di vivere superiore, la vita insieme con gli angeli, siamo stati condannati ad abitare al terra insieme con le bestie. Poiché abbiamo mutato la vita angelica e libera da passioni in quella bestiale, chi potrebbe facilmente enumerare gli amari tiranni della nostra vita, padroni furenti e selvaggi? L'ira è un amaro padrone e così l'invidia; l'odio, che è la passione della superbia, è un tiranno furente e selvaggio; il ragionamento licenzioso, che assoggetta la natura a servizi legati alle passioni e alle impurità è come se deridesse degli schiavi. La tirannide dell'avidità, quale eccesso di asprezza non supera? Questa, assoggettatasi la misera anima, la costringe a soddisfare i suoi smisurati desideri, poiché è sempre bisognosa e non è mai sazia. è come una bestia policefala che invia attraverso le innumerevoli bocche il cibo allo stomaco insaziabile e questo non è per nulla soddisfatto di ciò che ha guadagnato, anzi, ciò che continuamente assume è materia che incendia il desiderio del di più. Chi dunque, considerando questa vita infelice, potrebbe rimanere duro e insensibile a tali disgrazie? Il fatto di non provare misericordia di noi stessi è dovuto all'insensibilità di fronte a questi mali; come accade ai folli a cui l'eccesso del male ha tolto anche la consapevolezza di ciò che patiscono. Se dunque uno ha conosciuto se stesso, come era una volta e come è nel presente (anche Salomone dice in qualche passo "saggi sono coloro che conoscono se stessi"), costui non cesserà mai di avere misericordia di sé e a tale disposizione dell'anima seguirà, come è verosimile, anche la misericordia di Dio. Il misericordioso è giudice di se stesso nel giudizio finale. Perciò il Signore dice: "Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia". Essi, non altri: in ciò, infatti, fornisce un chiarimento il nome, come se uno dicesse: "Cosa beata è il prendersi cura della salute fisica; colui infatti che se ne prende cura, vivrà in salute". Così chi ha misericordia è detto beato perché il frutto della misericordia è possesso proprio di chi è misericordioso, sia seguendo il discorso che abbiamo scoperto ora, sia seguendo quello precedente, ossia il mostrare compassione per le sventure altrui. In entrambi i casi, infatti, è ugualmente bene sia l'aver misericordia di sé, nel modo detto, sia il compatire le sventure dei vicini. Perciò l'equità del giudizio di Dio mostra che la libera scelta dell'uomo verso gli inferiori è in relazione alla superiore volontà, per cui, in un certo qual modo, l'uomo è giudice di se stesso esprimendo il giudizio su di sé nelle cause dei suoi sottoposti. Poiché si crede, e giustamente si crede, che tutta la natura umana sia sottoposta al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la ricompensa secondo quanto ha compiuto quando era nel corpo, sia esso bene o male (è forse audace anche dirlo) se è possibile cogliere con un ragionamento ciò che è ineffabile e invisibile, è anche già possibile comprendere la beatitudine della ricompensa per chi ottiene misericordia. Infatti la benevolenza che nasce nelle anime nei confronti di coloro che mostrano compassione, verosimilmente, rimane perenne, per tutta l'esistenza, nella vita di coloro che partecipano della benevolenza. Che cosa, dunque, è verosimile che accada al momento della resa dei conti, se il benefattore verrà riconosciuto da coloro che sono stati oggetto del beneficio? Come disporrà egli la sua anima ascoltando le voci riconoscenti che lo acclamano di fronte al Dio di tutta la creazione? Di quale altra beatitudine necessiterà, dunque, colui che è celebrato come da un araldo in così grande teatro per le ottime azioni? Infatti, insegna la parola del Vangelo [Mt 25,34ss], coloro che hanno ricevuto un beneficio, sono presenti nel giudizio del Re verso i giusti e verso i peccatori. Con entrambi egli fa uso del dimostrativo, come se indicasse con un dito l'oggetto: "Per quanto faceste ad uno di questi miei fratelli più piccoli" [Mt 25,40-45]. Il dire "questi" indica la presenza di coloro che ricevettero il beneficio. Mi dica, dunque, chi preferisce la materia inanimata delle ricchezze alla futura beatitudine: quale splendore d'oro, quale fulgore delle pietre preziose, quale ornamento di abiti è paragonabile a quel bene che la speranza suggerisce? Quando il Re della creazione abbia rivelato se stesso alla natura umana, assiso con magnificenza sul suo trono sublime; quando siano apparse intorno a Lui le innumerevoli miriadi di angeli; e ancor più quando sia di fronte agli occhi di tutti l'ineffabile regno dei cieli e, dal lato opposto, si mostrino le terribili punizioni. Ma quando, in mezzo a queste cose, tutta la natura umana, dalla prima creazione fino alla pienezza del tutto, sia sospesa tra il timore e la speranza del futuro, tremando spesso per l'esito finale di ciò che si attende da ciascuna delle due sorti; mentre coloro che hanno vissuto con una buona coscienza sono in dubbio sul futuro, qualora vedano altri trascinati dalla cattiva coscienza, come da un boia, in quelle cupe tenebre; se costui si presentasse al Giudice, confidando nelle sue opere, fra le voci di lode e di gratitudine di coloro che hanno ricevuto il beneficio, splendido nella sua fiducia, forse calcolerà che quella buona sorte sia da misurare secondo la ricchezza materiale? Forse accetterà, in cambio di quei beni, tutte le montagne, le pianure, le valli boscose e il mare tramutati in oro per lui? Prendiamo invece il caso di colui che ha scrupolosamente occultato mammona grazie a sigilli chiavistelli, porte di ferro e nascondigli sicuri, giudicando preferibile ad ogni comandamento l'ammucchiarsi per lui della materia, sotterrata in luogo segreto; se sarà trascinato giù a capofitto nel fuoco tenebroso, tutti coloro che hanno sperimentato in questa vita la sua durezza di cuore e la sua ferocia, gliela presenteranno davanti e gli diranno: "Ricordati che hai già ricevuto i tuoi beni durante la vita [Lc 16,25]; nelle fortezze della tua ricchezza chiudesti insieme anche la misericordia e lasciasti sottoterra la magnanimità; non ti desti pensiero, in questa vita, dell'amore degli uomini: ora non hai ciò che non avesti, non trovi ciò che non hai messo in serbo, non raccogli ciò che non hai diffuso, non mieti ciò che non hai seminato; la raccolta sia per te degna della tua seminagione: hai seminato amarezza, raccogline le messi; stimasti la spietatezza, hai ciò che amasti; non guardasti con simpatia, neppure ora sarai guardato con misericordia; trascurasti l'afflitto, ora, mentre perisci, sarai trascurato; fuggisti la misericordia, la misericordia fuggirà da te; provasti nausea per il povero, colui che fu povero per causa tua, proverà ora nausea di te". Se dunque fossero pronunciati questi o simili discorsi, dove andrebbero a finire l'oro, gli splendidi suppellettili, la sicurezza riposta nei tesori sigillati, i cani validi per la guardia notturna? Dove le armi predisposte contro chi insidia i tesori? Dove l'annotazione registrata sui libri? Perché tutto ciò è per il pianto e lo stridore dei denti? Chi farà risplendere le tenebre? Chi estinguerà la fiamma? Chi respingerà il verme che non ha fine? Dunque fratelli meditiamo le parole del Signore che ci insegna, in breve, cose tanto grandi relative al futuro e diventiamo misericordiosi, per divenire grazie a ciò beati in Cristo Gesù nostro Signore, a cui è la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.(Beatitudini: Quinta Orazione (San Gregorio di Nissa), Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia).
Anche la condizione della "visio Dei", la purezza, appare un obiettivo "vertiginoso" per l'uomo. Poiché il modo in cui si realizza il vedere è stato indicato prima nell'essere puri di cuore, la mia mente, di nuovo, prova le vertigini, per paura che la purezza di cuore sia forse tra le cose per noi impossibili, o che trascendono la nostra natura. Se infatti grazie ad essa si vede Dio e Mosè e Paolo non lo videro, poiché è stato affermato che né loro né altri possono vederlo, sembra qualche cosa di impossibile ciò che ora il Logos propone nella beatitudine. Che vantaggio traiamo noi dal sapere come si può vedere Dio, se alla conoscenza non si unisce la possibilità di realizzarla? Sarebbe come dire che l'esser beati consiste nel trovarsi in cielo, poiché là si vedranno cose che non si possono vedere in questa vita. Sarebbe infatti utile, per gli ascoltatori, imparare che l'essere là è fonte di beatitudine, se fosse indicato un mezzo per il passaggio in cielo. Finché sussiste l'impossibilità della salita, che vantaggio porta la conoscenza della beatitudine celeste, dal momento che procura solo la nostra afflizione, poiché abbiamo imparato di quali beni siamo stati privati per l'impossibilità della salita? Forse, dunque, il Signore ci esorta a qualche cosa che è fuori dalla portata della nostra natura e trascende la misura delle facoltà umane con la grandezza del precetto? Non è possibile! Egli, infatti, non ha ordinato di divenire volatili a coloro che per natura non hanno le ali, né di vivere nell'acqua a coloro per cui fissò una vita terrestre. Se dunque in tutti gli altri casi la legge è adatta alle possibilità di chi la riceve e non esercita nessuna costrizione forzosa sulla natura, penseremo, di conseguenza, che neppure ciò che è indicato nella beatitudine è fuori dalla speranza. Ci renderemo conto, invece, che anche Giovanni, Paolo e Mosè e qualsiasi altro come loro, non sono stati respinti da questa superiore beatitudine che consiste nel vedere Dio. Certo non sarà respinto colui che disse: "Sia su di me la corona di giustizia che mi darà il Giusto Giudice" [2Tm 4,8], né colui che reclinò il capo sul petto di Gesù [Gv 21,20], né colui che ascoltò dalla voce divina queste parole: "Ti conobbi prima di ogni altra cosa" [Es 33,17]. Se dunque non c'è dubbio che siano beati coloro che proclamano la conoscenza di Dio superiore alla nostra facoltà, se d'altra parte la beatitudine consiste nel vedere Dio e questo dipende dall'essere puri di cuore, non è dunque impossibile la purezza di cuore attraverso cui è possibile divenir beati. Come si può allora affermare che dicono la verità coloro che, seguendo Paolo, mostrano la conoscenza di Dio superiore alla nostra capacità e che la voce del Signore non li contraddice promettendo di esser visto nella purezza? A me pare sia bene che di questa cosa si debba, prima di tutto, in breve, rendersi conto perché cammin facendo ci sia l'osservazione del soggetto proposto. L'essenza divina è inaccessibile all'uomo; la congetturalità della conoscenza analogica. La natura divina, quale essa sia in definitiva in se stessa secondo l'essenza, supera ogni comprensione, essendo inaccessibile ed irraggiungibile per i pensieri e le congetture e non è ancora stata scoperta tra gli uomini una facoltà per la percezione dell'incomprensibile né un accesso alla comprensione dell'impossibile. Perciò il grande apostolo chiamò anche impersctutabili [Rm 11,33] le vie di Dio, significando con questa parola che quella via che conduce alla conoscenza di Dio è inaccessibile ai ragionamenti; come anche nessuno mai di coloro che ci hanno preceduto in questa vita ha indicato una qualche traccia di comprensione sicuramente razionale per la conoscenza della realtà che supera la conoscenza. Essendo tale per natura Colui che è superiore ad ogni natura, si vede e si percepisce in un altro modo l'invisibile e l'indescrivibile. Molti sono i modi di tale percezione. è infatti possibile vedere, per congettura, Colui che ha fatto nella sapienza tutte le cose grazie alla sapienza che si manifesta nel tutto. Come nelle opere create dall'uomo la mente riconosce, in un certo qual modo, il creatore del prodotto che gli è dinanzi, poiché egli ha lasciato l'impronta della sua arte nel lavoro, e quel che si può vedere, poi, non è la natura dell'artista, ma solo la scienza artistica che egli ha lasciato nel prodotto; così, anche considerando l'ordine della creazione, ci formiamo una nozione non dell'essenza, ma della sapienza di Colui che ha fatto tutto sapientemente. Se consideriamo poi la causa della nostra vita, che Egli giunse a creare l'uomo non per necessità, ma per volontà buona, di nuovo, anche in questo caso, noi diciamo di aver contemplato Dio, avendo compreso non la sua essenza, ma la sua bontà. Così, anche tutte le altre considerazioni che elevano il pensiero all'essere superiore e sublime, tutte le considerazioni di tal genere le chiamiamo concezioni di Dio, poiché ciascuno di questi alti concetti ci porta Dio davanti agli occhi. Infatti la potenza e la purezza, il permanere nel medesimo stato, l'esser privo di commistione con il proprio contrario e tutti i concetti di tal genere, formano nell'anima una rappresentazione concettuale divina e alta. Si è dunque mostrato, in ciò che è stato detto, che il Signore dice il vero quando promette che i puri di cuore vedranno Dio e che Paolo non mente quando rivela, con i suoi propri scritti, che nessuno ha mai visto Dio né lo può vedere. Infatti Colui che è invisibile per natura, diviene visibile attraverso la sua attività, in quanto viene contemplato in certe sue proprietà. Il "luogo" della visio Dei è l'interiorità purificata dell'uomo. Ma il senso della beatitudine non intende solo questo, cioè poter conoscere analogicamente l'operatore dall'operare della sua potenza. Anche i sapienti di questo mondo, infatti, potrebbero giungere parimenti alla percezione della sapienza e potenza superiore attraverso l'armonia del cosmo. A me pare, però, che la grandezza della beatitudine suggerisca un altro consiglio a coloro che sono in grado di ricevere la visione di ciò che desiderano. Il pensiero che mi è venuto in mente diventerà più chiaro con un esempio. La salute del corpo è un bene per la vita dell'uomo, ma per essere felici non basta solo saper parlare della salute, ma vivere in salute. Se infatti uno, esponendo le lodi della salute, si prendesse del cibo che genera malattia e cattivi umori, che cosa avrebbe acquistato dalle lodi della salute, dal momento che è afflitto dalle malattie? Così noi penseremmo anche a proposito del discorso in questione, poiché il Signore non ha detto che l'esser felici è conoscere qualche cosa di Dio, ma è possedere Dio in se stessi. Egli dice infatti: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio". A me pare che egli non proponga Dio come visione faccia a faccia, a colui che ha purificato l'occhio della sua anima, ma che la grandezza della sua parola ci suggerisca ciò che il Logos presenta altrove in modo più scoperto quando dice: "Il Regno dei cieli è dentro di voi" [Lc 17,21]. Questo perché impariamo che colui che ha purificato il suo cuore da ogni creatura e dalla disposizione passionale, vede nella propria bellezza l'immagine di Dio. A me pare che il Logos, nelle poche parole che ha detto, abbia espresso un simile consiglio: "O uomini, quanti avete il desiderio di contemplare ciò che per essenza è bene, poiché avete ascoltato che la maestà di Dio è esaltata sopra i cieli e la sua gloria è inesplicabile, la sua bellezza indicibile, la sua natura incomprensibile, non disperate di poter vedere ciò che desiderate. Infatti la misura che ti è concessa della concezione di Dio è in te. Così Colui che ti ha creato, immediatamente, per natura, ti ha connaturato un siffatto bene. Dio, infatti, ha impresso come delle immagini dei beni della propria natura nella tua costituzione, avendole impresse anticipatamente con una forma di incisione come fossero cera. Ma il vizio, che ha velato l'impronta divina, rende vano per te il bene che è rimasto turpemente coperto. Se tu dunque, con la sollecitudine della vita, detergerai nuovamente il sudiciume che si è incrostàto nel tuo cuore, risplenderà per te la bellezza divina. è la stessa cosa che accade al ferro; quando viene liberato dalla ruggine che lo riveste, grazie ad una cote, ciò che poco prima era nero riluce vibrando di splendore al sole. Così accade anche all'uomo interiore che il Signore chiama "cuore"; dopo che sia stata raschiata via la sporcizia rugginosa che con mala corrosione è fiorita sulla forma, riprenderà di nuovo la sua somiglianza con l'archetipo e sarà buono. Ciò che infatti è simile al bene è sicuramente buono. Dunque, colui che volge lo sguardo a se stesso, in se stesso guarda ciò che desidera. Così diviene felice il puro di cuore, poiché guardando la propria purezza nell'immagine vede l'archetipo. Come avviene per coloro che guardano il sole in uno specchio, sebbene essi non guardino fissamente il cielo, essi vedono il sole nello splendore dello specchio in modo per nulla inferiore a coloro che guardano lo stesso disco solare. Così, dice il Signore, anche se voi siete spossati dalla osservazione della luce, se correte di nuovo verso la grazia dell'immagine che è stata forgiata per voi dall'inizio, avete in voi stessi ciò che cercate. La divinità, infatti, è purezza, assenza di passioni ed estraneità ad ogni male. Se dunque ciò e in te, Dio certamente è in te. Quando il tuo pensiero è purificato da ogni vizio, libero da passione, estraneo ad ogni macchia, tu sei felice per la chiarezza della vista, poiché, purificato, hai percepito ciò che è invisibile a coloro che non sono purificati e, rimossa la caligine materiale dagli occhi dell'anima, guardi splendente nel cielo puro del tuo cuore la beata visione. La purezza, la santità, la semplicità, tutti i riflessi luminosi di tal genere della natura divina, attraverso cui si contempla Dio. La purificazione non può essere ottenuta dal solo sforzo umano. Ora, da quanto si è detto, noi non dubitiamo che le cose stiano così. Il discorso però si rivolge ancora alla difficoltà sollevata all'inizio, con la stessa perplessità. Come infatti è certo che colui che è in cielo partecipa delle meraviglie celesti, ma l'impraticabile modo della salita ci rende nullo il guadagno che traiamo da ciò su cui siamo d'accordo, così non c'è dubbio che dalla purificazione del cuore si genera la beatitudine, ma come si possa purificare il cuore da queste macchie, sembra presentare la stessa difficoltà dell'ascesa al cielo. Quale scala di Giacobbe troveremo dunque, quale carro infuocato, a somiglianza di quello che sollevò il profeta Elia al cielo, dal quale il nostro cuore, sollevato alle meraviglie superiori, scrollerà via questo peso terrestre? Se infatti uno considera le necessarie affezioni dell'anima, riterrà assurdo e impossibile l'allontanamento dei mali ad esse congiunti. Fin dall'inizio, la nostra generazione ha inizio dalla passione, la crescita procede attraverso la passione e nella passione la vita termina; il male si è in un certo senso mescolato alla nostra natura, tramite coloro che da principio accolsero la passione, i quali con la loro disobbedienza stabilirono la malattia. Come la natura dei viventi si trasmette con la successione dei discendenti di ciascuna specie, cosicché ciò che è nato, secondo la legge di natura, è la stessa cosa di chi lo ha generato, così l'uomo nasce dall'uomo, colui che è soggetto alla passione da chi è soggetto alla passione, il peccatore dal peccatore. Dunque il peccato coesiste, in un certo qual modo con i generati, poiché con essi viene partorito, cresce ed ha termine con la fine della vita. Ma che la virtù sia per noi difficile da raggiungere, tra mille pene e sudori, venendo compiuta a stento con sforzo e fatica, lo abbiamo imparato in molti passi della Sacra Scrittura, quando abbiamo ascoltato che la strada del regno è angusta, procede per strettoie, mentre è larga, declinante e rapida quella che conduce con il vizio la vita alla rovina. La Sacra Scrittura non definisce interamente impossibile la vita superiore, quando espone nei sacri libri le meraviglie di uomini tanto grandi. Ma poiché nella promessa di vedere Dio il senso è duplice (uno è quello di conoscere la natura che trascende l'universo, l'altro è quello di unirsi ad essa tramite la purezza di vita) la voce dei santi definisce la prima forma di conoscenza impossibile, mentre, per quanto riguarda il secondo significato, il Signore lo promette alla natura umana nel presente insegnamento, quando dice: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio". è nell'insegnamento di Cristo, che mira ad estirpare la radice stessa del vizio, il "modo" della purificazione. Come sia possibile diventare puri, lo puoi imparare quasi in ogni insegnamento evangelico. Infatti, percorrendo con ordine i precetti, scoprirai con chiarezza la purezza di cuore. Distinguendo, infatti, in due specie il vizio, quello che consiste nelle azioni e quello che consiste nei pensieti, Egli punì la prima specie, l'ingiustizia che si manifesta nelle opere, con l'antica legge, mentre ora fa volgere la legge ad un'altra forma del peccato, non punendo l'azione cattiva, ma preoccupandosi nei riguardi del suo stesso inizio. Infatti, allontanare il vizio dalla libera scelta, è rendere estranea, con molta superiorità, l'esistenza alle opere malvagie. Poiché il vizio ha molte parti e varie specie, Egli oppose, con i suoi precetti, il rimedio proprio a ciascuna delle cose vietate. Poiché il morbo dell'ira è abituale, per lo più, durante tutta l'esistenza, Egli inizia la cura da ciò che maggiormente predomina, prescrivendo tra i primi precetti l'astensione dall'ira. "Ti è stato insegnato -Egli dice- nella legge più antica "non uccidere"; ora impara ad allontanare dall'anima l'ira contro i tuoi simili". Egli, infatti, non rifiutò del tutto l'ira. Qualche volta, in effetti, è possibile far uso anche per il bene di questo impeto dell'anima. Quel che il precetto reprime è essere adirato contro il fratello senza nessuna finalità buona. Egli dice infatti: "Ognuno di coloro che si adirano con il fratello invano" [Mt 5,22-24]. L'aggiunta "in vano" mostra come sia opportuno, spesso, l'uso dell'ira, quando la passione ribolle per la punizione del peccato. La parola della Sacra Scrittura attesta che questa forma d'ira fu in Finea, quando con l'uccisione dei trasgressori della legge placò la minaccia di Dio, mossa contro il suo popolo [Nm 25,1ss]. E, ancora, il Signore va oltre la cura dei peccati commessi per il piacere e con il precetto allontana lo stolto desiderio dell'adulterio dal cuore. Così troverai che il Signore, negli insegnamenti successivi, raddrizza tutte le cose, una per una, opponendosi a ciascuna delle forme del vizio con i suoi precetti. Proibisce di sfidare ingiustamente, non permettendo neppure l'autodifesa. Bandisce la passione dell'avidità, ordinando a colui che è stato derubato di spogliarsi anche di ciò che gli è rimasto. Egli cura la paura comandando di essere sprezzanti contro la morte. Insomma, troverai che, grazie a ciascuno dei precetti, la parola incisiva del Signore come un aratro estirpa le radici malvage del peccato dal profondo del nostro cuore; attraverso quei precetti è possibile purificarsi dai frutti irti di spine. Il Signore, dunque, è benefattore della nostra natura in entrambi i modi: sia perché ci promette il bene, sia perché ci offre l'insegnamento utile per raggiungere lo scopo propostoci. Se poi giudichi faticoso lo sforzo per il bene, paragonalo al modo contrario di vita e scoprirai quanto sia più penoso il vizio, se tu ti rivolgi non al presente, ma a ciò che accadrà dopo. Colui che infatti abbia avuto notizia della geenna non si asterrà più con fatica e sforzo dai piaceri peccaminosi, ma la sola paura instillata dai ragionamenti, sarà sufficiente a bandire le passioni. La condotta morale dell'uomo è sempre riflesso del "volto" di un altro: o è quello del Padre, o è quello dell'avversario del Padre. Piuttosto è opportuno che chi considera ciò che è stato ascoltato insieme a ciò che è taciuto, da lì concepisca più veemente il desiderio. Se infatti beati sono i puri di cuore, miseri senza dubbio sono gli immondi di spirito perché guardano il volto dell'avversario. Se poi l'impronta divina stessa è impressa nell'esistenza virtuosa, è chiaro che la vita viziosa diviene forma e volto dell'avversario. Ma, certamente, se Dio è chiamato, seguendo considerazioni differenti, secondo ciascuna delle cose che si concepiscono come bene: luce, vita, incorruttibilità ed ogni concetto di questo genere, senza dubbio, per contrasto, ciò che si oppone a ciascuno di questi concetti, sarà dedicato allo scopritore del vizio: tenebre, morte, corruzione e tutte quelle cose che sono dello stesso genere e simili a queste. Avendo dunque imparato attraverso cosa prendono forma i vizi e la vita virtuosa, poiché ci è offerto di poter scegliere liberamente per gli uni o per l'altra, fuggiamo la forma del diavolo, deponiamo la maschera malvagia, riassumiamo l'immagine divina e diventiamo puri di cuore per essere beati, poiché si è formata in noi l'immagine divina per lo stile di vita puro, in Cristo Gesù nostro Signore, a cui è la gloria nei secoli dei secoli. Amen. (Beatitudini: Seata Orazione (San Gregorio di Nissa), Beati i puri di cuore perché vedranno Dio).
ORIGENE: "Commento al Padre Nostro" EVAGRIO: "Sugli otto spiriti malvagi" GREGORIO DI NISSA: "Ad Ablabio" DIONIGI AREOPAGITA: "La Teologia Mistica" DIONIGI AREOPAGITA: "La Gerarchia Celeste ATENAGORA: "Della resurrezione dei morti" GIOVANNI CRISOSTOMO "De inani gloria et de educandis liberis" GIOVANNI CRISOSTOMO "Omelia XX sulla lettera agli Efesini (5,22-24)"
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