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"Dio, il Signore è nostra luce" Sal. 118,27 |
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Alla reverendissima monaca Xene, sulle passioni, le virtù e i frutti che l’intelletto raccoglie quando è libero da ogni occupazione
Coloro che desiderano veramente vivere in solitudine, non devono amare di avere contatti, non solo con la gente in genere, ma neanche con quelli che conducono la loro stessa vita, poiché ciò interrompe la continuità della dolcissima relazione con Dio, e spezza l’unità dell’intelletto. Quell’unità che fa il monaco interiore, cioè il vero monaco, viene allora come duplicata e talvolta totalmente frantumata. Perciò, uno dei Padri, ai quali venne chiesto perché fuggisse gli uomini, rispose: “Perché incontrandomi con gli uomini non posso essere con Dio”. E un altro, parlando per esperienza, diceva che non solo la frequentazione, ma la stessa vista di altri uomini è capace di rovinare l’equilibrio, e la quiete della mente di chi pratica l’esichia. Esaminando più da vicino la questione si vede che anche il ricordo della vicinanza e l’attesa di una visita e dell’incontro che ne seguirà, non lasciano completamente imperturbati i pensieri dell’anima. A causa dei problemi avuti con quelli che mi hanno aggredito e che poi un concilio ha condannato, io avevo pensato di rinunciare definitivamente a scrivere, se tu, santa anziana, non fossi stata così insistente con le tue preghiere, le tue lettere e le sollecitazioni scritte, fino a persuadermi di rimettermi all’opera mandandoti discorsi esortativi, sebbene tu non abbia affatto bisogno di esortazioni. Tu, infatti, per grazia di Cristo possiedi un’intelligenza degna della tua età e ammirevole, e conosci, per averla praticata per tanti anni, la legge dei sacri precetti, avendo diviso opportunamente la tua vita tra la pratica dell’obbedienza e quella dell’esichia. Così hai levigato la tua anima e l’hai resa idonea a ricevere e a custodire i divini caratteri. Questa è la cittadella dell’anima, cittadella occupata dal desiderio della dottrina spirituale di cui non è mai sazia. Perciò anche la Sapienza dice di se stessa: Quanti si nutrono di me avranno ancora fame. E il Signore, che ha messo nell’anima questo desiderio, dice di Maria che aveva scelto la parte migliore e che non le sarà tolta. Bisogna attribuire anche a te tali parole, a motivo delle figlie del grande Re che vivono sotto la tua guida, e soprattutto per l’intelligenza con la quale desideri essere sposa di Colui che concede l’incorruttibilità. Di fatto lo imiti, poiché, come egli ha veramente assunto per noi la nostra forma, così anche tu ora fai tuo l’aspetto delle giovani che tu guidi e che hanno bisogno del tuo insegnamento. Perciò anch’io, se pure non mi sia facile fare discorsi, tuttavia, per obbedienza e per il precetto di dare a chi chiede, offrendo ciò che ora ho a disposizione, pago il debito della carità secondo Cristo. Ora, poiché l’anima è tripartita, ossia è considerata secondo tre facoltà: la ragione, l’ardore e il desiderio, e poiché essa è malata in ciascuna di esse, è naturale che Cristo, che la guarisce, abbia cominciato la cura dall’ultima, dal desiderio. Il desiderio accende l’ardore, e ambedue concorrono dannosamente alla dissipazione della mente: né la potenza irascibile dell’anima potrebbe guarire se non fosse guarita prima la concupiscibile, né potrebbe essere curata la razionale se non fossero state curate prima le altre due. Da attento esame troveresti che il primo frutto maligno del desiderio è l’amore di possedere. Ora, i desideri che ci vengono per aiutarci a vivere non sono da condannare, sono quelli che abbiamo naturalmente fin dalla più tenera età. L’amore del denaro, invece, nasce dopo, quando si comincia a crescere, per cui è chiaro che non ha il suo principio nella natura, ma nella volontà. Giustamente il divino Paolo ne parla come la radice di tutti i mali perché genera naturalmente tanti vizi: tirchieria, imbrogli, rapine, furti e, in breve, ogni forma di avarizia che il medesimo Paolo chiama idolatria. A tutti i vizi che non provengono dall’idolatria, la cupidigia fornisce la materia del sostentamento che la compone. Tutte queste cose che nascono dall’amore della materia, sono passioni dell’anima che non brama di fare il bene. I vizi che provengono dalla volontà si respingono più facilmente delle passioni che hanno il loro principio nella natura. Ma chi non crede nella provvidenza di Dio farà fatica a respingere quelle passioni nate dall’amore del denaro. Chi non crede alla provvidenza confida nelle ricchezze. Ascoltando il Signore che dice che è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco nel regno dei cieli, non tenendo in nessuna considerazione il Regno, il Regno celeste ed eterno, brama invece la ricchezza terrestre che passa. Tale ricchezza, anche se sta in mano a coloro che la desiderano, per il fatto stesso di essere desiderata è di grandissimo danno: chi desidera arricchirsi cade in tentazioni e nei lacci del diavolo, come dice Paolo. Quando la ricchezza viene da sola, non ha tanta importanza. Quando manca, è bramata dalla sete di coloro che, non avendone fatto esperienza, non hanno acquistato senno. In effetti, questo infelice eros non nasce dal bisogno. Al contrario. L’amore del denaro nasce dalla stoltezza con il cui nome il nostro Signore Gesù Cristo chiama giustamente quel tale che distruggeva i granai per costruirne di più grandi. Come infatti non sarebbe stolto uno che, per cose che non producono nulla, rinuncia ai più alti guadagni – visto che per nessuno la vita dipende da quanto possiede – stolto se non diventa saggio negoziante consegnando subito, per quanto è possibile, anche lo stesso necessario per aumentare il capitale di un commercio o di una agricoltura veramente redditizia e proficua? Ossia, di una agricoltura che ancora prima che venga il tempo della mietitura, moltiplica per cento ciò che è stato seminato, e fa vedere in anticipo quale sarà il guadagno futuro e il profitto a suo tempo, indicandolo come qualcosa di indescrivibile e inconcepibile, tanto più straordinaria quanto più piccoli sono i granai da cui provengono i semi. Così, non mancano motivi per tendere verso l’accumulo dei beni. Gli uomini temono l’indigenza perché non credono affatto a Colui che promette di aggiungere tutti i beni già quaggiù, a coloro che cercano il regno di Dio. Col pretesto di quest’unico timore, pur avendo tutto, non si staccano mai da questo desiderio morboso che li rovina, ma continuando ad accumulare si impongono un giogo inutile, o meglio, si circondano, ancora viventi, di un nuovissimo genere di tomba. Infatti gli uomini che muoiono vengono sepolti nella semplice terra, ma l’intelletto dell’avaro vivo, è sepolto in un cumulo di polvere d’oro. E per quelli che hanno i sensi sani, questa tomba puzza più dell’altra. L’odore è tanto più cattivo quanta più polvere avrà accumulato l’avaro. Poiché il male che ha colpito tali infelici sepolti ha il sopravvento su di loro. Il fetore giunge fino al cielo, fino agli angeli di Dio, fino a Dio. Per questo tali uomini sono così abominevoli e realmente uomini repellenti – per dirla con Davide – perché la loro follia produce il loro cattivo odore. Ciò che tiene lontani gli uomini da questa passione nauseante che puzza di morte è il liberarsi volontariamente da tutto, non per piacere agli uomini. Mi riferisco a quella povertà in spirito che il Signore ha detto beata. È impossibile che un monaco che ha questa passione sia sottomesso e, se persevera a coltivarla, c’è da temere che cadrà in insanabili mali del corpo. Ghecazi e Giuda sono esempi sufficienti, presi dall’Antico e dal Nuovo Testamento: il primo è stato ricoperto di lebbra, segno dell’anima incurabile; l’altro si impiccò, nel campo del sangue, ma, staccandosi dal laccio, cadde faccia a terra, si squarciò nel mezzo mentre le sue viscere si sparsero. Ora, se la rinuncia precede la sottomissione, come potrà ciò che segue venire prima di ciò che precede? E se la rinuncia stessa precede anche la vita monastica – ne è infatti un principio elementare – chi non ha prima di tutto rinunciato alle ricchezze, come potrà portare avanti altre lotte per altre rinunce? Se uno non è capace di sottomissione, potrà mai vivere l’esichia, rimanere in cella, dedito alla solitudine e applicato alla preghiera? Dov’è il tuo tesoro – dice il Signore – là è anche il tuo intelletto. Come, dunque, chi raccoglie tesori sulla terra potrà mai tener fisso lo sguardo dell’intelletto su Colui che siede alla destra della maestà nei cieli altissimi?. Come erediterà il Regno, se l’intelletto non è nenche capace di concepirlo, se prima non è purificato da ogni passione? Per questo, beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Vedi quante passioni il Signore ha sradicato con una sola beatitudine. Ma non ha tagliato solo queste. Abbiamo anche detto che prima prole del cattivo desiderio è l’amore della materia. Ce n’è una seconda che bisogna fuggire ancora più della prima e una terza che non è meno perversa. Qual è dunque questa seconda prole? L’amore della gloria. Infatti, nel crescere degli anni, prima dell’amore del piacere carnale, ci viene incontro questa passione, e quando si è ancora giovani, essa è il male che prelude a quello. Voglio dire con questo che una forma di amore della vanagloria è tutto quello che riguarda l’apparenza dei corpi e il lusso dei vestiti; è quanto i Padri chiamano vanagloria mondana. L’altro genere di vanagloria attacca coloro che si distinguono per virtù, li trascina alla presunzione e all’ipocrisia mediante le quali il Nemico si ingegna di depredare e disperdere la ricchezza spirituale. Tutte queste passioni possono essere curate in chi sente il desiderio dell’onore che viene dall’alto: colei che ha questo desiderio si giudica indegna di esso. La stessa guarigione procura il sopportare con fermezza di essere vile al cospetto degli uomini, giudicandosene degno. Viene inoltre guarito chi giudica la gloria di Dio più importante della propria, secondo colui che dice: Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome da’ gloria. Anche se ha coscienza di avere fatto qualche cosa di lodevole, attribuisce la causa dell’opera buona a Dio, glorifica e loda Dio con riconoscenza a lui e non attribuisce niente a se stesso. Gioirà per aver ricevuto la virtù in dono e, come chi non ha niente di proprio, non si esalterà. Vivrà nell’umiltà avendo gli occhi della mente in Dio, giorno e notte, come – per dirla col Salmo – la serva ha gli occhi alle mani della sua padrona nel timore di essere separata da colui che è il solo datore del bene che conserva in esso. È trascinato invece nel precipizio del male chi serve con presunzione e vanagloria. Aiutano alla guarigione di questi mali, in modo particolare, il ritiro, la vita solitaria e il restare in cella. Il monaco che vive da solo percepisce la debolezza della propria volontà e considera che non è capace di stare fra gli uomini. Ora, questo non è forse la povertà nello spirito, che il Signore ha detto beata?. Ma se uno riflette e pensa a quanti mali gli vengono dalla passione e si attaccano a lui, fuggirà la vanagloria dalla quale la passione prende forza. Infatti, nella misura in cui desidera la gloria degli uomini, in seguito alle stesse opere compiute in vista di essa, cade nel disonore. Avendo cura delle opportunità, esaltandosi per la nobiltà degli antenati, per la bellezza delle sue vesti profumate, vantandosi di altre simili cose, mostra chiaramente di essere lui stesso la preda di un pensiero infantile. Tutte queste cose insieme sono polvere e che cosa c’è di più spregevole della polvere? E colei che non usa il vestito per coprire e scaldare il corpo, ma è appassionata dalla sua qualità, morbidezza e splendore, non solo rivela, a quelli che la guardano, la sterilità della sua anima; dimostra inoltre di avere il comportamento indecente delle prostitute. Ascolti dunque, più di tutto, Colui che dice: Coloro che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re, mentre il divino Paolo dice che la nostra patria invece è nei cieli. Dunque, per la debolezza che abbiamo per i vestiti, non facciamoci cacciare dal cielo nella tenda del principe delle tenebre di questo secolo. Ecco ciò che rischiano coloro che cercano la virtù in vista della gloria che viene dagli uomini. Coloro che hanno avuto in sorte di essere cittadini del cielo, purtroppo, abitano nella polvere, nella propria gloria, attirando su di sé la maledizione di Davide. La loro preghiera non sale al cielo e ogni loro sforzo cade giù, perché non è sollevato dalle ali dell’amore di Dio, che porta in alto ciò che noi facciamo sulla terra. Cosicché essi si affaticano senza ottenere nessun guadagno. Ma perché parlo di guadagno? In effetti, le loro fatiche danno frutti, ma questi sono confusione, instabilità, non libertà e turbamento dell’intelletto. È detto infatti: Dio ha disperso le ossa degli aggressori, sono confusi perché Dio li ha respinti. Questa passione è la più sottile di tutte le passioni, perciò chi vuole combatterla deve non solo stare attento a come arriva il male e a come evitare di acconsentire, ma deve considerare che la suggestione è già come un consenso e quindi deve guardarsene, perché solo così potrà, e a stento, prevenire la rapidità della sconfitta. Se così farà il monaco con sobrietà e vigilanza, allora la suggestione diventa motivo di compunzione. Altrimenti è un’occasione che lo prepara alla superbia, e a colui che si lascia andare all’orgoglio difficilmente guarisce dalla sua malattia, è senza rimedio, poiché la sua caduta è come quella del diavolo. Ma prima ancora di questo, la passione di piacere agli uomini fa tanti danni a quelli che la possiedono, che essi fanno naufragio persino nella fede, secondo Colui che dice: E come potete credere, voi che prendete la gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?. Ma che c’è, o uomo, fra te e la gloria degli uomini, o piuttosto, il vano nome di gloria che non solo è privo della cosa, ma anche ci priva di essa, e, non solo questo, genera l’invidia nei confronti degli altri, invidia che è omicidio in potenza, invidia che fu il motivo del primo omicidio e ha portato poi al deicidio? Che cosa dunque aiuta la natura, la conserva, la custodisce, o la risolleva in qualche modo quando cade, e la cura? Certo nessuno potrebbe dirlo esattamente. Anzi, io credo che questo sia anche una prova contro le false ragioni sul cattivo uso che facciamo delle cose. E se uno vorrà indagare con cura, troverà che la stessa natura a volte provoca, a volte rifiuta falsamente le peggiori turpitudini, talvolta getta impudentemente la maschera e allora svergogna gli amanti anche se i maestri delle dottrine greche credono che ogni azione retta si compia nella vita in conformità con la natura. Quale inganno! E come sbagliano a non vergognarsi affatto! Ma noi non siamo stati ammaestrati così; noi che siamo giustamente chiamati col nome di Colui che per il suo amore per gli uomini, mediante se stesso ha unto la nostra natura, abbiamo lui come custode delle nostre azioni. E coloro che guardano a lui, portano a compimento per mezzo di lui e per lui quanto di meglio sono capaci, facendo tutto per la gloria di Dio e non desiderando affatto di piacere – anzi, piuttosto desiderando di non piacere – agli uomini, come dice Paolo, il sommo interprete del nostro legislatore, dandoci lui stesso una legge. Dice infatti: Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo! Ma vediamo se anche la terza prole del desiderio malato viene sradicata alla povertà detta beata. Il terzo parto dell’anima malata nel desiderio è la golosità, che va insieme con ogni tipo di impurità carnale. Come mai la chiamiamo terza e ultima, pur essendo essa radicata in noi fin dalla nascita? Per il fatto che non solo essa, ma anche i moti naturali in vista della procreazione si manifestano nei bambini quando ancora succhiano al seno. Allora, come mai poniamo la malattia del desiderio della carne come ultima? Ma perché queste cose ci riguardano per via della stessa natura. Ora, le cose naturali, in quanto create da Dio che è buono, sono irreprensibili, e sono state create affinché attraverso di esse possiamo camminare nelle buone opere. Dunque, non sono per sé indici di anima malata, ma lo diventano quando se ne fa un uso cattivo. Quando ci prendiamo cura della carne per soddisfare i nostri desideri, allora la passione è cattiva e l’amore del piacere diventa principio delle passioni carnali e malattia dell’anima. In queste condizioni l’intelletto è il primo a essere infettato. È perché le passioni cattive danno l’assalto per primo alla mente che il Signore ci dice che dal cuore escono i cattivi pensieri e sono quelli che contaminano l’uomo. Anche la Legge, prima del Vangelo, dice: Bada bene che non ti entri in cuore questo pensiero iniquo. Se infatti l’intelletto è il primo a essere disposto al male, è tuttavia dal basso, attraverso i sensi, che esso è portato a fantasticare sui corpi sensibili e si dispone ad essi; ed è particolarmente attraverso gli occhi, i primi che possono anche da lontano essere contaminati, che esso è eccitato e spinto all’abuso. Eva, la nostra prima madre, è prova evidente di tutto ciò. Infatti dapprima vide che il frutto dell’albero proibito era bello a vedersi e prezioso per l’intelletto, e allora, avendo consentito col cuore, toccò e gustò l’albero proibito. Dunque dicevamo bene che il cedere alla bellezza dei corpi è premessa alle turpi passioni, ne è il preludio. Ecco perché i Padri consigliano di non considerare la bellezza dei corpi altrui e di non trarre godimento dal proprio. Tuttavia, se anche nei bambini, prima che abbiano la mente passionale, vi sono naturalmente delle passioni, queste cose tuttavia non portano al peccato, ma fanno parte dell’ordine della natura; perciò a quel momento queste cose non sono cattive. Ma siccome le passioni carnali hanno origine nell’intelletto passionale, è da questo che deve cominciare la cura. Se c’è un incendio, chi vuole spegnere il rogo non taglia la fiamma dall’alto perché in questo modo non viene a capo del fuoco, ma se tira via la legna da sotto subito il rogo si estingue. Così sono le passioni che ci portano alla fornicazione. Se non inaridisci la fonte interiore dei pensieri mediante la preghiera e l’umiltà, e se pensi di armarti contro di essi solo col digiuno e la mortificazione, faticherai invano. Ma se santifichi la radice con l’umiltà e la preghiera, come abbiamo detto, ti sarà data la santificazione anche per ciò che è all’esterno. Questo mi pare che insegni l’Apostolo quando ci invita a cingerci il fianco con la verità. Allo stesso modo uno dei Padri ha dato un’ottima spiegazione filosofica dicendo che la contemplazione stringe e comprime il desiderio, quindi le passioni che abitano nel fianco e nel ventre. Tuttavia c’è bisogno anche di mortificazione del corpo e di temperanza misurata nei cibi, affinché il desiderio difficile da dominare non sia più forte del pensiero. Così è di tutte le passioni della carne: null’altro le cura se non la mortificazione del corpo e la preghiera che sgorga da un cuore umiliato: in questo consiste la povertà nello spirito che il Signore ha chiamato beata. Se dunque uno desidera ottenere la ricchezza della santificazione senza la quale nessuno vedrà il Signore, resti nella propria cella conducendo una vita di mortificazione e pregando nell’umiltà. La cella di chi conduce bene la vita solitaria è un porto di castità; mentre tutte le cose di fuori, soprattutto nelle piazze e nei mercati, sono piene di quel disordine della fornicazione che viene eccitato da tutto ciò che sommerge l’infelice anima del monaco che vi è esposta. Si potrebbe ancora dire che il mondo della malizia è un fuoco che brucia, che fa legna di coloro che lo frequentano e riduce in cenere ogni forma della loro virtù. Ma il fuoco che non si consuma si trova nel deserto. Tu allora, al posto del deserto, resta nella tua cella, nasconditi in essa per un po’ di tempo, finché passi lontano da te la tempesta della passione, perché una volta passata, la vita che tu vivi non si corrompe. Allora sarai una monaca veramente povera nello spirito e possiederai il regno ostile alle passioni e sarai splendidamente detta beata da Colui che dice: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Come non sarebbero giustamente chiamati beati coloro che non confidano affatto nelle ricchezze, ma in Dio; coloro che non desiderano piacere a nessun altro che a Lui; coloro che, con altri uomini, vivono in umiltà davanti a Lui? Cerchiamo dunque di essere poveri anche noi, umiliamo lo spirito, mortifichiamo la carne guardandoci dal possedere qualcosa in questa vita, affinché sia nostro il regno di Dio e perché così possiamo vedere esaudite le beate speranze avendo ereditato il regno dei cieli. Venite, dunque, e anche noi prostriamoci in quella povertà detta beata e piangiamo davanti al Signore nostro Dio, per cancellare i peccati che abbiamo commesso, per non andare dietro al male e per ottenere il Paraclito, in Lui trovando consolazione, a Lui dando gloria come anche all’eterno Padre e al suo Figlio unigenito, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.
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